Così, per Hobbit




Tra le visioni di fine 2012 che recensisco ora in questo nuovo anno, vi è ovviamente "Lo Hobbit" di Tolkien,
nell'interpretazione di Peter Jackson, il regista della trilogia del Signore degli Anelli. Si tratta di un prequel: le vicende dello Hobbit (1934-37) precedono e preparano quelle della trilogia tolkeniana (1937 - 1954), benché si tratti di un singolo, e breve, romanzo per ragazzi.

Il primo ciclo, iniziato nel 2001 con "La Compagnia dell'Anello", aveva ottenuto un enorme successo e notevoli critiche dai fan tolkeniani per gli inevitabili tagli nell'adattare la vasta opera del Maestro.

Inquietante che il capitolo del 2002 si intitolasse "Le Due Torri", ovviamente quella di Isengard di Saruman e quella di Sauron a Mordor, ma che all'indomani del 9-11 non poteva che apparire una strana sincronicità.

Nel 2003 la conclusione, con "Il Ritorno del Re"; e da allora una parentesi di dieci anni con questo Hobbit che esce nei cinema, almeno da noi, a cavallo tra 2012 e 2013.

Se là era si era tagliato, qui per fare una nuova trilogia di film di tre ore si deve allungare molto, cosa che perlomeno, per gli appassionati del libro, consente a tratti una maggior fedeltà, almeno letterale. 

Ma lascio la critica sul film ai mille blog di recensione cinematografica presenti sul web, certo più competenti di me. Dal mio canto, non posso che evidenziare alcune sincronicità interessanti.


Star Wars / Lord of the Ring mashup

Innanzitutto, con questa nuova trilogia, una trilogia di prequel, il ciclo filmico del Signore degli Anelli diviene perfettamente speculare al ciclo filmico di Star Wars: anche qui, una trilogia che racconta come il regno del male viene abbattuto, preceduta da una trilogia che spiega come il regno del male viene creato. E ovviamente, l'opposizione tra un Male dilagante, trionfante, all'apparenza onnipotente e una resistenza (Resistenza?) formata da personaggi eterogenei, deboli, umani, troppo umani (o troppo hobbit), che proprio per questo però trionfano sul male che, persa la sua umanità, commette errori imperdonabili di hybris nonostante la sua potenza superiore.

A questi due cicli - nonostante il diniego della Rowling - si dovrebbe aggiungere quello di Harry Potter (1997-2007 i romanzi, 2001-2011 i film), che è certo composto di sette volumi e otto film, non sei, e sequenziali, non spezzati in due trilogie: ma in cui la metafora "resistenziale" è ancor più evidente (Voldemort passa al lato oscuro nel 1945, mentre la guerra tra mondi umani è simmetrica a quella tra mondi magici, e così via).



In verità Tolkien ha sempre negato la natura politica della sua opera, ma tale lettura è stata inevitabile: e nel mondo anglosassone The Lord Of The Rings è divenuto uno dei testi sacri della controcultura hippie. La cosa singolare è che in Italia tale lettura è stata singolarmente rovesciata.

Un marxismo tetragono ha visto con maggior sospetto la cultura tolkeniana, come "pericolosa" evasione (il famoso "dichiarare di non essere di destra o di sinistra, è di destra"....) se non addirittura "culto della forza" (lettura ovviamente delirante per Tolkien, ma tant'è), nostalgie tradizionalistiche celtico-germaniche, e così via. Tolkien era scomparso nel 1973; nel 1974, sul culto della sua opera nasceva Dungeons And Dragons di Gary Gygax, altra vittima del disprezzo dell'intellettualismo organico e impegnato nostrano (mentre la Nerd culture USA è intrinsecamente "di sinistra", contro il predominio "repubblicano" dei cosiddetti Jock). La prima traduzione, nel 1977, la presentava ancora come "Bibbia degli Hippie"; ma ormai il segno di Tolkien, da noi, era stato rovesciato.

La destra giovanile post-fascista, poco affascinata dal mito del duce e al limite attratta dal mito celtico-germanico, aveva operato una rilettura altrettanto arbitraria dell'opera, identificandosi con la Compagnia dell'Anello per il suo ruolo di minoranza, mentre Mordor venne identificato, ovviamente, con l'URSS. La pavidità dei regni liberi non era più quella di Chamberlain verso Hitler, ma quella degli stati borghesi contro il comunismo, e così via. Nel 1974 nasceva "La Compagnia dell'Anello" come band di destra; nel 1977 venivano inaugurati i giovanili Campi Hobbit, che citano appunto l'opera che ci interessa, e che divengono l'occasione, in una piccola Woodstock della destra italica, per diffondere come nuovo simbolo, al posto del fascio littorio, la famigerata croce celtica. Ancora negli anni 2000, il ciclo hollywoodiano era stato accolto con piacere dalla destra post-fascista al governo.



(da Djo Art)


Per una strana sincronicità, in quest'anno che riporta una trilogia tolkeniana al cinoema, è apparso però anche un interessante recupero di un testo perduto di Tolkien, di cui appare ad esempio sulla Stampa, qui.

Si tratta de "La Caduta di Artù"; in cui il condottiero va a combattere in una foresta germanica, in Sassonia, dal nome di Mirkwood. L'opera è del 1933-34, quindi la suggestione che essa sia influenzata dall'ascesa hitleriana è forte. 


La cosa è resa ancor più interessante dal fatto che Mirkwood diventa, nel ciclo dell'anello, la terra di Morgoth nella Prima Era, e la foresta in cui appare Sauron nella Terza Era. Un evento, quest'ultimo, che appare proprio nello Hobbit e nella trasposizione letteraria, dove "un negromante" (Sauron in una forma ancora apparentemente umana, prima di perdere del tutto la capacità di manifestarsi così) inizia a infestare la foresta che, nel film, prende il nome di "Bosco Atro" (bella resa del significato di Mirk, "oscuro" in un inglese arcaico come la sua trasposizione italiana).

Nel film il Necromante appare solo come un'ombra oscura, per cui ne riporto qui sopra un autorevole concept art.

Da appassionato di esoterismo, appare suggestivo che l'opera di Tolkien abbia avuto, tra le innumerevoli, anche una autorevole lettura occultistica da parte di Michael Aquino, fondatore del Tempio di Set (che ha riletto esotericamente anche il ciclo di Star Wars, appunto):

https://xeper.org//maquino/nm/Morlindale.pdf

In sostanza, Aquino è entusiasta della reinterpretazione di Jackson (il saggio è pubblicato nel 2006, a rivisitazione compiuta ormai da due anni); e se il primo film lo affascina per aver portato Tolkien al vasto pubblico, oltre ai confini della letteratura, è il secondo (quello delle Due Torri) a spingerlo a "creare un anello", ovviamente "il vero anello"; visto che il successo del film aveva creato milioni di "anelli tolkeniani". Da si dipana un racconto di fanfiction tolkeniana in cui la storia è vista Sub Speciae Sauron, dal punto di vista dell'antagonista della storia, che onestamente non ho avuto voglia di leggere.



Però è innegabile che è lui, Sauron, "Il Signore degli Anelli" cui è dedicato il ciclo; e il suo aspetto finale, occhio fiammeggiante sulla watchtower, è indubbiamente l'archetipo dell'Occhio onniveggente degli Illuminati, Tolkien lo volesse o no. E anche il rimando al Serpente ("sauro", come in dinosauro) è ovviamente biblico, ma non può non far pensare ai rettiliani illuminati.



A questo proposito, è interessante un elemento del film, la particolare attenzione focalizzata su un piccolo riccio curato dal fricchettone Mago Bruno Radagast. Colpito dalle energie oscure, il simpatico porcospino viene alla fine salvato dal mago della natura, amico di Gandalf.


Alcuni hanno sottolineato la somiglianza tra i simpatici porcospini e gli hobbit, accomunati da piccole dimensioni, occhi sgranati, orecchie a punta (c'è addirittura un blog intero dedicato all'argomento, qui).

Avendo come animale domestico una simpatica cavia, animale molto simile al riccio, eccezion fatta per l'assenza di spine (appartengono entrambi alla famiglia degli Hystricomorphi), non può che divertirmi tale parallelo. Del resto l'Istrice è una preda naturale del Serpente, simbolo delle forze del male anche nell'Anello (Sauron è del resto, oltre al nome, un grande occhio rettilico); anche se, a differenza della cavia, non del tutto indifeso.

Proprio come, alla fine, si riveleranno i pacifici Hobbit, gli unici a poter abbattere il dominio del Signore Oscuro.

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