Olympia Rises


OLYMPIA RISES
Il postmoderno di Stefania Fersini.

Lorenzo Barberis



Opere di Stefania Fersini - Fotografie di Luca Volpe

Ho avuto modo di conoscere le opere di Stefania Fersini per tramite di uno dei miei amici fotografi, Luca Volpe, che ha realizzato un servizio fotografico sulla mostra dell'autrice presso la Lavanderia a Vapore di Collegno. Ammirando gli scatti del mio amico, sono stato incuriosito dall'interessante ricerca messa in atto dall'artista: da cui queste due righe di approfondimento.

L'operazione compiuta da Fersini parte da immagini tratte da riviste di moda, raffiguranti  immagini femminili piuttosto stereotipate, colte da una fotografia di moda che si rifà, in modo abbastanza manierista, agli esiti del neo-pittorialismo fotografico, Newton e dintorni.

La Fersini solitamente accartoccia tali pagine patinate, producendo una nuova texture di pieghe traslucide sull'originale, che poi ripropone su grandi tele ad olio con minuziosa fedeltà al dettaglio. Un incontro, volendo rifarsi a modelli riconosciuti, tra il lavoro sugli archetipi moderni della Pop Art di Warhol e quell'iperrealismo che chiude la maggior parte delle storie dell'arte divulgative.

Tuttavia, oltre all'ammirazione inguenua che suscita l'innegabile bravura tecnica dimostrata nell'operazione e al riconoscimento della solidità della riflessione, ben radicata nell'evoluzione storico-artistica, ciò che affascina in queste figure femminili è qualcosa di più. In questo, è innegabilmente complice nell'interpretazione  il lavoro di Luca, che riesce come al solito a realizzare un photoshoot sottilmente interpretativo, instradando a cogliere
le radici più profonde degli archetipi messi in gioco.

La location si presta, a dire il vero: una lavanderia a vapore - effettivamente suggestiva negli spazi - evoca fin dal nome una suggestione steampunk; e anche Collegno è luogo dell'immaginario misterioso collettivo, con quel caso dello smemorato messo in scena anche dal principe De Curtis, e che distrasse gli italiani nei narcolettici anni '20.

Ma è la fotografia di Volpe, rigorosamente in notturno, a trasformare quegli spazi in un laboratorio alchemico
da Mad Doctor dell'età del muto, sottolineando le opere dell'autrice con una delle sue classiche Opere al Nero (dovessi azzardare un riferimento forse anche inconscio, direi certi inchiosti di Frank Miller nella Sin City dell'età dell'oro).

Le cinque opere esposte assumono così l'aspetto di perfetti, metallici e levigati corpi pressoché robotici, nello  stratificarsi di passaggi che hanno trasformato il corpo originario (il trucco, lo sguardo pittorialista
del primo fotografo, l'olio di Fersini...) in qualcosa di assolutamente artificiale, quasi ierodula del NWO.



Uno di essi, vistosamente tagliato in due dal segno lucente della pagina aperta su una pubblicazione in brossura, è raramente integro, manifestando appieno la sua natura di immagine libresca. 


Volpe lo riprende due volte, una sfacciatamente frontale, la seconda en abime, esternalmente, da una finestra, nel doppio dell'immagine e del suo riflesso. Il libro diviene qui schermo televisivo, come scorto in una sbirciata voyeuristica, intrusivo ultrapiatto in una maison  gotica (si veda al proposito il finale di "Oleron" di Stefano Benni).

Gli altri corpi, tuttavia, appaiono deformati profondamente dalla spiegazzatura che è imposta, che sottolinea la loro natura effimera e al tempo stesso la predispone ad essere eternata. il corpo metallico della Nouvelle Olympie è ammaccato come si conviene a quello di ogni robot ribelle, con una deformazione unheimlich che ne rende più affascinante la bellezza. Tale idea dell'ammaccatura è già presente nella foto originaria, e la ripresa artistica si limita ad evidenziare come i corpi siano stati già deformati dal loro primo utilizzo.



Qui, ad esempio, l'accartocciamento realizzato dall'artista si sovrappone alla texture del vestito, quasi un tatuaggio, presente nell'opera originale, e alle lenzuola stropicciate del letto su cui giace la fanciulla, quasi schermendosi col braccio dalla trinitaria luce lunare della foto. Ma, di solito, è l'elemento del taglio della pagina, tipicamente tipografico, a mettere in scena la prima deformazione del corpo oggettivizzato.


La foto introduttiva del photoshoot, quella che presenta in sbieco il nome dell'autrice, ci introduce una metà di un altro quadro, ad esempio: due gambe conturbanti che occhieggiano al fondo di un corridoio di pura tenebra.



Una delle immagini successive ci restituisce il corpo reintegrato (per quanto ammaccato),  ma il taglio della pagina è sottolineato dall'autrice dalla composizione in dittico, a evidenziare la spaccatura quasi come una classica donna-tagliata-in-due da un macabro illusionista.



Altrove lo spezzamento della figura è dato dal suo raddoppiamento fotografico, come nell'unico nudo in B/N presente nell'esposizione (la stessa opera che appare, di sbieco come una porta aperta, all'inizio del post). Volpe la riprende qui nel suo rispecchiamento, come a creare una figura delle carte (una carrolliana Regina di Picche, magari).



































L'immagine più archetipa, in questa lettura che ho cercato qui di accennare, è indubbiamente la dama in rosso con macchina (appunto) da cucire, donna scarlatta dall'espressione vacua ed ipnotica, su cui lo sfaccettamento del corpo e del vestito produce davvero la suggestione di una robotrix danneggiata e pericolosa. Non a caso, Volpe la indaga in ben tre foto, dove appare sempre in primo piano nella composizione.





A ben pensarci, dunque, le figure scomposte, frammentate, tagliate di Stefania Fersini potrebbero essere inserite in uno spettro più ampio rispetto ai primi riferimenti citati, in un qualche punto intermedio tra il Ranxerox di Tamburini e le bambole di Bellmer, tra la robotrix del Metropolis di Lang e le attuali psico-marionette degli Illuminati.

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