Fantascienza, Femminile e Singolare.


Mary Wallstonecraft (1816 c.)

Un raro post slegato dall'attualità o dalla prosa d'occasione, un post fiume come quelli di una volta. Ma, in verità, questo post ha una sua recente fonte d'ispirazione: l'interessante conferenza su Ipazia, che rifletteva su una nuova centralità che va restituita alla figura femminile.

Com'è noto ai lettori del blog, la fantascienza è per me la prosecuzione dell'esoterismo con altri mezzi, per parafrasare Von Klausewitz. Altrove ho documentato come ciò sia avvenuto in seguito alla scoperta dei canali di Marte da parte del saviglianese Schiaparelli nel 1877, che ha fatto sì che all'evocazione degli dei pagani si sostituisse quella di superiori creature extra-terrestri.

Il sentire comune vede la science fiction come il più maschile dei generi, forse per il pregiudizio che vede la scienza come disciplina virile e le belle lettere come roba da signorine.

Tuttavia, la SF è in realtà disciplina eminentemente femminile, solo che la si consideri da un punto di vista lievemente differente, quale quello che ho voluto adottare in questo breve saggio.

La SF nasce infatti, necessariamente, con la prima rivoluzione industriale e la nascita della tecnoscienza moderna: e la fondatrice ne è appunto una donna, Mary Wallstonecraft Shelley, che nel 1816, nell'Anno Uno dell'età contemporanea, scrive il celeberrimo "Frankenstein".

Il "Prometeo moderno", questo il sottotitolo, usa infatti l'energia del fulmine per infondere la vita in un essere composto di pezzi di cadavere, come dimostrato da Galvani sulle rane e già teorizzato (come tremendo sacrilegio possibile) da Plinio il Vecchio.

Anche il monregalese Beccaria aveva fatto esperimenti di elettromagnetismo, fuggendo alla superstiziosa folla inferocita, pare, travestito come vecchia serva. Ma Mary pensa soprattutto agli esperimenti di Franz Mesmer sull'elettricismo animale, tramite l'uso magiico del magnete, la Pietra (filosofale) di Franz, Franken Stein appunto.

Non manca un riferimento agli Illuminati, la setta del 1776 dell'ex-gesuita Weishaupt, ritenuto detentore di ogni conoscenza iniziatica. Il celebre dottor Frankenstein studia infatti a Ingolfstad, dove Wieshaupt aveva fondato la sua setta.


Olympia (1817 c.)

Negli stessi anni, Hoffmann pubblicava una novella simile nei contenuti, in cui è l'ottico piemontese Coppelius (mascheratura, probabilmente, dell'astigiano Saint Germain) a creare Olympia, una donna meccanica, che tanto affascinerà Freud.

Se Frankenstein rielabora il mito del Golem, la creazione di un servitore forte ma stolido, in Olympia viene rievocata la creazione della Donna Ideale, che rimanda addirittura alla creazione di Eva nella Genesi (o, nel mito greco, al mito di Pigmalione e Galatea).

Una donna-oggetto, dunque, tipica concezione del patriarcato? Ma qui viene dimostrato come tale concezione è illusoria, in quanto la teorica donna-automa (diabolicamente intelligente, mentre il robot-uomo è stolido) è ribelle allo schema preordinato.

Mary Shelley muore nel 1851, e la protofantascienza è nel suo segno: lo stesso Poe, nei suoi racconti più fantascientifici, ragiona sul mesmerismo del signor Valdemar e dintorni.

Una innovazione maschile è posta da Verne, ma viene il dubbio (eretico) che i suoi racconti di viaggi fantastici non siano poi così fantascientifici. Di fantastico vi è solo una nuova portentosa macchina: il razzo del viaggio sulla Luna, l'escavatrice di quello al centro della terra, il Nautilus sottomarino dell'omerico capitano Nemo (inevitabilmente, potenti metafore falliche, tra l'altro). Non c'è però una vera riflessione sulle conseguenze della scienza, presente invece nei modelli citati. Siamo più nei campi di una avventura hi-tech. (per l'epoca).

Invece, indubbiamente, figura maschile ineludibile è quella di Wells, che ne "La Macchina del Tempo" (1899) ci mostra una società futuribile divisa tra una élite capitalistica, ricca ma imbelle, destinata ad essere divorata dai ciechi lavoratori del sottosuolo, semi-bestiali ma dotati di ingegno tecnico.


Thea Von Harbou (1926)

La satira di Wells, che descrive una distopia poi declinata in mille sfumature, è una estrapolazione fantascientifica cruciale. Ma - con irritazione dello stesso Wells, tra l'altro - tale visione divenne veramente mainstream solo con il primo film di fantascienza, del regista espressionista tedesco Fritz Lang, basato sul romanzo della moglie Thea Von Harbou: "Metropolis" (1926)

Thea riscrive il mito di Olympia, della macchina ribelle, fondendola col tema wellsiano della distopia futura: la sua Maria robotica non è semplicemente il divertissment personale di un faustiano scienziato-alchimista, ma lo strumento con cui l'élite capitalistico-scientifica della città di Metropolis tiene soggiogati i lavoratori, che si illudono di avere in Maria la loro leader (la vera Maria è stata fatta prigioniera dai malvagi dominatori della metropoli).

Troviamo qui in nuce tutti i temi del complottismo moderno, che vedono nelle popstar femminili (da Marylin Monroe in poi) strumenti di controllo sociale, a loro volta controllate tramite i famigerati chip neurali, come biologiche marionette.

La struttura fantascientifica dell'opera è molto più solida dell'allegoria di Wells, che pur essendone il modello (anche qui, ai lavoratori è proibita la luce del sole, e così via) è più semplificato, quasi ai limiti della satira alla Swift, mentre in Thea Von Harbou l'estrapolazione è piuttosto precisa.

Ovviamente, anche qui la robotrix si ribella ai suoi creatori, facendone fallire miseramente il piano, e consentendo alla vera Maria di rivelarsi e divenire, par di comprendere, la nuova signora della città, ora in mano (anche) agli operai, dopo la ribellione.

Aelita (1922-1924)

Negli stessi anni, del resto, il sovietico Alexander Tolstoj crea una simile allegoria descrivendo il viaggio di due cosmonauti russi sul Marte governato dalla dispotica Aelita. Aelita non è una macchina (per ora...) ed è direttamente l'incarnazione simbolica del capitalismo unito all'ancien regime: ignoriamo se dietro di lei si celino dei Superiori Sconosciuti, ma potrebbe darsi di sì, visto che i suoi marziani - identici nell'aspetto ai terrestri - discendono in verità dalla perduta Atlantide, comune antenato della terra e del pianeta rosso. I due cosmonauti, da bravi bolscevici, avviano la rivoluzione, benché uno si innamori perdutamente, come un piccolo borghese, dalla principessa dalla aristocratica pelle blu.

Insomma, la presenza di un elemento femminile in un ruolo attivo e dominante (non la classica Damsell in Distress) è parte integrante di questo primo immaginario fantascientifico. 


Damsell In Distress from "Amazing Stories" (1930-40 c.)

Certo, poi vi è anche la Space Opera, dominante nella SF americana, che vede personaggi femminili più stereotipi, più passivi, motore narrativo oggettivato, principessa nelle mani dei malvagi alieni di Sirio che il cavaliere-astronauta senza macchia e paura deve liberare dall'alta torre in cui è rinchiusa (e pazienza se ora la torre è una sorta di ipertecnologico grattacielo). Ma da un lato, la Space Opera è anche qui SF sui generis, quasi evoluzione del "viaggio fantastico" di Verne, dove l'elemento tecnologico è più orpello che elemento di riflessione.


Susan Calvin (1940-1950 c.)

Non a caso, la reinvenzione di questo immaginario avviene tramite un uomo, ma con una figura femminile.
Isaac Asimov, ebreo russo naturalizzato americano, scienziato e scrittore di SF, mal sopportava gli stereotipi della Space Opera, non trattando ad esempio il tema alieno per l'obbligo di inserire alieni brutti e malvagi (magari con tratti non dissimili a un lungo naso ricurvo...)  e avviando così una profonda riforma del filone robotico, dal 1939 in poi.

Egli cercò di superare la Sindrome di Frankenstein avviata da Mary Wallstonecraft: ovvero, l'idea che la macchina finisca per essere malvagia e ribelle. Certo per rovesciare tale stereotipo, nella sua SF "progressista" il più grande scienziato robotico è Susan Calvin, fredda, algida (calvinista, appunto), ma geniale benefattrice dei robot e, per loro tramite, dell'umanità, in costante lotta con gli irrazionalismi superstiziosi o interessati. Sicuramente un voluto rovesciamento rispetto allo stereotipo di genere (in una sua serie per ragazzi, "Norby the robot", Asimov faceva invece di un nero il generale supremo delle forze armate di una terra unificata), lontano da certi schematismi codificati nella SF anni '50.




Ursula Le Guin (1960s)

La svolta della New Wave fantascientifica degli anni '60, che dava importanza all'elaborazione letteraria nella fantascienza (non solo chiarezza espositiva e meccanismo narrativo ben congegnato, ma anche scrittura di buon livello artistico) ebbe la sua scrittrice simbolo in Ursula Le Guin, attiva dal 1964 sulla scena SF americana e divenuta celebre con "La mano sinistra delle tenebre" (1969), in cui usa con abilità l'immaginazione fantascientifica per affrontare in modo innovativo il tema delle differenze di genere, mettendo il protagonista a confronto con un pianeta in cui il genere non è definitivo, ma varia mensilmente.

Uno spunto fantascientifico ripreso, a parti inverse, da Bianca Pitzorno in "Extraterrestre alla pari" (1979), nella letteratura italiana erroneamente confinata "per ragazzi" (o, peggio, "per ragazze"...), dove è tra le prime a sdoganare la SF (nel pur grandissimo Rodari la SF è ancora troppo un generico riferimento al fiabesco moderno, a mio avviso).


Sigourney Weaver (1979)

Negli anni '80, l'icona della SF più innovativa (il grande Star Wars è più un lavoro citazionista della grande Space Opera) divenne indubbiamente il tenente Ripley, interpretato magistralmente da Sigourney Weaver nel ciclo di Alien (1979) avviato da Ridley Scott. In Alien, per la prima volta, appariva un futuro realistico e duro, dove l'esplorazione spaziale era controllata da multinazionali senza scrupoli, pronte a usare letali creature aliene come armi di distruzione di massa e androidi indistinguibili dall'uomo come strumento di controllo dei suoi dipendenti. E anche la Weaver ha un innegabile ruolo a costruire una protagonista efficace, lontana dai vecchi stereotipi di donzella in difficoltà, ma credibile nel suo futuribile ruolo militare.

Tutti temi che torneranno poi, tre anni dopo, sempre in Scott, in "Blade Runner" (1982), il vero atto di nascita ufficiale della moderna fantascienza cyberpunk.

Una nuova tendenza avviata, tra l'altro, da un'opera filmica più che letteraria: anche questo segno dei tempi, che portò pure alla riscoperta e revisione di "Metropolis" (1984) di Lang e Von Harbou, ove quei temi, si scopriva, erano già seminalmente presenti.

Quegli stessi temi, nei decenni successivi, transitarono gradualmente nella cultura di massa, andando ad alimentare l'immaginario del complottismo moderno (che oggi, come rivelano scandalizzati i giornali, è arrivato finanche al parlamento). La fantascienza perdura ancora, ovviamente, come genere a sé stante: ma in prevalenza, ormai, è parte della nostra stessa realtà.


La nipponica robotrix Alita (1990),
Alita di nome, Olympia di fatto.

Complice anche l'animazione nipponica, che ha formato l'immaginario bisex dei ragazzi dagli anni '80 in poi, il tema fantascientifico non è affatto più prerogativa esclusivamente maschile, ed è così caduto l'ultimo muro, la discriminante del pubblico, specie sulla frontiera delle nuove serie TV, l'orizzonte più avanzato della SF odierna, ancor più che quella cinematografica in senso stretto. 


La mutante Claire in "Heroes" (2000s):
"Who saves the cheerleader saves the world..."


La duplice Olivia Dunham in "Fringe".

Serie eminentemente SF (ma non percepite come tali, spesso) quali "Heroes" o "Fringe" ed altri hanno protagoniste femminili, ed hanno un vasto pubblico indifferenziato nei generi. Uno sguardo (anche) femminile non è più percepito come singolare in questo ambito, e per fortuna. 

Ma un elemento che spero di aver contribuito ad evidenziare è come, specie negli snodi centrali del genere, questo sguardo in verità non sia mai mancato.

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