Raffaello Carrà


Foto Lorenzo Barberis


Foto Laura B.

Vista ieri ad Alba la meravigliosa mostra di Carlo Carrà presso la Fondazione Ferrero.
Il pittore di Alessandria (Quargnento, per la precisione) mi ha sempre affascinato.
In parte per la sua qualità di principale artista astratto d'area piemontese nel periodo
(legato anche alla vicina Liguria). Ma soprattutto, per la sua grande trasversalità alle avanguardie,
che lo ha portato a una sintesi incredibilmente personale delle stesse.


Il primo dipinto di Carrà risale al 1900 preciso, ancora in uno stile divisionista italiano vicino al
misticismo simbolistico ed agreste di un Segantini, controcanto pittorico del simbolismo pascoliano in poesia.
Opera presente nell'ottima mostra, come tutte le altre sotto esposte.



Ma già nel prosieguo del suo periodo divisionista emerge nel tempo il gusto per la vitalità elettrica della città,
colta nella frenesia dell'uscita da teatro o nel pulsare frenetico dei tram.


L'adesione al futurismo porta alla sintesi di tipo astratto, ma resta il tema tumultuoso della "città che sale".
La fase futurista è del resto breve e transitoria, e si accompagna a esperimenti anche cubisti.


Col 1915 e l'inizio della guerra Carrà inizia a percorrere altre strade.
E' la fase di dipinti evocanti figure archetipe, assolute, stagliate su un bizantino sfondo oro.
"I Romantici", del 1916, ad esempio, è molto interessante e già ricca di inquietudini metafisiche.
Il fanciullo sormontato dalla corona potrebbe essere Umberto II?
La palla in mano, inoltre, potrebbe rimandare alla Sphaera Mundi, divisa tra acque e terra.
All'epoca Umberto II aveva 11 anni, ed era erede al trono.
Difatti non ha ancora la corona, e un'aquila sembra insidiarla: l'Austria?
Le tre figure dietro di lui hanno inoltre un'aria minacciosa, specie quella che stringe il coltello,
che ricorda molto da vicino il nostro monregalese Giovanni Giolitti, primo ministro ostile al conflitto
(Carrà, futurista, era invece favorevole).
Giolitti era massone; l'omicidio rituale oscuro  è compiuto, secondo alcune tradizioni, dai tre Juves,
in ricordo dei tre omicidi di Hiram Abif, l'architetto mitico fondatore dell'ordine all'era di Salomone.
(un rito di omicidio opposto, dunque, alla massoneria positiva e "bianca").
Del resto, una figura tiene un libro, simbolo della legge iniziatica (qualsiasi essa sia), la seconda un mattone,
a simboleggiare la muratura del cadavere. Giolitti, l'esecutore, tiene in mano il coltello rituale.
Essi potrebbero essere, con ironia, i "Romantici" del titolo: fingono di opporsi alla guerra per ragioni ideali,
in verità per un piano più oscuro e ostile alla dinastia.
(Naturalmente, è probabile che esista una lettura più rassicurante: ma in questi casi esiste sempre).






Nel 1917, all'ospedale militare di Ferrara, Carrà incontra De Chirico e De Pisis
(di cui ho recentemente visto e recensito la mostra cuneese)
e con essi fonda la Metafisica.
Carrà effigia a suo modo la Musa Metafisica in uno dei suoi primi dipinti in tale stile;
ancora una volta, la dea è associata all'Istria, luogo di scontri con l'Austria nel conflitto.
(Dipinto quasi profetico: l'Istria sarà poi persa nella seconda guerra mondiale).
La croce cristiana è quasi eclissata dal prisma colorato di una pagana piramide.
La musa è effigiata come una tennista, nuova icona della donna sportiva e "futurista".




Non mancano rimandi nuovamente, vagamente massonici nelle opere del periodo.
"Il figlio del costruttore" (1917 - 1921) evoca nel nome l'ordine muratorio, nei vestiti la Musa e nella posa
il giovane sovrano minacciato dei "Romantici".

Ancor più esplicito "L'amante dell'ingegnere" (1921), dove la bianca statua classica è associata
chiaramente a una squadra e un compasso. L'ingegnere del caso è decisamente ermetico.


Sempre nel 1921, però, un viaggio in Liguria allontana Carrà dalle avanguardie.
Questo paesaggio, simbolo della mostra d'Alba, è considerato il quadro di transizione.
Carrà era tornato ai "primitivi", Giotto e Masaccio, e li aveva portati in gita in Liguria.
Tra Lerici e Turbia, dove Dante Alighieri aveva immaginato per metafora la spiaggia del suo purgatorio.
E, in effetti, i paesaggi restano molto metafisici.
Ma Carrà è ormai tornato al dato naturale.
E pur rielaborandolo alla luce della sua previa esperienza, si allontana dall'ars ermetica più pura.
Nei ritratti femminili, forse, resta maggiormente qualcosa in più della sua antica esperienza.









Con questa nuova produzione, Carrà fu attivo per oltre vent'anni, fino al 1966, anno della sua scomparsa.
Negli anni '60, comunque, a lui decise di ispirarsi la più nota showgirl italiana, per darsi il suo nome d'arte.


Raffaella Pelloni, in arte Raffaella Carrà.
Difficile dire se la Raffaella nazionale abbia voluto separarsi da Pelloni per la sua scarsa eufonia,
o per il timore di un rimando al brigante Stefano Pelloni "il passatore", suo effettivo antenato,
ancora molto noto in Romagna come figura del folklore locale.
Invece, appare probabile che la sceltà di Carrà, breve ed efficace, avvenga anche per l'avvicinamento a
Raffaello, l'artista rinascimentale per eccellenza. Classico e moderno insieme, e nel segno dell'arte.
Comunque sia, ormai l'allieva ha superato il Maestro:
nell'immaginario collettivo italico c'è spazio per un solo Carrà.
Speriamo che almeno Raffaella sia una buona impersonificazione dell'eterna Musa Metafisica.

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