Cave Caviam




Il post sulla nuova serie di Futurama mi aveva stimolato il post sulle cavie in Futurama; e da qui, mi è venuto lo spunto per pubblicare una mia piccola ricerca sulle cavie, fatta dopo che la mia dolce metà si è decisa a comprarsi uno di questi curiosi animaletti (a cui dedico, giustamente, la foto di copertina del post).

La Cavia è un animale più interessante di quanto potrebbe sembrare. Apparentemente è molto simile a un roditore, ma con sostanziali differenze, sia nella struttura fisica che in alcuni aspetti comportamentali: per esempio, presenta sviluppate capacità cognitive, superiori ai roditori comuni: è socievole, molto comunicativo, ha comportamenti ludici e un buon livello cognitivo. 

Ha un verso riconoscibile per richiedere cibo, sviluppato nell’interazione con gli umani; salta per esprimere grande gioia – di solito di fronte all’abbondanza di cibo – e ha altri versi più sommessi per esprimere un piacere sociale, come essere accarezzata. Altri elementi l’avvicinano ai primati: ha un corpo compatto, orecchie poco pelose, niente coda, ed è incapace di sintetizzare la vitamina C. Il tempo di gestazioni, pari a due mesi, è molto lungo per le sue dimensioni. Per tale ragione è stata collocata in una famiglia a parte, quella degli Hystricocognati, ovvero “simili agli Istrici”.



Cuzco, la patria originaria delle cavie.

Del resto, appartiene a un ceppo autonomo, dato che si è sviluppato nell’America latina, presso la cordigliera delle Ande. Qui è stato domesticato dalla civiltà pre-incaica dei Moche, verso il 5000 a.C. Nel 2000 a.C. troviamo le prime figurazioni artistiche dell’animale. 

Era l’animale da carne: gli unici altri animali domesticati erano per ragioni di trasporto, come Lama ed Alpaca. Date le piccole dimensioni e la docilità del piccolo animale, allevare le cavie era il compito dei bambini. Le scarse esigenze alimentari e l’adattabilità delle cavie a vari climi ed altitudini ne causarono la diffusione in un’ampia area. Per un allevamento ottimale, le cavie incaiche erano allevate in costruzioni di terracotta, presso le cucine, dove possono riscaldarsi al calore delle stufe. Tuttora, la cavia è un piatto pregiato in Perù, Bolivia, Ecuador e Colombia.


Nella foto di Karin Stuber, una Cavia Nera.


Ovviamente, dato il suo preminente ruolo alimentare, l’animale assunse anche un significato sacro, da cui anche la precoce presenza nell’arte. A una coppia di sposi si donava una coppia di cavie, come simbolo di prosperità;  particolarmente sacra era però la cavia nera, che era associata al ruolo di animale psicopompo, in grado di comunicare con l’aldilà. Per la stessa ragione, essa era dotata di poteri profetici: gli Incas ne esaminavano le viscere per conoscere il futuro, ad esempio gli esiti di una battaglia, dopo averla sacrificata agli dei. I curanderos popolari le facevano e le fanno tuttora percorrere il corpo di un malato per individuare la fonte dell’infermità; un metodo ampiamente diffuso ancora adesso.





Ultima Cena con cavie, nell'arte andina.

Il valore sacrale della cavia rimase anche nella nuova età cristianizzata. A Cuzco infatti sorse la prima scuola di pittura cristiana del nuovo mondo, di cui uno dei massimi esponenti fu, nel ‘700, Marcos Zapata Inca (1710-1773), il quale realizza per la cattedrale di Cuzco un dipinto dell’Ultima Cena in cui l’agnello sacrificale della Pasqua è sostituito con una cavia arrostita, secondo le tradizioni locali.



Pizzarro, il sanguinario padre delle cavie in Occidente.

L’occidente era infatti entrato in contatto con la cavia con la conquista del Perù da parte del conquistador spagnolo Francisco Pizzarro, nel 1536.  I Tupi, popolo del sudamerica, la chiamavano Sauja, ovvero “topo”; da cui il Savia portoghese, e quindi l’odierno Cavia. 

La prima descrizione avviene dieci anni dopo l’avvenuta conquista del Perù, nel 1547, e il primo studio scientifico meno di vent’anni dopo, nel 1554, ad opera del teologo svizzero Konrad Gessner (Zurigo, 1516 – 1565). Gesner si era distinto per aver continuato l’opera di Trithemio nel realizzare una prima grande classificazione bibliografica, compiuta nel 1545 con la sua Bibliotheca Universalis, in cui riprendeva e completava il tentativo del maestro nel 1494. La stessa abilità classificatoria la rivolse agli “animali oscuri”, ovvero agli animali non comuni ancora non correttamente classificati.

Per le piccole dimensioni, spagnoli e portoghesi usarono per un certo periodo  le cavie come fonte di carne fresca sulle navi, riprendendo l’abitudine dai popoli conquistati. Da questo suo ruolo deriva probabilmente il nome della cavia come “Porcellino d’India”, l’India ovviamente di Colombo, ovvero l’America. Forse per questo l’allevamento delle cavie come animali da compagnia è più diffuso nelle altre grandi culture europee, Francia, Inghilterra (e Usa) e Italia.



La regina Elisabetta, la patrona di Shakespeare, dei Rosa+Croce e delle cavie. 

Le cavie furono infatti importate, oltre che dagli spagnoli, anche da olandesi ed inglesi: soprattutto qui, presso l’aristocrazia, le cavie divennero un nuovo animale da compagnia esotico, scalzando in parte cani e gatti nelle tradizionali preferenze. Per prima la regina Elisabetta I (1553-1603), adottò una cavia come animale da compagnia, anche come segno del suo dominio sul nuovo mondo: altri sovrani e nobili europei, dunque, la imitarono a ruota.

La classificazione scientifica della cavia si sviluppa nel corso del Settecento: Linneo la inserisce (1758), così come Pallas (1766), fino alla definitiva codificazione di Erxleben (1777). Verso la metà dell’Ottocento, lo scienziato Robert Koch iniziò a usarle nella sperimentazione scientifica, rendendole sinonimo di “animale da laboratorio”.

In questo punto, probabilmente, la Cavia supera il Topo come migliore metafora dell'umano. Se la somiglianza tra Topo e Uomo (ampiamente sfruttata in tutto il Novecento, Uomini e Topi sopra tutti) era per così dire "naturale", derivante dalla vicinanza forzata delle due comunità umana e topesca, la Cavia è la metafora della vittima di un esperimento, prigioniera di un postmoderno mondo labirintico che non capisce del tutto ma che comprende essere creato per metterla alla prova.  Una perfetta metafora dell'uomo moderno, dal barocco in poi, particolarmente per l'ossessione ufologica di essere gli uomini solo "cavie da laboratorio" di un gigantesco esperimento alieno.

In parallelo all'uso scientifico, comunque, l’usanza delle cavie come animali domestici si diffuse alla borghesia e quindi anche ai ceti medi, aumentandone la notorietà. Una delle prime attestazioni è il porcellino d’India in “Alice in Wonderland” (1865) di Carroll, dove nel processo finale ad Alice vengono giustiziate due cavie. La regina è una parodia della rigida Vittoria (come nella rappresentazione grafica del cartoon Disney), ovviamente, ma anche della lunatica Elisabetta (ha il suo aspetto nel film di Tim Burton). Quindi l'elemento delle cavie potrebbe non essere così casuale, alla sua corte.




`You're a very poor speaker,' said the King.

Here one of the guinea-pigs cheered, and was immediately suppressed by the officers of the court. (As that is rather a hard word, I will just explain to you how it was done. They had a large canvas bag, which tied up at the mouth with strings: into this they slipped the guinea-pig, head first, and then sat upon it.)

`I'm glad I've seen that done,' thought Alice. `I've so often read in the newspapers, at the end of trials, "There was some attempts at applause, which was immediately suppressed by the officers of the court," and I never understood what it meant till now.'

`If that's all you know about it, you may stand down,' continued the King.
`I can't go no lower,' said the Hatter: `I'm on the floor, as it is.'
`Then you may sit down,' the King replied.
Here the other guinea-pig cheered, and was suppressed.
`Come, that finished the guinea-pigs!' thought Alice. `Now we shall get on better.'



Negli anni '50, la macchina tritatutto dell'horror legato ad animali mostruosi riuscì a riutilizzare anche le cavie.



Ovviamente, la ragione principale di interesse per le cavie in letteratura è però il loro ruolo di soggetti di esperimenti, in quanto questo le rende una perfetta metafora dell’essere umano, anch’egli cavia rinchiusa in un labirinto più grande di lui. Come il protagonista di “Fiori per Algernon” (1959) di Daniel Keyes, premio Hugo del 1960, premio Nebula come romanzo nel 1966: una cavia resa intelligente tramite un esperimento genetico, che viene poi applicato anche a un ritardato mentale che però, divenuto intelligente, poi nuovamente regredisce.



Cavie, criceti, piccoli roditori sono frequenti presenze nell’immaginario della fiction avventurosa.

La base è decisamente antica: la Batracomiomachia vede i topi opporsi alle rane nella parodia della guerra di Troia, risalente all’800 AC; ma in generale, il patrimonio delle fiabe classiche fa del topo il vero correlativo oggettivo dell’essere umano comune, soldato semplice di una scala di potenza animale dove il Leone investe le parti regali, e le altre creature a scendere. Per tale ragione, al topo va spesso una maggiore simpatia, e se non possiede la forza, l’agilità, la stazza o la malvagità di altri animali, gli si riconosce in compenso furbizia, astuzia, buon senso, organizzazione con cui compensare e spesso trionfare.

Il tema topesco attraversa tutta la letteratura medioevale nell’allegorismo di fiabe e fablieaux, fino a reincarnarsi nella letteratura per fanciulli dell’Ottocento sotto l’egida inventiva di una Beatrix Potter. Le cavie non mancano una comparsata in Alice.

Il fumetto novecentesco riprenderà la catena cane-gatto-topo fino alla nausea: dopo comics di enfant terribles nei primi anni del ‘900, sarà l’anarchico topo Ignatius di Krazy Kat a inaugurare la vincente dinastia, che vedrà eredi vasti e disparati: dal Tom di Tom e Jerry alle incarnazioni di Barbera: Pixie e Dixie, i cloni più vistosi di Tom, Speedy Gonzales il messicano, Mototopo ed Autogatto nella loro passione per auto imprevedibili e bizzarre.

Il massone Walt Disney evolverà il topo in stilema grafico nel suo Mickey Mouse (1928), ma è un topo astratto che vive in un mondo fiabesco sullo stile esopiano. Da Cenerentola (1950) in poi, invece, i roditori dei film Disney costituiscono una società organizzata e sommersa al fianco degli esseri umani – è Cinderella a fornire loro vestiti, oltre al formaggio, in cambio del loro aiuto.

Gli astuti scoiattoli Cip e Ciop perseguitano l’infuriato Paperino, senza ancora giungere ad un vero antropomorfismo (ma negli anni '90 avranno il loro ruolo avventuroso in "Rescue Rodent"); invece, il chipmunk Alvin diviene una vera e propria rockstar nei cartoni anni ’60 come nei recenti film digitali.

La società topesca parallela a quella umana troverà alla Disney piena espressione sistemica in “Bianca e Bernie” (1980) e in “Basil l’investigatopo” (1986), per essere poi esplicata con una parvenza di estrapolazione razionale in “Brisbie e il segreto di Nihm” (1988) di Don Bluth. Fievel sbarca in America e nel West, continuando ad ampliare tale paradigma.

Anche nell’era digitale continua la presenza dei roditori. In “Bolt” (2005) un criceto nerd ammira le avventure del cane d’azione in TV, per poi divenirne compagno. Un buongustaio topo francese è il protagonista di Rat-atouille. E poi ovviamente Futurama (1999), di cui ho ampiamente parlato, in cui sono propriamente le cavie a tornare protagoniste: nascosta ma perfetta metafora di un universo che è tutto un unico, grande laboratorio scientifico di sperimentazione, a danno dei suoi sventurati e simpatici abitanti.

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