(Non) facciamo Casina


Prosegue alla grande la stagione teatrale monregalese con uno spettacolo adatto al periodo carnevalesco, la "Casina" di Plauto, magistralmente portata in scena da Mario Zucchi e Marina Thovez. Composta nel 184 a.C., due anni prima della morte dell'autore, l'opera è l'ultima commedia composta dall'autore, l'ultima almeno dell'ufficiale corpus varroniano (ovvero stabilito dal filologo Varrone, nell'età di Cesare) di ventuno commedie. Ripresa da un modello greco, nel rinascimento venne riscritta da Machiavelli nella sua Clizia, non priva di importanti modifiche. Ma in generale, proprio per la sua archetipicità, è ripresa da molti altri rinascimentali, dall'Aretino a Ben Johnson, e oltre (in fondo, banalizzando, è il tema portante di Casa Vianello e innumerevoli soap di simile impostazione).

La commedia è infatti un ultra-classico di Plauto, perfetta nella sua assenza di variazioni sul tema: il vecchio Lisidamo (qui traslato in Sciogli-Tutto, riferimento al potere del pater familias di sciogliere gli schiavi dalla loro servitù) concupisce la bella schiava Casina (che mai vediamo in scena); la moglie Cleostrata (qui resa in Strepitosa, che rappresenta l'intelligenza femminile) però si oppone ai suoi piani. Il marito intende infatti darla in sposa al rozzo fattore Olimpione, che poi gliela lascerebbe godere; la moglie la vuole dare in moglie, invece, all'urbano e fannullone Calino, l'inetto scudiero del marito, che parteggia per lei e non concederebbe le grazie della sua moglie al vecchio libidinoso.



A questi quattro personaggi principali si aggiungono altri quattro marginali: i più anziani vicini, coinvolti loro malgrado nello scontro famigliare come complici (la moglie della moglie, il marito del marito ovviamente), e due altri servi, un'ancella e il cuoco, che sono usati dalla moglie nelle sue trame contro il marito stesso.

La genialità della messa in scena moderna sta nel ridurre gli attori a due, giocando sapientemente sul meta-teatro nel generare situazioni comiche e al contempo ingegnose per rappresentare i personaggi di scena, ricorrendo anche all'uso di manichini. Una soluzione che rende molto più briosa la commedia, e che risponde del resto a un gusto per il meta-teatro già presente in Plauto, con ogni probabilità più accentuato in scena di quanto permettano di capire le trascrizioni delle opere (in questo, Casina è un caso emblematico, comunque). 

Un gioco godibile a più livelli, dall'immediato gusto per la potente comicità del duo all'ammirazione per l'abilità di creare situazioni metateatrali sempre nuove e differenti invece di limitarsi a giocare su un numero più ristretto di rotture della quarta parete.



Così come Plauto satireggia garbatamente Roma sotto la finzione della scena greca, così anche i due attori non mancano di inserire sottotraccia elementi di attualizzazione che, sanamente, non diventano mai preponderanti. Del resto, la figura del ricco senex libidinosus è giù abbastanza attuale senza ulteriori sottolineature.

(ogni riferimento è puramente casuale, ovviamente).

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