capoLaveri


Fotografie di Laura Blengino

Bella mostra al Museo della Ceramica di Mondovì Piazza, con le ceramiche del savonese Giorgio Laveri. Un lavoro, quello di Laveri, decisamente interessante. 

A un primo impatto, non si può fare a meno di ricordare la ricerca di Claes Oldenburg, che dal 1961 si era distinto nella scena pop-art americana per le sue ipertrofiche riproduzioni in gesso degli archetipi del fast food: hamburger, patatine, coca-cole colti nel segno di un eccesso bulimico e disturbante, una satura nel duplice senso latino del termine, potremmo dire.

Laveri, invece, usa però la ceramica, nobile tradizione artistica albissolese (e da Albissola deriva anche, per filiazione, la tradizione ceramica monregalese), e l'effetto ricavato dalle sue gigantografie tridimensionali è, all'apparenza, opposto: non una critica ma una valorizzazione, sia pure ironica, degli oggetti di design italiano (quasi sempre, anch'essi, legati al cibo) che l'autore ingrandisce.

Elegantissime, ad esempio, le ciliegie dell'amarena Fabbri che sono divenute il rosso logo di questa mostra monregalese, ciclopiche e tentatrici come altrettante mele di Eva.





Non manca anche un certo gusto fumettoso alle opere di Laveri, un ammorbidimento grazioso e impalpabile degli oggetti rappresentati, che si esplicita forse al massimo grado nella Montblanc ripresa, a detta dell'autore, da quella del commissario Basettoni nelle avventure di Topolino. Una dichiarazione di "stile" che, ovviamente, non può non passare per il tramite della "stilo". Non a caso, le penne sono l'unico elemento che torna in mostra in forma accartocciata, con quella che parrebbe essere una citazione più evidente della decostruzione popart oldenburghiana.



Nel caso della Moka, un archetipo che, da appassionato del caffè, non posso non amare molto, al gigantismo si aggiunge il viraggio in un vezzoso rosa, che pare precorrere il processo di femminilizzazione della tecnologia (per cui, se un aggeggio tecnologico per ragazzi è in tinta metallizzata, per ragazze diviene immancabilmente smaltato in rosa).




Il complemento necessario a un buon caffé, un amabile gianduiotto, è mantenuto invece nello splendore del suo color oro, rimando ad un lingotto del prezioso metallo. Del lingotto, qui, il gianduiotto di Laveri ha così non solo la forma e il colore, ma anche le dimensioni, per la gioia - purtroppo solo degli occhi - dello spettatore.



Simbolo ambiguo invece il Pinocchio - cavatappi, intitolato significativamente LAVERItà, forse a rimarcare il contrasto tra la menzogna di Pinocchio e l'In Vino Veritas cui pare rimandare l'ambito enologico.








Oggettivamente però non sono solo le suggestioni gastronomiche ad apparire nell'opera dell'autore, una trama che ci aveva ispirato a cogliere, forse, il parallelo con Oldenburg. La pistola, i bossoli di macchina fotografica, lo scintillante basso-tuba dorato rimandano invece quasi ad un'atmosfera da giallo anni '30, tutto gangster e jazz age (e qui, forse, si sente l'influenza del Mickey Mouse delle origini, il Topolino Giornalista roosveltiano).


Per concludere, decisamente il più ermetico dei pezzi in mostra, uno dei grandi rossetti (anche qui, l'evocazione del noir topolinesco è stringente...) che tuttavia, invece dell'usuale tubo rosso, lascia apparire una ceramica smaltata di sapore rinascimentale, una Venere circondata da amorini. Un raffinato rimando alle origini nobili della tradizione ceramistica che pare confermare il senso aulico - sia pur giocoso - dell'operazione di Laveri: nobilitare, non schernire, gli archetipi rielaborati nel suo agire artistico.

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