Stellone Italico, Orbita d'Inverno



Continuiamo coi post post-elettorali, per altre considerazioni su questo triste inverno della Repubblica,
l'inverno del nostro malcontento nazionale.

Infierire sul PD mi sembra inutile; i due contendenti in campo rimasti sono, evidentemente, l'eterno Berlusconi e Grillo.

Una occhiata più accurata ai manifesti berlusconiani che ancora campeggiano di fronte a casa mia, tuttavia, mostrano anche nella destra una malcelata volontà di autodistruzione, ignota forse persin a loro stessi.

Impressionanti i loghi tutti identici, incluso quello di Fini, che non è più in coalizione, ma non importa: anche per lui, un plumbeo sfondo blu e un nastrino tricolore, come quello che adorna le corone di fiori che si depongono sui monumenti ai caduti.





La cupio dissolvi subliminale inizia con Fratelli d'Italia, apparente scatto d'orgoglio nazionale del parlamentare cuneese Guido Crosetto (qui con la sua sponda nella destra diciamo "sociale", Giorgia Meloni, in una foto vagamente reminiscente dell'estetica dei classici della scientifiction delle origini).

Crosetto è l'unico politico nazionale che mi è capitato di conoscere, di sfuggita e molti anni fa, in un concorso di pittura a Marene dove, giovane laureato in lettere a indirizzo artistico, mi trovavo come giurato, e per la mia esperienza non ne posso che dire bene, nonostante le mie idee politiche siano diverse dalle sue.

Tuttavia, dato che lo slogan grillista era "Siete morti", evocando "Fratelli d'Italia" non si può non pensare a come prosegue l'inno di Mameli: "stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò". Si richiama dunque in fondo un senso di ormai prossima dissoluzione.




 Anche quel "Senza paura" nel titolo ricorda il famigerato errore di comunicazione del regio esercito italiano durante la prima guerra mondiale, che evocando l'idea del soldato italiano "SENZA PAURA" a caratteri cubitali, richiamava comunque questo concetto nelle menti della carne di cannone gettata allo sbaraglio da un comando decisamente inetto.

(In generale, il manifesto bellico è un capolavoro di anti-comunicazione: forma involuta incomprensibile a un pubblico non-alfabetizzato come quello delle trincee del 1915, gli dice in sostanza che tutti li danno per spacciati, e per cui appunto non devono avere PAURA; inoltre, isolando il "chi" iniziale con un bizzarro espediente grafico, è possibile per un semianalfabeta fraintendere la complessa ipotetica di secondo grado e pensare che si stia dicendo di diffidare del nostro soldato che è un ignobile calunniatore.)


Raffaele Costa

Il manifesto giallo del PDL invece rispolvera in me ricordi di infanzia. Fin da quando ho memoria, le elezioni di vario tipo si accompagnavano quasi immancabilmente a un manifesto dal fondo giallo e le scritte cubitali blu, ben visibili, in cui si invitava a votare "Costa". Allora Raffaele, oggi il figlio Enrico, ma l'ingegno di omettere il nome (e niente foto...) ha permesso di passarsi consegna in modo pressoché indolore tra l'elettorato. Costa padre,  iniziò la politica giovanissimo nell'immediato dopoguerra - dal 1953, stando al libro di Memo Martinetti, "Trent'anni della nostra vita", p. 28 - e quindi possiamo quasi dire che un Costa c'è sempre stato nella vita politica della mia città, fin da quando esiste in Italia una moderna democrazia (non so se ci fossero, fin da subito, i manifestini giallo-blu).

Ma questa volta il giro di parole si presta, anche qui, a un presagio non beneaugurale: "Il modo più semplice per votare COSTA" vuol dire, ovviamente, che il modo più facile di esprimere il voto, il modo quasi naturale per l'elettore di Mondovì è votare Costa; ma può anche voler dire che, appunto, votare in modo semplificato e superficiale, alla lunga, danneggia alla lunga l'elettore. Quasi un monito contraddittorio, insomma.



Quanto al MIR, non può non richiamare alla memoria la MIR, la stazione spaziale russa, l'ultima simbolica vittoria spaziale del comunismo. Autorizzata nel 1976 anche come risposta alla vittoria USA dell'allunaggio (1969), venne lanciata nel 1986 e completata solo dieci anni dopo, per durarne appena cinque, prima del rientro distruttivo del 2001. Il presagio di morte, comunque, aleggiava sulla MIR già dal bellissimo racconto di Gibson e Sterling del 1983, evocato in modo abbastanza palese dal titolo.

La MIR è dunque rimasta indelebile (specie, penso, nell'immaginario dell'elettore di destra) come simbolo della caduta degli dei bolscevichi. Farla propria, in uno schieramente ostinatamente anticomunista, ha a mio avviso, quindi, una doppia valenza psicologica negativa: evocare i maledetti commies, e la caduta epocale di un gigante d'acciaio dai piedi d'argilla. 

Manco il nome del candidato aiuta: Samorì, S'ha a morì, si ha da morire sembra quasi d'intendere.



E per finire, Fini. L'ammirante delfino di Almirante evoca, in modo esplicito, quello che Costa evocava in modo implicito: "Amare l'Italia ha un costo". Un modo di mettere le mani avanti preparandosi ai sacrifici che il Monti bis avrebbe sicuramente predisposto, certo; ma non la migliore campagna elettorale di sempre.

Anche perché a me, poco nazionalista, il significato che viene è sempre il monito di prima:  farsi fuorviare dal sentimentalismo patriottardo ha un costo, quello di farsi raggirare da chi usa questa retorica come scudo.

Nel seggio dov'ero rappresentante di lista Fini ha preso un voto solo. Molto meglio la lista pensionati, per dire.

Insomma, ovviamente la mia analisi non ha nulla di scientifico, è solo una mia impressione in un freddo mattino d'inverno, e certo il vecchio Caymano ha comunicatori molto più bravi di me, è scontato. Però, non posso fare a meno di percepire una brezza mortifera spirare su quella paginata elettorale. 

E tuttavia, prima di dare per morto Silvio B., consiglierei a chiunque, anche a Grillo, di accertare bene il battito del polso del miliardario prima di comunicare l'ora del decesso.



E forse nemmeno in quel caso.
Se infatti Silvio, come dice Crozza, fosse un rettiliano?

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