1400. Ars Regia



Continuo le annotazioni sporadiche iniziate nello scorso post su una possibile "controstoria" dell'arte monregalese, volta ad evidenziarne gli aspetti più eterodossi ed appunto "ermetici".

Come già detto, il '200 vide il sorgere della "Piazza Maggiore" in cima alla collina, l'attuale quartiere di Piazza appunto, con i suoi rossi archi gotici, la torre del Belvedere e quella dei Bressani. Sotto il profilo pittorico, a parte l'angelo abbozzato sulla facciata del palazzo del Governo a Piazza, sono gli affreschi di Bredolo, sempre del '200, a costituire la prima testimonianza artistica della città. Una tradizione, se vogliamo, che inizia già in modo "ermetico", perché è raffigurato San Giorgio e il Drago (qui sopra la Principessa prigioniera...), un tema che, secondo la vulgata ermetica, dissimulava la presenza di una "linea del drago"; una corrente geomantica catalizzata da antichi menhir celtici (come anche San Michele, Santa Margherita, la Vergine dell'Apocalisse e altri temi in cui un santo antropomorfo "sottomette" un dragone infernale).





Del 1330-1340 è invece il bell'affresco di Santa Maria delle Vigne a Carassone, dove Cristo trionfa in trono tra i quattro simboli apocalittici. Un gusto ancora bizantino per la prevalenza della figurazione del Cristo trionfante sul Crocifisso, che si diffonderà poi nelle opere successive.



Maestro di Albenga, Parrocchiale di Ormea (1390)

Con l'approssimarsi del '400 sorge infatti in città una scuola pittorica tardogotica di particolare interesse. Nel 1388 infatti Mondovì aveva ottenuto il titolo di Città e Diocesi dal papa di Roma per la sua fedeltà contro il vicino antipapa di Avignone, cui si era invece legata Asti, alla cui diocesi prima Mondovì apparteneva. Con l'arrivo di una sede vescovile inizia anche una ricca committenza d'arte sacra con gli anni 1390. Si tratta di allievi della scuola di Barnaba di Modena e Taddeo di Bartolo: il maestro che lavora a Bastia d'Albenga, ad esempio, realizza anche il ciclo pittorico di Ormea, ormai nella vasta diocesi monregalese.

I primi anni del '400 sono poi caratterizzati dalla presenza di Rufino d'Alexandria, primo maestro della scuola monregalese, che segna la prima metà del secolo. Ma sono soprattutto gli autori della seconda generazione, dal 1450 in poi, a distinguersi per figurazioni singolarmente eterodosse.




Antonio Dragone da Monteregale, ad esempio, si contraddistingue per firmare le proprie opere con un drago, simbolo appunto del suo cognome, abbastanza diffuso ancora oggi a Mondovì.





Dragone realizza a Piazza gli affreschi della Cappella di Santa Croce, dove appare la singolare figurazione della Crux Brachialis, in cui la croce forma delle braccia che incoronano la Chiesa, decapitano la sinagoga e aprono, in alto, le porte del regno dei Cieli. Una figurazione eterodossa, solitamente cancellata dalla controriforma tra fine '500 e inizio '600: e in effetti anche qui da noi, nel 1583, il visitatore apostolico Scarampi ordinerà di "scialbare" questa pittura e le successive: ma la "devozione popolare" (di solito uno scudo delle gerarchie quando valutano di non obbedire a Roma) farà sì che esse siano conservate, a differenza di altrove.





Singolare è anche la figurazione del Cristo nella cappella di San Bernolfo, sull'attuale Altipiano. Bernulf era il vescovo-conte di Asti martirizzato da "saraceni" vicino a Mondovì, nel 903 (gli storici ottocenteschi massonici e anticlericali hanno sempre dubitato, giustamente, di saraceni così brillanti in quel periodo, e hanno ipotizzato fosse stato eliminato dai locali, che col vescovo astense non ebbero mai grandi rapporti, fino all'indipendenza del Libero Comune, appunto, divenuto diocesi nel 1388). Sul luogo del suo martirio viene elevata la cappella che presenta questo singolare Cristo pensieroso, seduto sulla croce dopo la resurrezione, non trionfante come da prammatica, ma dubbioso e melanconico su quanto compiuto.




Nella cappella di San Bernardo delle Forche, lì vicina, così detta per la vicinanza al luogo delle esecuzioni capitali, troviamo questa singolare figurazione del Cristo che stacca una mano dalla croce per toccarsi il costato sul punto in cui è stato ferito dalla Lancia di Longino. Umberto Eco parla, nel Nome della Rosa, di una figurazione avignonese di Cristo che tocca una borsa sul fianco per mostrare d'essere proprietario, e non povero come lo volevano gli ordini mendicanti. Si tratta ovviamente di una leggenda dell'epoca, che però potrebbe trovare conferma in questa rara figurazione, maliziosamente reinterpretata.



L'opera più importante del Quattrocento monregalese è però la Madonna del Pilone di Vicoforte, realizzata da Segurano Cigna, che ricerche ormai accreditate ipotizzano il padre di Giorgione Cigna, il Maestro dell'ermetica scuola pittorica veneziana (a Mondovì viene anche, più debolmente, collegato Jacopo Robusti, il Tintoretto). Segurano Cigna è infatti il più abile pittore del '400 monregalese, e la sua Madonna, a lungo dimenticata, verrà riscoperta nel 1595 in seguito a un miracolo: colpita al petto da un cacciatore (uno dei primi miracoli dell'età delle armi da fuoco), la Madonna iniziò a sanguinare. Per risarcimento del colpo inflitto, venne avviata la costruzione di un santuario che diverrà uno dei più grandiosi mai realizzati, come vedremo.



Ho scritto più ampiamente su di essa qui; comunque, appare interessante una certa somiglianza tra la Madonna di Vico e l'enigmatica donna della Tempesta (1506), il più misterioso dipinto di Giorgione stesso.




Nel 1472 viene avviato alla Bastia di Mondovì il più grande ciclo pittorico del Piemonte quattrocentesco, quello della chiesa di San Fiorenzo, che presenta un Inferno di eccezionale potenza visiva. Ne ho scritto qui e nei giorni seguenti, e tornerò probabilmente ancora sull'argomento data la vastità e la pregnanza del ciclo, di cui qui riporto solo, a titolo d'esempio, la maestosa Bocca dell'Inferno.

Lo stesso anno, il 1472, segna un'altra significativa svolta nell'arte della città: vi viene infatti introdotta, primo centro del Piemonte (Mondovì era, del resto, allora il centro maggiore) l'arte della Stampa, pubblicando il Confessionale di Sant'Antonino, ad appena sette anni della sua introduzione italiana a Subiaco, nel 1465.

Come vedremo, nel '500 Mondovì sarà tra le città pioniere della stampa illustrata; questo suo ruolo d'avanguardia, tuttavia, getta una luce diversa anche sulla sua pittura ancora pre-rinascimentale. "Rifiuto, non Ritardo" affermerà lo studioso Ranieri, negli anni 1960: non arretratezza, ma esplicita scelta per l'arte gotica, più ricca simbolicamente e, forse, più facile da usare per realizzare immagini eterodosse giustificandole appunto con la "arretratezza" del pittore. 

La stessa via scelta, in modo ormai puramente simbolico, dai pre-raffaeliti di fine '800, i pittori che si volevano eredi dei templari Rosa+Croce; e anche da Jodorowski nel restaurare i tarocchi stampati di Marsiglia, quattrocenteschi anch'essi, considerando che nelle loro figurazioni goticheggianti si celasse il vero segreto degli arcani maggiori molto più che nelle più raffinate elaborazioni esoteriche successive.



Chiudiamo questa carrellata con l'ultima, e la più eretica, di tali figurazioni dell'area monregalese. Essa è confinata, non a caso, nella lontana Abbazia di Castelmagno, un luogo degno di essere l'Abbazia del Nome della Rosa al pari della sacra di San Michele di cui ho di recente parlato (e che è la vera fonte di ispirazione). In essa, infatti, il pittore Giovanni Botoneri ha realizzato, ormai nel 1514, una figurazione eretica per eccellenza: nell'Ultima Cena, difatti, Giuda (che sta spezzando il pane con Cristo, corretta figurazione del testo evangelico) è raffigurato con tanto di aureola.

Un chiaro riferimento all'eresia gnostica, che venerava Giuda come santo - e seguiva il suo ipotetico vangelo, il Vangelo di Giuda, poi proclamato apocrifo - in quanto la sua azione era stata necessaria al compimento del piano divino e, essi ritenevano, concordata. Per il resto, come al solito Giuda è l'unico personaggio dai marcati tratti supposti ebraici - "giudei", appunto - e la borsa del denaro è messa in massima evidenza. Va notato che la mano di Cristo e di Giuda si toccano nei pressi del Sale, elemento alchemico per eccellenza, e forse anche gli altri oggetti presenti sul tavolo hanno una disposizione simbolica, come il tavolo del Bagatto nei tarocchi.

L'agnello nella coppa sacrificale, più che un Agnello, sembrerebbe quasi una Porcellino d'India, animale usato in modo sostitutivo nelle figurazioni dell'Ultima Cena in America Latina, dove l'agnello era sconosciuto. (correttamente, si trova in un catino per la macellazione kosher, però). Per il resto, la figurazione è impeccabile: San Giovanni / Maddalena riposa in grembo a Cristo, Pietro a mani giunte implora devoto il maestro di rivelare chi lo tradirà. Insomma, tutto dimostra un pittore dallo stile gotico, ma estremamente competente sul soggetto della figurazione.

L'aureola non è lì per caso, e chiude in qualche modo il '400 ermetico della pittura monregalese: col '500 dell'arte tipografica e del Rinascimento, fiorirà un'arte laica e a tratti esplicitamente ermetica, ma questa arte eretica, in qualche modo, simmetricamente si perderà.


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