Il Cab(a)ret Ermetico del professor Melies


(Spoiler Alert, as usual).

Hugo Cabret è uno strano film di Martin Scorsese, in cui il regista, sulla base dell'adattamento di un romanzo per ragazzi, intesse un grande elogio di George Melies, il padre del cinema fantastico e, data la natura documentaristica delle opere dei Lumiere, per molti il padre del cinema tout court. Film strano, poiché il cinema di Scorsese è usualmente molto lontano dallo spettacolare onirico di Melies, e strano per il modo in cui l'omaggio è condotto: non un film documentario su Melies stesso, che sarebbe forse stata la chiave più interessante (mettendo in relazione, tra l'altro, il cinema "pictorialista" di Melies, con le sue colorazioni e i suoi effetti speciali da mago-illusionista qual era, con il cinema digitale odierno, che nuovamente distorce la "verità" della pellicola). Ma nemmeno un film dichiaratamente fantastico, come si sarebbe potuto facilmente ricavare. 

Invece, abbiamo la storia dell'insipido protagonista Hugo (citazione del cognome di Hugo, o del nome di Gernsback?) Cabret, orfano di entrambi i genitori, che ripara gli orologi della Gare Montparnasse dove lavorava lo stesso Melies, come giocattolaio, dopo il declino della sua carriera cinematografica. Il padre di Hugo, orologiaio, stava restaurando, per la solita incredibile combinazione, l'automa che Melies smontò per ricavare la sua prima macchina da presa. Il povero Hugo si dedica a ripararlo, rubando meccanismi allo stesso Melies, e alla fine restituendogli il robot e la sua passione per il cinema.

La vicenda del declino di Melies, della perdita dei suoi film dopo la Grande Guerra, e l'estrema riscoperta da parte dei Surrealisti, con la prima retrospettiva cinematografica della storia e il recupero di parte dei suoi capolavori, è abbastanza fedele; ma il punto di vista adottato comprime la parte più interessante, ovvero la nascita e sviluppo della sua Traumfabrik, rievocato solo da rapidi ricordi.

Per chi, come me, ha scritto una tesi sul teatro d'automi, è interessante la centralità data all'elemento, storico, dell'automa di Melies. L'automa era infatti stato smontato dall'autore per ricavare la sua prima cinepresa, con un simbolico sacrificio e passaggio nel suo ruolo di mago come "marionettista" di automata a mago del nuovo medium cinematografico. Significativo, dunque, che il cinema come "fabbrica dei sogni" nasca proprio letteralmente cannibalizzando il "sogno della macchina", l'automa sette-ottocentesco ai suoi ultimi sgoccioli.

Meno interessante l'uso filmico del tema, nella sua parte fantastica. Il rapporto tra il ragazzo e l'automa, che in egli vede, come è ovvio, la proiezione del padre scomparso (e che ritroverà ovviamente nel burbero benefico Melies) è interessante, ma non sviluppato in tutte le sue possibilità espressive. Rimanda, per certi versi, al ben più raffinato A.I. di Spielberg (2002), in cui il giovane protagonista, robot perfettamente androide abbandonato dagli improvvidi genitori adottivi, trovava nel più robotico Jigolò Joe uno specchio della sua natura automica, che egli avrebbe saputo invece superare. Qui però lo specchio è muto, l'automa è solo una macchina che implicitamente afferma, come cartesianamente dichiarava appunto lo Scrivano, "Non penso, quindi non sarò mai".



Da buon blogger ermetico, tuttavia, penso che sarebbe stato più interessante un'indagine esoterica sulle motivazioni che potrebbero aver spinto alla romanzesca "scomparsa" di Melies e alla sua repentina ri-apparizione. In fondo Melies è rimasto noto soprattutto come cantore, nel 1902, di un viaggio sulla Luna con tanto di incontro con gli alieni, decisamente aggressivi e dall'aspetto rettiliano, come si può vedere nell'immagine sovrastante.


L'astronave di Verne arriva a Stone(henge?) hill (1865)

Un tema che egli riprendeva, in modo incredibilmente precoce, dal romanzo di Wells dell'anno precedente, "I primi uomini sulla Luna" (1901), ben più che ai due celebri romanzi di Welles ("Dalla Terra alla Luna", del 1865, e il sequel del 1870), precedenti di poco le grandi rivelazioni schiaparelliane e teosofiche su Marte (1877-78), dove non vi era alcun allunaggio e quindi nessun incontro inquietante.

Soprattutto nel romanzo di Wells, la società selenita era descritta come un prototipo del totalitarismo perfetto, divisa in rigide caste eugenetiche. Il lavoro di Melies è decisamente più semplificato, ma la sua natura filmica lo rende decisamente più di impatto e in grado di fare presa su un più vasto pubblico. Una ragione per cui illuminati rettiliani potrebbero facilmente ritenere opportuno farlo sparire e passare per morto, salvo poi liberarlo per nuovi sviluppi intervenuti nel Grande Piano.



L'immagine iconica del film, del resto, è probabilmente la prima icona moderna (e certo la prima nel XX secolo) ad effigiare il celebre "occhio illuminato", ovvero una figura umana (il Vecchio della Luna, interpretato dallo stesso Melies) che ci mostra un solo occhio (l'altro è, ovviamente, chiuso dal razzo stesso). Un immagine divenuta il simbolo stesso del simbolo delle origini, e che nel suo rimando "illuminato" sembra voler rivelare, a chi sa leggere, che la cultura popolare nasconde più misteri di quelli che crediamo, e ben prima di Lady Gaga. Peccato che Scorsese non abbia voluto rivelarceli.



Post più popolari