Constantine Dreams


Piero della Francesca, Sogno di Costantino (1458) / Marco Roascio, "Constantine's Dream" (2012)

Marco Roascio, di cui ho spesso parlato su queste pagine, è a mio avviso il più interessante artista operante sulla scena monregalese. Non solo per la ricerca interessante e post-moderna che porta avanti sulla rielaborazione di manifesti, di cui ho già scritto, ma anche per la sua capacità, a volte anche inconscia, di cogliere alcuni grandi archetipi della storia dell'arte nel loro riproporsi in quell'"arte degenerata" - e proprio per questo, a volte, autenticamente surrealista - che è appunto la cartellonistica pubblicitaria periferica e minore, uno dei suoi obiettivi prediletti.

Un esempio molto interessante, al proposito, è il suo ultimo dipinto, raffigurato qui ovviamente sulla destra dell'immagine. La rielaborazione della pubblicità di un mobilificio - il più classico topos delle pubblicità di provincia - che l'artista aveva inizialmente intitolato "Spazi Aperti", e poi rinominato, anche su mia suggestione, "Constantine's Dream".



L'intervento di Marco Roascio è qui minuzioso e minimale: si limita pressoché a ricalcare i segni lasciati dalle piegature derivanti dall'incollaggio del manifesto, rendendo più palese la sua natura effimera e degradata già evidente nella foto originale, che ho riportato qui sopra. Una scelta inconsciamente corretta, perché l'artista ha così mantenuto il parallelo che questa foto suscita subito con il Sogno di Costantino effigiato dal massimo maestro del rinascimento prospettico, Piero della Francesca.

La vicenda è nota: Costantino, accampato a Rivoli, presso Torino, riceve nella notte del 312 una misteriosa visione. Qui uno dei tanti siti della Torino ermetica che ricostruiscono la vicenda: in sintesi, Costantino avvista una croce fiammeggiante con su scritto "In hoc signo vinces"; in questo segno vincerai: la riporta sugli scudi dei suoi legionari, affronta gli avversari al titolo di imperatore e li sconfigge. Quindi, comprende che è la croce cristiana, e si avvicina alla nuova religione, iniziando intanto, nel 313, a proclamarne la libertà di culto col celebre Editto di Milano.



Per altri invece la croce è in realtà quella a sei bracci del Chi-Ro, oggi rispolverato nel Sole delle Alpi pagano, e molti dubitano che si tratti di un simbolo cristiano, in entrambi i casi: la croce era un simbolo geomantico già pagano, e il Chi-Ro, addirittura, era già il monogramma di Chronos, il Saturno romano, il re dei Titani detronizzato da Zeus, di cui si attendeva il ritorno col nuovo Eone iniziato verso il nostro stesso Anno Zero. Ovviamente, non mancano gli ufologi che vedono nella "croce fiammeggiante" una formazione di navicelle degli alieni, sempre pronti a intervenire per guidare la storia umana. Del resto il vicino Musiné è da sempre sito di strani avvistamenti.



Ad ogni modo, Costantino diviene il simbolo stesso dell'Impero Romano Cristianizzato, il "Sacro" Romano Impero che, scomparso nel 476 d.C., verrà poi ricostituito nel medioevo da Carlo Magno, nella notte di Natale dell'800 d.C..

E qui si inserisce, tra 1458 e 1466, la ripresa da parte di Piero della Francesca. Siamo ad Arezzo, nella chiesa di San Francesco, e il pittore realizza un ciclo sul mito della Vera Croce, di cui l'apparizione a Costantino è un momento (appunto) cruciale.

Il dipinto è il più notevole dell'intero ciclo: il gioco di ombre, che Piero ricava dai fiamminghi, è reso impeccabile dalla sua abilità nella correttezza prospettica, e resterà insuperato fino a Caravaggio, oltre un secolo dopo.

Ovviamente, la luce non è un puro virtuosismo, ma è totalmente funzionale alla scena: nella notte che va a finire (la notte del paganesimo) la luce irrompe dalla Vera Croce, portata in mano da un angelo. Le due guardie armate non la vedono, ovviamente, perché appare solo in sogno all'imperatore, ma con le loro armi creano una sorta di freccia direzionale che la evidenzia, seguendo del resto il movimento tutto ascensionale creato dalle cuspidi delle tende dell'accampamento.

L'ascesa prodotta dal Cristianesimo, ma anche dall'Impero Romano: e nel Rinascimento di Piero, questi due valori tornano a fondersi nel culto che il Rinascimento restaura dei classici.




Nel manifesto rielaborato da Roascio la corrispondenza della scena è pressoché perfetta, ma tutto cambia completamente. La tenda, l'elemento centrale, è presente e nell'identica posizione, anche se qui una base quadrata ospita una corta piramide. Ma tutto il resto manca: è sparito l'accampamento, sono sparite le guardie, il servitore e Costantino stesso. 

Solo la guardia con l'alta lancia, quella più vicina all'osservatore, è suggerita da un cerchio d'ombra che appare sulla scena, richiamandone l'elmo. Forse il segno di un vicino cartello stradale, data la sua perfetta circolarità. Ma appunto, non è una presenza, è l'ombra di una presenza. La stessa scritta pop che sormonta la scena, "Spazi Aperti", che ovviamente in origine è un riferimento all'ampia disponibilità d'orario del centro commerciale, rimanda alla desolazione evocata dal baldacchino isolato. 

Anche la croce è, ovviamente, sparita: la luce proviene dalla Luna, il cui taglio a V sembra però suggerire, in modo geroglifico, la sovrapposizione della figura dell'angelo, sia pure ormai lontano. Tuttavia la luce dominante non è più calda e gialla, ma azzurra e gelida.



La tenda del sovrano è ovviamente in vendita, a soli 259 euro (sarebbe stato meglio ancora una cifra ancora più tipica del trucco psicologico delle false offerte commerciali, tipo 299.99 euro...). Il nome stesso della tenda, poi, rafforza l'interpretazione generale, in quanto il suo nome rimanda ad Artù, altra figura di mitico sovrano europeo, associato al Vero Graal quando Costantino era associato alla Vera Croce (che sarà appunto la madre Sant'Elena a ritrovare). Naturalmente, nel manifesto originale sarà appunto un rimando alla tenda da campo dei re medioevali: e tuttavia la coincidenza è interessante.

Il simbolismo generale appare insomma evidente: il Constantine's Dream, il sogno dell'Impero, è ormai completamente declinato in questo 2012 dell'Apocalisse Maya che è, molto di più, l'ineluttabile tramonto dell'Occidente (dell'American Dream?) sotto i colpi di una crisi che non appare più temporanea. Forse solo il Sacro Imperatore, solo Costantino, solo Artù potrebbero aiutarci. Ma i grandi sovrani del passato dormono (e sognano?) nella perduta Avalon. E probabilmente, questa volta nessuno ci salverà.


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