Il Cavaliere d'Islanda


(spoiler alert, as usual)

Ho appena terminato di leggere "Il cavaliere d'Islanda" (2012), l'ultimo romanzo di Claudia Salvatori, che mi era stato consigliato dall'amico Luca Volpe. Di Claudia Salvatori conoscevo già il bel giallo "Superman non muore mai", che mi aveva colpito per l'ambientazione nel mondo fumettistico italiano (la scrittrice ha anche lavorato, tra l'altro, in tale ambito).

Qui siamo su una scena totalmente diversa, più vicina al tema centrale di questo blog. "Il cavaliere d'Islanda" è infatti un corposo romanzo storico ambientato all'età delle crociate, come s'intuisce già dalla bella copertina. Il cavaliere in questione (una citazione dal Leopardi delle Operette Morali?) è un lunare figlio della terra dei ghiacci, nato da un'unione blasfema tra un fedifrago sacerdote di Roma e una donna di quelle terre, ancora legata alla cultura barbarica. 

E Kveld, questo il suo nome, pare divenire quasi un simbolo del paganesimo che la chiesa cerca, senza riuscirvi, di spezzare. Dopo uno scontro definitivo con la mostruosa figura paterna, che lo martirizza sull'altare stesso della sua Stavkirke, egli fugge dall'isola natia e, com'è facile prevedere fin dalla forma della croce di copertina, finisce per unirsi all'eresia catara, di cui diviene l'anonimo ed estremo difensore.

In qualche modo, dunque, appare anche qui quella saldatura tra gnosi pagana e catara che, in varie forme, è indagata da vasta parte della tradizione ermetica.



Il tema dei catari ha sempre avuto per me un fascino particolare: non solo per la sua ovvia importanza nell'esoterismo europeo, ma in quanto il primo nucleo di tale singolare "eresia cristiana" si trova, per certi versi, non lontano dalla mia Mondovì. Sono infatti i catari di Monforte d'Alba il primo cenacolo di cavalieri gnostici di cui si ha notizia. Perseguiti da vescovo di Milano nel 1033 e martirizzati nell'attuale zona milanese detta appunto di Monforte, i superstiti fuggirono, a quanto pare, dall'altro lato delle Alpi, nella Francia unita al Piemonte meridionale dalla comune cultura occitana presente in ambo i versanti.

Qui, probabilmente, essi contribuirono al sorgere dell'eresia albigese, che crebbe fino a scatenare quella terribile crociata contro la cristianità di cui narra appunto il romanzo. Curiosamente, in questo modo, "la fine è nel principio" come per molti altri fenomeni storici: infatti, se a Monforte presso Alba sono sorti i primi cavalieri gnostici, è Simon de Montfort a produrne, presso Albi, la definitiva distruzione, drammaticamente descritta dalla Salvatori. 

(In modo simile, Romolo è il primo re di Roma e Romolo Augustolo l'ultimo, mentre la repubblica romana inizia con un Bruto, vendicatore di Lucrezia, e termina col Bruto parricida di Cesare. Gli ermetici Savoia, nati con Umberto di Bianca Mano, finirono la dinastia con re Umberto I, e anche della chiesa di Roma, nata con un Pietro, si attende la fine con un Pietro II, vero o simbolico che sia).

Le vicende del romanzo inoltre cominciano nel 1193, verso l'inizio della fine della cultura catara: sono anche gli anni della nascita del Mondovì come libero comune, sulla scorta, pare, di reduci della crociata. Il Monte di Vico diverrà negli anni seguenti "porta girevole dei catari", nuovamente in fuga nel nord Italia, come la vicina Cuneo. 

Appare anche curioso che la forma attuale del comune di Mondovì ricordi per certi versi la conformazione dell'Islanda, come ho già osservato in un post in tempi non sospetti (qui il link); ma questa è sicuramente una pura coincidenza. 

Il nostro giovane islandese, comunque, percorre l'Europa come un perfetto Parsifal, un "puro e folle" che scopre un'innata, mistica predisposizione alla cavalleria, guidato dall'ascia sacra di Freya della sua terra come una sorta di Stormbringer che, però, la sua forza morale riesce a domare.




Iniziato da una vigorosa collata di re Riccardo, che nel romanzo diviene dedito a un iniziatico sadomasochismo da Fight Club, l'eroe trova la sua vera Gerusalemme ripercorrendo i vari rami dell'eresia catara alla ricerca del loro mistico (anti)papa, guidato dalla moneta con la Rosa e la Croce, Dio e il Diavolo fusi in tutt'uno. Li ritroverà nei culti catari del Serpente e dell'Uovo, del Padre del Mondo che ne feconda la Madre, e percorrerà coi catari il loro calvario, fino alla disfatta finale.

Coerente coi suoi cancellati confratelli, anche il cavalier d'Islanda sparirà dalla grande Storia, vinto dal flusso degli eventi almeno sull'illusorio, nullifico piano materiale. Il romanzo della Salvatori, in fondo, restituisce all'anonimo cavalier albigese la chanson de geste trobadorica che la sconfitta gli ha negato. E la figura di Kveld che ci lascia, diretto ad un Vinland più mitologico che americano, ci ricorda Re Artù (rex earthurus...) diretto alla sua mitica Avalon. Per tornare quando sarà il tempo, quando servirà.

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