La città straniera



Foto di Lorenzo Avico. Sito internet: Imagevintage.it

Continua la pubblicazione dei racconti di "Ascoltando Mondovì" (vedi post precedenti).

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Trascino due valigie di piombo. Saltellano sui sanpietrini come bambini in cerca di equilibrio su una piazza che non conoscono. Straniera lei, straniera io. Sono qui  scesa da un treno per errore, mentre ero in corsa verso altre mete, altri spazi, mentre cercavo un’ altra città, un’ altra vita, un altro mondo. Via. Via dal vociare assordato degli aperitivi, dalla musica sguaiata di chi mi sfiora coi finestrini abbassati. Via dai passi isterici che mi rimbombano sotto i piedi. Cerco riparo dalla calura, riparo dai colori. Voglio uno spazio in bianco e nero. Uno spazio dove posare i bagagli, alleggerire il cammino.

E allora lo cerco. Attraverso un Sant’Agostino che trafigge la città come una spada, in questo venerdì pomeriggio, nell’ora più bella del giorno. Alzo gli occhi ogni tanto, attratta dalle alte persiane semiaperte. O semichiuse. Quelle persiane che si accostano nelle ore calde d’estate e lasciano le stanze in penombra. 
Dietro quelle chiuse, all’ultimo piano, immagino di esserci dietro e dentro, di notte, in quelle stanze, protetta dal sonno e dagli scuri che difendono dalla città di provincia. 

Tiro avanti. Trascino. Scendo. Attraverso. Sento il profumo dell’acqua e vado verso l’acqua. C’è un fiume che passa per la città straniera, con tre ponticelli che lo sovrastano. Siedo sul  muretto che si affaccia sulle sue acque. Scopro che si chiama Ellero. Sudata, poso i fardelli. Delle persone che passano vedo solo le gambe. I colori sfumano. L’occhio gira verso l’acqua. Zittisco ogni voce. Solo polline sopra di me e acqua sotto di me. E in questa terra straniera, questo Ellero quieto mi accarezza la testa e mi accoglie nel suo fluire silente. Non ci sono scrosci nel tuo andare, né fermate improvvise. Semplice scorri. Ti guardo, dritto negli occhi del tuo fondale verde oliva. Ti sento, nell’odore putrido che sale fino a qui. Ti tocco, nel luccichio degli ultimi raggi di sole che rimbalzano sulle pieghe plissettate delle stoffe di cui ti avvolgi, con cui mi avvolgi. Mi dici sottovoce: “Benvenuta, resta”.  E allora ti parlo: “Prendile tu le mie valigie, svuotale un po’, lava via tutta la polvere, riempile di vestiti nuovi e poi riportamele”.

Ho perso un treno, sì. Ma forse tu lo sapevi che sarei venuta. Forse tu mi hai chiamata, ed io sono qui. A sentire te, che tutto ascolti e tutto vedi. Tutto sai e nulla sveli.

Beatrice

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