La città ermetica


Foto di Lorenzo Avico. Sito internet: Imagevintage.it

Continua la pubblicazione dei racconti di "Ascoltando Mondovì" (vedi post precedenti). Questa volta è il turno del mio contributo...

*


Ancora una volta a Mondovì, si disse mentre parcheggiava nel posteggio dell’ex stazione. Quella città continuava a trasmettergli un senso di inquietudine. Come se sotto la città ordinaria si celasse un’altra città, segreta e nascosta. Una città ermetica.

Scese dalla macchina. Sotto l’insegna ferroviaria, ormai inutile, un graffito mai visto prima. “Of ?”. Di chi? Mondovì, di chi è? Poco più sotto, il mascherone inquietante di una fontanella sembrava la risposta.

Uscì nella piazza. Il monumento ai caduti dominava la scena nella sua nera eleganza sepolcrale. Lo fece pensare al monumento ai caduti del Frejus, davanti alla stazione di Porta Susa, a Torino: il centro occulto di quella città. Due monumenti funebri, neri, davanti a due stazioni.

Attraversò il ponte sull’Ellero che lo portava nel centro. Si accorse di una simmetria cui non aveva mai fatto caso: al cupo semicerchio del monumento della grande guerra rispondeva dall’altro lato il gioioso cerchio d’oro di sei eterei fanciulli che accoglieva il visitatore a Mondovì. Un passaggio tra morte e vita, tra le due opposte forze che si dibattevano, nascoste, in ogni città.

Avrebbe dovuto dirigersi verso la chiesa di San Pietro, verso la meta di quella sua visita. Ma lì, la potenza dei simboli era troppo evidente, troppo vistosa. L’automa enigmatico del Re Moro troneggiava sul campanile, Simone Apostolo vinceva la magia gnostica di Simon Mago sulla facciata della chiesa, e una grande meridiana, strabordante di allegorie iniziatiche, dava il nome alla galleria che voleva visitare, con una mostra di sfere mistiche ispirate a De Chirico.

No, decise. Avrebbe deviato il suo percorso verso il municipio, e poi sarebbe andato alla sua destinazione originale. In fondo già lo sapeva: anche questo percorso era carico di muse inquietanti. Al termine del breve colonnato dei portici, sotto una sequela di donne alate, il volto di un alieno gli prometteva la casa del futuro. Il Comune, con la sua bianca facciata a colonne neoclassiche, appariva neutrale; ma l’edificio vicino, che da vent’anni controllava le sorti del palazzo, era dominato nella sua rossa facciata dal duplice mascherone di un volto diabolico. Dalla piazza antistante, un corrusco padre della patria fissava, nero, il centro bianco del potere.

Svoltò nella piazza e si addentrò nella via commerciale, verso la sua meta iniziale. I segni della città ermetica si facevano più radi e indecifrabili. I volti delle solite grottesche occhieggiavano da qualche palazzo, ma erano i graffiti delle nuove sette suburbane a mantenere in vita la tradizione. Del resto, questi profanatori notturni della via cittadina si definivano Reptiles. Quasi un’antica Gnosi, devota al Serpente.
Era giunto alla fine della sua breve digressione e nessuna rivelazione era avvenuta. Piazza San Pietro lo attendeva, maestosa. Alzò un’ultima volta lo sguardo ai palazzi.

Un’immagine lo colpì. Una facciata recentemente restaurata presentava uno stemma vuoto, sormontato solo dall’emblema della città. Era questa la risposta alla domanda iniziale? Mondovì, di chi era? Impossibile scoprirlo. Il suo stemma, uno stemma vuoto. Annuì pensieroso, poi entrò nello splendore barocco della piazza.

Lorenzo Barberis

Post più popolari