Roas(c)io




(Salvo ove diversamente indicato, le immagini sono tratte 

dalla ottima monografia su Roascio di Francesco Roatta)

Terminata questa mostra con Marco Roascio, a mio avviso l'artista più interessante nell'attuale scena monregalese, mi pare giusto rispolverare alcuni vecchi appunti su un altro Roascio, che si trova in qualche modo all'estremo opposto della storia artistica di Mondovì.

Si chiamava Roascio, infatti, anche il principale scultore monregalese dell'Ottocento, il secolo in cui inizia la tradizione ininterrotta di una scuola di pittura locale. Se numerosi sono i pittori dell'Ottocento massonico monregalese, gli scultori sono decisamente di meno, e anzi il nome di Roascio è l'unico di una certa rilevanza (il solo, comunque, citato dall'esaustiva storia artistica dell'Ottocento monregalese stesa dal dottissimo Ernesto Billò).



Da Gens.Info.it

L'artista contemporaneo Marco Roascio è di origini sarde, pur essendo di recente tornato a Mondovì: ma l'origine del cognome Roascio è indubitabilmente incentrato nella Liguria, e da lì in parte anche diffusosi nel Piemonte meridionale (almeno stando al sito Gens). Difficile comunque ipotizzare una discendenza diretta, che può esistere invece a livello "simbolico". Ma vediamo dunque più nel dettaglio le vicende di questo autore, basandoci sull'ottima monografia realizzata da Francesco Roatta (ad oggi, credo, l'unica esistente. Un ampia scheda è accessibile qui: un testo che consiglio senza ombra di dubbio a chiunque voglia approfondire l'argomento per la cura e anche l'arguzia con cui è realizzato).




Antonio Roascio nasce a Bardineto il 12 agosto 1809, in piena dominazione napoleonica: il giorno dopo, il 13 agosto 1809, sarebbe giunto a Mondovì il papa Pio VII, prigioniero dell’imperatore. Una connessione mistica che certo non doveva dispiacere a un artista operante nella chiesa misticheggiante dell'Ottocento pre-Taxil. Noto come Roasio – ma firmava anche Rovasio e Roascio, appunto – fu il principale scultore della diocesi monregalese nel corso dell’Ottocento, dal 1837 al 1886, anno della sua morte.

La formazione dell’autore è avvolta dal mistero: la prima scultura sua di data certa è un San Gerolamo realizzato per la parrocchiale di Millesimo, nel 1837, quando l’artista ha ormai ventisette anni, ed opera oramai in modo autonomo. Gli specialisti si arrovellano sulla scuola a cui abbia potuto aderire, in quanto è difficile attribuire una precisa scelta estetica alle sue opere: critici diversi parlano di barocco, di neoclassico, di verismo nella sua produzione, con una variazione stilistica che segue anche l’opera realizzata: e quindi uno stile più vicino alla grandiosità del barocco nelle trionfali assunzioni, con ricchezza di svolazzi di vesti, e un naturalismo più dimesso nelle Pietà.

A Mondovì il Roasio giunge nel 1841, quando ancora regna il nobile vescovo Vitale, che aveva assistito all’incoronazione di Napoleone e aveva ottenuto, per la città, due capolavori barocchi di primo livello dalle spoliazioni di mezza Europa (e tutta Italia): il crocifisso in avorio del Barnini e gli arazzi del Rubens.

È però il vescovo Ghilardi, vero campione della reazione restauratrice, a stringere uno stretto sodalizio col Roasio, dalla sa ascesa nel 1842 in poi. Dal cantiere di Millesimo Roasio trasferisce il suo studio a Mondovì, da cui irradierà la sua arte per tutta la grande diocesi monregalese, cominciando in quell'anno stesso con la realizzazione del Coro ligneo della cattedrale. Prosegue poi la sua opera col crocifisso dell’Altare Maggiore e quello processionale.


Addolorata nella chiesa gesuita di S. Francesco Xaverio, Fotografia di Lorenzo Barberis

Invece, nella chiesa ex gesuita di San Francesco Xaverio realizza la statua dell’Addolorata,  completando così con il capolavoro barocco della città con un'opera ritenuta così eccellente che i suoi detrattori dubiteranno sia opera sua. Roascio, però, si è probabilmente adeguato allo stile barocco dell'elegante chiesa gesuitica.


Addolorata

Il tema dell'Addolorata è affrontato anche un'altra volta dal Roascio, che sceglie però in questo caso la realizzazione più appariscente in cui Maria è trafitta al petto da un simbolico pugnale, invece di significare il dolore nella semplice posa del corpo ed espressione del volto.

Sono gli anni della grande Reazione cattolica, che a Mondovì Ghilardi anticipa e sollecita. La restaurazione del 1815 ha posto fine agli "orrori della rivoluzione": ma Ghilardi sa che non bisogna dormire sugli allori, i moti del 1820-21 e del 1830-31 sono un ricordo troppo recente per il diffidente predicatore.

A livello italiano e mondiale la grande reazione cattolica si avvierà un decennio dopo l'azione del fervente vescovo domenicano (come Pio V...). Il pontefice Pio IX (1846) all’inizio egli appare addirittura “progressista” e favorevole all’unità d’Italia, poi dopo il fallimento della Prima Guerra d’Indipendenza volge sempre più a una politica reazionaria, dal 1850 in poi.

Se il Settecento aveva visto al centro la figura di Dio, vicina al Supremo Architetto dell’Universo del razionalismo illuminista, e al massimo Gesù Cristo come figura di profeta-filosofo, il secondo Ottocento contrasta quindi i massoni protestanti ribadendo con forza, come già nel Seicento, il culto di Maria (molto forte, del resto, nel monregalese del più grande santuario mariano).

L’Immacolata Concezione viene proclamata nel 1854, nel 1856 viene dichiarata la festa universale del Sacro Cuore di Gesù e del Sacro Cuore di Maria; a Lourdes nel 1858 si avviano le grandi apparizioni mariane. 












Interessante questa Assunta dai capelli sciolti e scapigliati che ricordano quasi la Venere del Botticelli.




Curiosa, del resto, anche questa Maria Bambina, in cui Sant'Anna è colta in atteggiamento insolitamente severo nell'atto di strattonare Maria per un braccio e redarguirla col dito puntato.


E Roascio scolpisce, diffonde nuove statue devozionali per la sua personale “crociata di legno”, che suscita sotto gli auspici del Ghilardi la rinascita della devozione e della fede.

Il Turletti lo dichiarerà “il più grande statuario dell’Ottocento piemontese”, con riferimento però alla sola scultura sacra in legno, la specializzazione dell’autore. La scena sabauda avrà infatti i propri grandi cantori civici e marmorei, ma la scena della reazione clericale aveva un suo canale parallelo e contrario.

Di Roasio sono attestate 125 opere, in 59 diverse località: non solo nella diocesi monregalese, ma anche a Cuneo, Saluzzo, Fossano ed Alba: in tutta la Provincia Granda, insomma.


Delle 125 opere classificate dal Roatta, a parte 11 non figurative, su 114 la Madonna appare 64 volte, quasi sempre come protagonista trionfante, mentre in sei casi appare, bambina, con la madre Sant’Anna, e in cinque Pietà con Cristo morente. Numerosi gli angeli realizzati da Roasio, a coronamento di altre opere, specialmente in unione con la figura trionfale della Madonna, per totali 151 angeli.

Gesù appare quaranta volte come bambino, di cui 30 con la Madonna, e otto con San Giuseppe, il cui culto veniva rilanciato in opposizione ai fervori comunisti. Due soli i casi in cui appare in modo autonomo. Il Cristo adulto appare in sei crocefissi, e in sei pietà: per singolo tema, non solo meno di Maria, ma perfino di Giuseppe.


La battaglia del Ghilardi si rivela, comunque, inutile. Nel 1861 sorge il nuovo stato unitario massonico, che nel 1870 conquista anche Roma, e rende prigioniero il papa mentre, al Concilio Vaticano I, egli si proclama infallibile.



Madonna dello Scalone / Funicolare, Fotografia di Lorenzo Barberis

Il 1871, trecento anni dalla vittoria di Lepanto (ottenuta dal papa monregalese Pio V…) sorgono sotto un cattivo auspicio. Anche per Mondovì. Dopo l'Unità, infatti, le tensioni tra Breo e Piazza stavano intanto per portare a una scissione dei due quartieri in due comuni differenti. Il vescovo Ghilardi allora, per evitare l'onta della scissione della sua diocesi, ipotizzò nel 1871 di costruire un grande scalone per unire Piazza e Breo, per riportare i cittadini alla concordia favorendo la comunicazione tra i due rioni.

Ovviamente fu Roascio a realizzarlo, compiendo il proprio capolavoro. Egli progettò un grandioso portale ad arco dove trionfava la Madonna con Bambino, e i busti di monregalesi illustri che avrebbero costituito il coronamento civico. 




Il progetto originale del Roasio, inclusivo dei quattro medaglioni di qui sotto e di due statue dei santi Pietro e Paolo, titolari della vicina parrocchiale di Breo, mai realizzate.



I quattro busti: il cardinale Bona, l'elettrico abate Beccaria, il marchese d'Ormea
Carlo Ferrero e l'architetto Francesco Gallo.




In realtà, il Portale non fu mai completato, anche a causa della morte del vescovo Ghilardi nel 1878. Il comune massonico raccolse il progetto nello stesso anno, trasformandolo da una devota e penitenziale scala di ascesa nella moderna e diabolica Funicolare, variazione sul tema del Carro di Satana caro a Carducci. 

Del Roascio resta, sulla Funicolare, a statua della Vergine: i quattro busti dei grandi mondoviti del '700 (l'architetto Francesco Gallo, il politico Marchese d’Ormea, l'illuminista Gian Battista Vasco e lo scienziato Gian Francesco Cigna) vengono anch'essi posti nel Liceo, dove è custodito anche il bassorilievo del loro autore. 

Qui è custodito anche un quinto busto del Roascio, dedicato a Dante Alighieri, figura cui l'Ottocento dedicherà un vero e proprio culto (specie col cinquecentenario del 1865) non escluso anche un certo gusto ermetico per il ruolo di Dante rosacroce e templare.






Difficile dire se il Dante di Roascio è ermetico o meno: comunque, il Liceo ha anche un curioso piccolo Golgota in cui il crocifisso, oltre a sormontare il teschio di Adamo, schiaccia anche il Serpente biblico della Genesi, il simbolo del male (l'attribuzione è certa: nonostante la sfocatura della foto, vediamo che nei denti aguzzi il drago stringe una mela). Figurazione spuria, perché solitamente è Maria a schiacciare il serpente, non il crocifisso.







Roascio rappresenta la scena di Maria e il Serpente, più convenzionale, ben due volte, in due sue Immacolata Concezione: una a Narzole, entro il 1856; poi ne fa una più complessa a Verzuolo, nel 1869, che il pittore Luigi Morgari ammirò, nel 1899, come la sua opera migliore, facendone effettuare una copia per la cattedrale di Saluzzo. Sul tema del Serpente/Drago cosmico, è stato di recente scoperto anche un San Giorgio e un Drago attribuibile all’autore. 



Statua di San Maurizio a Roccaforte Mondovì,
l'unica immagine che sono riuscito (malissimo) a riprodurre.



San Magno (1858)

Il Portale della Funicolare resta comunque la più grande opera del Roascio: l'unica in marmo, del resto, tranne il San Maurizio di Roccaforte Mondovì, che è l'unico caso di committenza autenticamente laica (lo scalone di Mondovì, opera civica, nasceva sotto l'egida del vescovo Ghilardi, come abbiamo visto). Il tema del santo della Legione Tebea, comunque, non era nuovo all'arte lignea del Roascio. Colpisce tuttavia la singolarità della commissione.



La Maddalena, il tema esoterico per eccellenza nell'arte sacra ottocentesca (Sauniere docet) viene affrontata due volte dall'autore: nel Noli me tangere a Nucetto e nella Pietà di Villanova. Nel primo caso, la Maddalena appare appunto con in mano la coppa dell'unguento, il San Graal / Sang Real usato anche per l'investitura dei re merovingi di Francia, a cui si lega il di lei mito ermetico.



Nel 1886, ormai settantasettenne, Roascio scompare a Mondovì. Al grande scultore monregalese vengono riservati sommi onori ed un busto nel Liceo, tra i mondoviti illustri, cancellando gli affreschi sottostanti del ‘600. Egli si va a unire così alle sue sculture più illustri, quelle per il portale dello Scalone Breo - Piazza, che proprio quell'anno viene completato nella sua nuova forma di Funicolare. L’aspetto del busto, ricavato dalla foto che di lui abbiamo (l’ars fotografica era giunta a Mondovì circa nel 1878), rimanda a una posa da intellettuale romantico, con la capigliatura scapigliata e lo sguardo proteso all’infinito.

Gli anni seguenti vedranno la fine del cattolicesimo mistico ottocentesco in cui Roascio era vissuto: ancora nel 1884 il Papa aveva scomunicato la massoneria come Sinagoga di Satana, ma nel 1885 il massone Leo Taxil aveva avviato la sua falsa confessione che lo porterà, nel 1887, ad essere ricevuto con pieni onori dal nuovo pontefice, fino a svelare la sua truffa nel 1896. La chiesa, scottata dalla ridicolo, seppe riorganizzarsi in una nuova chiave razionalista, che nel corso del Novecento si rivelerà ben più efficace dei misticismi ottocenteschi. Ma il mondo di Roasio, ormai, non esisteva più.




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