Hy(pers)patia



Visto di recente, con Laura e gli amici Gabriele ed Elena, l'interessante film "Agorà" (2009) di Alejandro Amenabar, già autore del pregevole "The Others" (2001) con Nicole Kidman. Il film, come è noto, è una ricostruzione della mitica figura di Ipazia, la grande filosofa dell'antichità, ultima custode della Biblioteca di Alessandria, eliminata dai fondamentalisti cristiani nel 415 d.C.

La figura di Ipazia mi ha sempre affascinato, e ne ho anche parlato già in questo blog in occasione di una conferenza sull'argomento (vedi qui) oltre a vari riferimenti sparsi qua e là.

Un film scorrevole, ma anche in parte un'occasione mancata. La figura della filosofa è ridotta alla dimensione di scienziata, cosa logica, in parte, data la natura più scientifica della scuola d'Alessandria al cospetto di quella d'Atene; e - come avanzato già anche in sede accademica - si ipotizza che ella abbia presagito, sulla scia di Aristarco di Samo, la giustezza dell'Eliocentrismo (gettando così un ponte simbolico, è ovvio, coi moderni martiri dell'Inquisizione, gli scienziati eliocentrici della rivoluzione scientifica del 1600, oltre un millennio dopo).



Silvia Aonzo, Betti Briano, Vilma Filisetti, Gabriella Freccero, 

"Ricomporre Ipazia" (Museo d'Arti Primarie 2010)

Per una strana sincronicità, l'associazione La Meridiana Tempo, di cui faccio parte, mi ha passato in lettura, nello stesso tempo, un affascinante saggio su Ipazia, "Ricomporre Ipazia", uscito in Italia, a Savona, proprio sulla scorta dell'uscita del film. Il saggio ricostruisce la figura a tutto tondo della filosofa, ponendo Ipazia in una ampia contestualizzazione, che la vede come punta dell'Iceberg della filosofia femminile antica, un necessario bilanciamento di quella maschile in continuità con la tradizione sacerdotale del matriarcato isiadico, tradizioni sopravvissute poi in parte, sottotraccia, in età cristiana.


Affascinato dall'operazione, in attesa di portare, forse, il libro in presentazione a Mondovì con l'associazione, ho deciso di celebrare anch'io, a mio modo, la Ricostruzione d'Ipazia, nel modo che è proprio di questo blog, ovvero con un excursus iconografico.



La figura di Ipazia ha, tra le altre cose, influenzato la figura di Caterina d'Alessandria. Martire cristiana mitologica, anche lei di Alessandria d'Egitto, con un nome che indica purezza virginale (come Ipazia), oppone discorsi razionali ai suoi persecutori irrazionali (ed è venerata quindi quale dottore della Chiesa, titolo dei più insigni filosofi cristiani). Appare probabile a molti un'influenza di Ipazia su Caterina, visto che molti cristiani ritenevano comunque barbaro il suo assassinio da parte della setta dei parabolani. Ma questo è un tema su cui si potrà tornare più ampiamente in seguito.

Ipazia come Ipazia, invece, appare nel medioevo in alcune rare figurazioni dei manoscritti miniati, dove si sovrappone quasi all'allegoria della stessa Geometria. Come nell'immagine qui sopra, dove insegna ad attenti astanti a realizzare semplici forme geometriche con un (massonico?) compasso.




Significativo che sia Masolino, l'iniziatore del Rinascimento prospettico a Firenze, il primo a celebrare nuovamente Ipazia nei primi del Quattrocento, prima della sua più nota comparsa nella Scuola d'Atene di Raffaello. Il culto geometrico della prospettiva si riflette in quello della geometria filosofica neoplatonica insegnata dall'autrice. Formalmente, l'immagine sopra si riferisce, ovviamente, a Santa Caterina, come comprova l'aureola; ma il tema iconografico rimanda chiaramente alle lezioni di Ipazia.



La figurazione più nota è però quella di Raffaello, che effigia Ipazia tra i filosofi della sua Scuola d'Atene, ai primi del 1500. Anche qui, è contestata la reale identificazione, anche perché ogni figura antica è effigiata col volto di una moderna. Ad esempio, Platone è Leonardo, e così via. Ipazia sarebbe Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, cosa che escluderebbe, per alcuni, il riferimento ad Ipazia. Però, la natura androgina della figura  è innegabile; e appare plausibile una doppiezza intenzionale del riferimento, così come avviene nel tema, ben più noto di San Giovanni / Maddalena nelle figurazioni dell'Ultima Cena.

Allegoria della geometria, di Santa Caterina, di Francesco della Rovere: Ipazia non è mai pienamente lei, per l'imbarazzo che causa al cattolicesimo ufficiale. Per questo ogni figurazione, anche allusiva, sembra sparire (se si esclude, ovviamente, il discorso su Santa Caterina, che appare tuttavia sempre come Martire e non come Filosofa, almeno nelle opere più rilevanti).



La rivalutazione vera di Ipazia partì poi con l'età dei lumi, dove fu John Toland a scrivere, nel 1720, un appassionato panegirico di Ipazia, cui rispose il clericale Thomas Levis l'anno seguente, difendendo le buone ragioni del vescovo (e santo) Cirillo, mandante della sua uccisione.



La sua figura però colpì ancor più l'immaginario dell'Ottocento, anche sulla scorta di una ripresa che passa - curiosamente - molto vicino alla mia Mondovì. Infatti, è Diodata Saluzzo Roero, la nobildonna saluzzese considerata la "sibilla alpina" a interessarsi di lei. Se può significare qualcosa questa coincidenza, Santa Caterina è particolarmente venerata in Piemonte, dove si mescola alla figura divinizzata della Morte, chiamata appunto "Catlina", "Caterina".

Diodata (Torino, 31 luglio 1774 – Saluzzo, 24 gennaio 1840), figlia di Luigi Saluzzo, cofondatore nel 1758, con Lagrange e il monregalese Cigna, della Società Scientifica Torinese, nel 1794 esordì col poema “Amazzoni”, poi con “Rovine” entra nell’Arcadia come Glaucilla Eurotea e nel 1799 nei Pastori della Dora, gli arcadi torinesi. 

Nel 1800 sposa il conte Roero di Rovello, che muore però nel 1803. Torna a scrivere e compone Erminia, Tullia e appunto “Ipazia, o della filosofia” (1827), che avvia il rinascimento ottocentesco della figura. Vero è che la saluzzese Diodata dà credito alla leggenda che vuole Ipazia convertitasi in extremis e per questo uccisa da un sacerdote pagano, ma comunque ne parla con toni positivi.



Diodata morirà nel 1840, e dopo la sua morte i semi della rinascita ipaziana daranno i suoi frutti. Nel 1843 gli autori tedeschi Soldan e Heppe ne fanno un'antesignana delle streghe; nel 1847 appare un poemetto dedicatole da De L'Isle, in Francia. Nel 1853 Charles Kingsley dedicherà a Ipazia un nuovo romanzo (qui sopra una illustrazione dell'edizione del 1857), e qui di seguito, una serie di immagini testimonianti il successo del tema nel Secondo Ottocento, tra cui la fotografia della pittorialista Margareth Cameron, la prima importante donna-fotografo. 







1865

Una nuova immagine datata che troviamo è questa acquaforte francese, identificata al 1865, dove Ipazia è colta nel momento del martirio. Due anni dopo, Margaret Cameron, la prima fotografa, realizzerà uno studio sulla figura ipaziana. Come nella Saluzzo, dunque, c'è fin da subito una pulsione delle intellettuali dell'epoca a identificarsi con la loro più autorevole antesignana.




Margareth Cameron (1867)



Mitchell (1885)


Mindre (1889)



1893



Mary Anderson as Hypatia (1900 c.)


Gli anni tra 1880 e 1900 vedono un vero e proprio florilegio di immagini di Ipazia, parallelo alla pittura simbolista e rosacrociana, cui il tema di Ipazia sembra vicino in queste trattazioni pittoriche e grafiche; ivi inclusa, tra l'altro, la dedicazione del satellite che porta il suo nome, nel 1884. Poi, un certo affievolirsi dello slancio, pur nel permanere di interessanti citazioni.



Proust, ad esempio, ne cita en passant il nome in una sede importante della "Recherche", l'ultima frase del capitolo di "All'ombra delle fanciulle in fiore" (1919). Per paradosso, è nella fantascienza dei primi anni '50 che troviamo omaggiata Ipazia, forse anche in virtù dell'acquisito valore astronomico, in opere di Pohl, in Doctor Who e in altri, più recenti.



La rinascita avviene col '68 e la Seconda Ondata del femminismo. Tra gli altri, fondamentale l'Ipazia fumettistica di Pratt, che la traspone nella sognante e atemporale Venezia di Corto Maltese, "altra Alessandria" minacciata dalla stupidità fascista.  Il recupero colto di Mario Luzi, in un poemetto, è di due anni dopo, nel 1973.


Anche Umberto Eco recupera Ipazia, nella sua tarda opera "Baudolino" (2000). Giunto nel regno del Prete Gianni, il protagonista si innamora qui della donna-satiro Ipazia, che poi perde. Il romanzo si conclude con Baudolino che parte alla ricerca della Donna Amata, simbolo forse dell'irraggiungibile verità filosofica.



Il film del 2009, tra l'altro, va in parallelo con un altra pellicola dedicata a un grande archetipo del sapere e del potere femminile: la Papessa Giovanna, rievocata da Sonke Wortmann. Un'altra sincronicità, un'altra coincidenza; speriamo un segno della rinascita dell'eterno femminino in questo nuovo Eone veniente. Magari pronto a risorgere proprio dai meandri dell'iperspazio. Anzi, dagli Hy(pers)patia.

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