Our Tragic Universe


Ho di recente terminato di leggere "Il nostro tragico universo" (2010), un interessante romanzo di Scarlett Thomas (n. 1972), considerata tra i venti maggiori autori inglesi del nuovo millennio (spoiler alert as usual).

Il libro mi è stato consigliato da Laura, che ne ha parlato anche all'ultimo incontro del nostro circolo di lettura; e devo dire che come sempre si è trattato di una scelta azzeccata.

Il romanzo della Scarlett è un interessante percorso metaletterario nell'ambito della letteratura esoterica. La protagonista, doppio dell'autrice (come lei è una scrittrice "seria" con un passato prossimo di scrittura di genere e docenza di scrittura creativa), riceve in modo misterioso un volume di tal Newman (Uomo Nuovo, non a caso...), che parla di come il nostro universo possa rigenerarsi in un nuovo universo paradisiaco, una transizione a uno stadio ideale.

Attratta e respinta dal volume, l'eroina lo approfondisce in un costante scontro dialettico con altri personaggi del mondo dell'editoria e del creative writing: il "tragic universe" del titolo è il nostro mondo, tragicamente segnato dall'incomunicabilità delle relazioni, ma anche l'Universo Tragico, nel senso di letterarialmente alto, che l'autrice vorrebbe ri-creare nella sua opera, senza riuscirci, troppo condizionata dalla scrittura di genere e dalle troppe conoscenze letterarie.


Scarlett Thompson.

Ella decide dunque di usare il testo (fantasmatico) di Newman come guida per la stesura del suo faticoso "romanzo autoriale", ma tale percorso non la porta a creare la sua Divina Tragedia, bensì piuttosto a rimettere in discussione il proprio tragic universe personale, superando un certo gusto di auto-punizione per il "tradimento" dell'alta letteratura per la scrittura di genere. L'autrice così tronca la sfiancante relazione col solipsistico ambientalista con cui convive e riorganizza la propria attività di scrittrice professionale per i giornali in modo più efficiente.

Newman apparirebbe fugacemente sul finale in una conferenza, ma solo per essere "divorato" da una bestia fiabesca e tornare così alla sua dimensione enigmatica. Così, il titolo di lavorazione - per me migliore - di "The Death Of The Author" (la morte dell'autore, nel senso ovviamente di Barthes, ovvero la fine del mito del Grande Autore romantico, di cui anche l'eroina si libera) diventa vero in senso letterale, e non solo simbolico.

Un romanzo post-mod, molto debitore del Pynchon del Lotto 49 (una ricerca esoterica come gioco letterario che diviene ricerca esistenziale...), il modello anche del mio amato Pendolo echiano. Declinato, però, qui, in una chiave più dichiaratamente meta-narrativa, appunto, apprezzabile soprattutto da chi ama scrivere e si sia affacciato, in qualche misura, al variegato universo del creative writing, delle università letterario-umanistiche, del giornalismo o dell'editoria. 

Un microcosmo sfuggente e di difficile definizione, che l'autrice declina con ironica abilità, e con un particolare riferimento a un certo coté "esoterico" (i manuali di self help e complottisti, l'horror per ragazzi, la storiografia misteriosa locale dalla bestia di Dartmoor alle fate di Conan Doyle...) che la accomuna, in questo, più alla Garamond di Eco che alla Echo Courts di Pynchon.

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