(via) Quadrone




Giovan Battista Quadrone, "Il filosofo" (1870 c.)
(Si trova anche nella Pinacotheca Philosophica).

Circa un anno fa mi era venuto in mente di scrivere due righe sul monregalese Giovan Battista Quadrone (1844 - 1898), uno dei più importanti pittori dell'Ottocento italiano, in vista di un progetto di cooperazione con il cabalinguista Marco Roascio, assieme al quale intendevamo rivisitare, nel tempo, la storia dell'arte locale, a partire dallo scultore Roas(c)io suo omonimo che l'autore, effettivamente, ha reinterpretato in alcuni dei suoi lavori.

Aspettavo però qualche occasione significativa per pubblicare questo post di approfondimento; e di recente mi era tornato in mente il post in sospeso, anche se non capivo esattamente il perché. Poi, passando per Via Quadrone, la strada che Mondovì gli ha dedicato, ho compreso la ragione di questo pensiero: in via Quadrone abitava infatti mio nonno materno, recentemente scomparso.

Io Quadrone l'ho conosciuto così; e se Corso Europa - dov'era la prima casa dei miei - e Via Risorgimento - dove stavano i miei nonni paterni - mi erano abbastanza chiari fin dall'ultimo anno dell'asilo, Quadrone mi suscitava curiosità. La spiegazione che me ne venne data dai miei nonni, "era un pittore", era pienamente soddisfacente, perché un "quadrone" è perfettamente congruente alla figura di un artista.

Si trattai, in fondo, anche della ragione per cui Quadrone è interessante per la Cabalinguistica ("giochi di bimbi", come per l'alchimia): non solo per l'insita tautologia, ma perché Quadrone fu davvero un "arcipittore", un pittore di "quadroni" tali per dimensioni e contenuti. E al tempo stesso, nonostante le apparenze tranquillizzanti di un semplice "pittore di genere" con interessi più commerciali che di ricerca, un pittore in grado di offrire immagini affascinanti come il "filosofo" posto in copertina, attribuitogli dal sito dell'art pompier, Art Renewal.

Quadrone nasce quindi in via San Lorenzo a Mondovì il 5 gennaio 1844, discendente di una benestante famiglia di marmorari venuti qui dalla Lombardia verso il 1740. Lo zio Giovan Maria era autore delle tre statue della facciata in marmo della cattedrale settecentesca della città (l'unica chiesa con preziosa facciata marmorea nella vasta produzione del genius loci, l'architetto Francesco Gallo). Lo zio muore l'anno dopo, scapolo, lasciando la sua proprietà al padre del Quadrone (è una strategia sociale comune all'epoca, volta all'accumulo dei beni). Nel 1850 la famiglia del futuro pittore fa così il salto alla borghesia, passando nel censo da "marmoristi" a "commercianti benestanti", data la loro proprietà di case e terreni oltre all'opificio marmoreo, ormai proto-industriale.


Enrico Gamba, "Il Riposo" (XIX sec.)


Gaetano Ferri, "Venere e Adone" (1862)

Grazie al benessere famigliare, Quadrone può dedicarsi alla sua passione (non senza qualche iniziale contrasto) e, dopo il ginnasio svolto al Convitto di San Primitivo a Torino, dove s'avvia al disegno, entra in Accademia nel 1861, nell'Anno Zero dello stato unitario. Mentre l'Accademia Albertina continua nella pittura di genere storico-romantico, sulla scia ormai esausta del medioevismo rinascimentale di Ferdinando di Breme, questo tipo d'arte perde sempre più d'interesse nella società, ora che la Grande Opera dei Savoia è compiuta, e mostra anzi le prime delusioni.

Quadrone studia con Enrico Gamba, e poi col bolognese Gaetano Ferri. Gamba, allievo dell'inglese Leighton, si distingue per opere borghesi di erotismo unheimlich come "Il Riposo", mentre il Ferri, negli stessi anni, effigiava i maliziosi amori di Venere nella sala dei Giochi degli appartamenti reali del castello della Mandria, vicino a Torino. Essi sono considerati gli alfieri del Juste Milieu, il giusto mezzo tra fervori romantici e classicismo arcadico emerso come conciliazione nei saloni parigini del 1855; comunque sempre nel solco della storia e del mito.

La prima opera nota del Quadrone è dell'anno susseguente, un romanticissimo autoritratto a diciott'anni (1862), anno in cui ottiene menzione distinta nel suo corso. Seguono bozzetti naturalistici in plein air nel 1863 e 1864, studi personali dal gusto paradossalmente quasi impressionistico, lontani dalla lezione ufficiale dell'accademia d'allora e segno dell'interesse comunque avuto dall'autore per il dato naturale. Quest'anno all'accademia Quadrone ottiene il primo premio in invenzione, e il secondo premio nel disegno dal vero, qualificandosi così tra il più brillante della nidiata. Ferri ne fa il suo pupillo, gli riserva una stanza sol per lui.

La prima prova di composizione è invece dedicata a Vettor Pisani (1865), ammiraglio veneziano ricordato per la sua spettacolare vittoria su Genova nel 1380. Quadrone, nella scelta patetico-romantica, effigiava l'eroe in carcere, caduto in disgrazia dopo una sconfitta. L'opera non è sopravvissuta: Quadrone stesso dice che gliel'avevano rubato in studio, e di averlo rivisto da un rigattiere torinese.

"L'Amleto nel cimitero" (1866), commentato poeticamente dal Prati stando al Billò, è un gran classico, che Quadrone dice d'aver venduto "al prezzo della cornice", per far circolare le sue opere. Il nero principe di Danimarca è colto nell'osservare il teschio di Jorick, davanti ai due becchini quasi caravaggeschi, che scavano la tomba sotto una croce coerentemente celtica. Appare di spalle un primo levriero, il primo cane che appare nelle opere di Quadrone, i cui segugi diverranno l'elemento caratterizzante delle sue cacce (è ritenuto in modo abbastanza unanime, come noto, il miglior pittore del miglior amico dell'uomo). 

Il 1867 vede un altro classico dello storicismo romantico, la "Margherita" del Faust di Goethe ("amatissima" da Quadrone, per il Marini). La fanciulla appare timorosa e virginale nel pregiato vestito bianco, come dev'essere. Quadrone, non vendendola, la donò ai suoi parenti. Scarsa fortuna ha anche "Il giullare", prototipo della sua pittura di genere.

Interessante nel 1868 il "Martirio di Eudoro e Cimodoce in Colosseo", dove più che le patetiche figure dei due giovinetti condannati al martirio sotto l'ara pagana, è suggestivo il modo con cui l'orrore dei leoni giunti a sbranarli è accennato appena nella porta che si apre sullo sfondo, in una luce quasi metafisica.


Paul Delaroche, "Assassinio del duca di Guisa" (1834)


Quadrone, "L'Agguato" (1869)

Una svolta giunge col complottista "L'agguato" (1869), dove è adombrato con precisione (ma senza citarlo nel titolo, volutamente), l'attentato ad Enrico di Guisa, principe cattolico assassinato dai protestanti nel 1563, nel contesto delle guerre di religioni. Proprio in quegli anni, tra 1560 e 1566, Mondovì era al suo acme, sede dell'università dei Savoia e roccaforte controriformista con la presenza del vescovo Ghislieri, l'inquisitore generale di Roma e futuro (san) Pio V inviato in loco a frenare l'eresia che dilagava già in Francia. Chissà se la connessione era in qualche modo voluta.

Comunque sia, il dipinto è più affascinante così, come complotto ideale e senza tempo, primo tentativo di Quadrone di rendersi vendibile al di là del barboso e anticommerciale storicismo dei maestri. E anch'io preferisco credere di vedere così qui all'azione gli uomini del Tristero, nell'atto di vendicarsi, per l'ennesima volta, dei Thurm und Taxis che han loro sottratto il monopolio sull'informazione (magari un'illustrazione di "The Courier Tragedy", il perduto capolavoro giacobita). O forse i rosacroce del romanzo di Eco, volti a carpirsi l'un l'altro la mappa dell'umbilicus mundi, per ritrovare le correnti telluriche. O forse i congiurati del mio romanzo esoterico mai pubblicato. Chi può dirlo?

Probabilmente, ci vide molto di buono anche l'elite massonica dell'ex capitale, che acquistò l'opera per il Museo Civico di Torino (è tuttora parte del patrimonio di quadri della città). A Brera, il Quadrone espone nuovi quadri di genere storico, tra cui Il Vecchio Faust.



Leon Bonnat, "Idillio" (1890)


Leon Bonnat, "Fanciulla romana alla fontana"



Gerome, "Pollice Verso" (1872)



Gerome, "The Slave Market" (1866)


Nel 1870 Ferri manda l'allievo Quadrone a studiare a Parigi, presso la scuola di nudo di Leon Bonnat e, in modo informale, presso Jean Leon Gerome, per cui gli scrive lettera di presentazione.

Cosa otterrà dai "due leoni" di Francia il nostro autore? Non la propensione all'orientalismo o al nudo: dello stesso Bonnat.

Gerome, poi,  non è solo un pittore dell'art pompier: la definizione di Art Pompier deriva da lui. E precisamente da un suo quadro di quegli anni, "Pollice Verso" (1872), dove l'elmo scintillante del gladiatore in procinto di uccidere col gladio l'avversario sconfitto è ridicolizzato per la sua somiglianza con quello di un pompiere ottocentesco (una scena di circo, non tanto diversa da quella con cui lo stesso Quadrone aveva iniziato: anche i due cristiani, indubbiamente, patiscono un pollice verso imperiale).

Ovviamente, "Pompier" sta anche per reazionario: non dimentichiamo che l'opera appare, a Parigi, un anno dopo la Comune. Oltre al disinteresse per i temi d'impegno civile, ci si può leggere anche un messaggio cifrato a come il potere dovrebbe gestire i rivoluzionari: col pollice verso, appunto.


Quadrone deve aver deciso per una maggiore moderazione, dato che tale erotismo soffuso in salsa storicizzante non appare mai in modo esplicito nei suoi quadri (anche per le già citate ragioni commerciali). Appare però, tale elemento, come allusione implicita, finanche in alcune delle più note cacce, e se no soprattutto nei quadri meta-artistici dedicati al tema del pittore nel suo studio, con procaci modelle.


Ernst Meissonnier, "The Chess Players" (1853)




Zamacois, "Il favorito del re" (1867)

Fu invece un "terzo leone", i lionese Ernst Meissonnier, a sedurre il Quadrone con la sua produzione artistica. Meissonnier infatti si era specializzato in scene di genere di ambientazione secentesca, quel tipo di distacco dalla storia che il Quadrone andava cercando. Ancor più del serioso maestro, egli trae ispirazione dal più ironico allievo, il basco Eduardo Zamacois y Zabala. Del resto, il Quadrone il Seicento fiammingo, modello di Meissonier, può ben approfondirlo nelle massoniche collezioni sabaude, ben rimpiguate di maestri nordico-europei.


Eleonora Duse

La guerra Franco-Prussiana e le vicende della comune lo costringono a tornare presto in patria, dove nello stesso 1871 un Francesco Quadrone - il fratello, con ogni probabilità - scrive la commedia "Un matrimonio per convenienza" con cui esordisce, a Mondovì, Eleonora Duse, la musa, poi, di D'Annunzio e tutta Europa. E un gusto teatrale è presente nella pittura di Quadrone stesso, nella sua scelta per l'accademismo di studio contro il plein air (che comunque praticava), e nella conseguente trasmutazione del suo studio in una sorta di teatro in miniatura stracolmo di trovarobato.


Zamacois, 1868

La Margherita faustiana, Amleto: ora si aggiunge un "Giullare" (di nuovo una scena generica, non storicizzata precisamente) che confabula amabilmente con un gruppo di cani in una sala signorile, prima di esibirsi davanti ai comuni padroni. L'opera non è identificata, ma il vestito rosso, lo scettro diabolico, il pizzetto puntuto e il violino da trillo del diavolo identificano il giullare come travestito da Mefistofele faustiano, un criptico rimando forse alle sue opere faustiane. Ma egli è anche omologo al simile dipinto di Zamacois, in cui il giullare si intrattiene, invece, con altri buffoni nel gioco delle bocce.

La scena aggiunge all'Agguato precedente quell'ironia che sarà poi tipica di Quadrone, e che personalmente trovo ricavata, in certo qual modo, dall'ironia del Manzoni, che in modo analogo, in letteratura, aveva sdoganato un nuovo approccio alla storia romanzesca rispetto al modello di Walter Scott: ovvero aggirarla nella storia ai margini, e con una mise en abime che è, in fondo, il vero avvio del post-moderno, checché se ne voglia o dica (e non a caso, Eco è maestro nel recupero manzoniano). I cani e il mephisto accomunati nella loro natura di servi, e quindi in amabile conversazione nella comune pausa del lavoro. Un afflato di "comedie humaine" che ritornerà nelle opere dell'autore.

Ma la scelta del bozzetto delude la critica più conservatrice, che lo invita, con rimpianto dell'Agguato, a "porre il suo pennello in servigio di un più alto concetto". Inizia la sfortuna critica del Quadrone, che ne accompagnerà la carriera in vita e postuma, fino ai giorni nostri.

Lo stesso anno, "Se giungesse un cacciatore!" (1871) indaga la direzione diametralmente opposta, lontana dalle lezioni dell'accademia e sulla scia, invece, degli esperimenti giovanili. Una natura pressoché impressionistica, specie nella parte altre del quadro, idillio naturale non ancora turbato dall'avvento della Caccia evocata sol nel titolo, e poi argomento dominante dell'opera quadroniana.




Quadrone, "Plick e Bordeaux" (1872)

Nel 1872, la "Bottega" è un primo dipinto meta-artistico, con l'illustrazione di uno studio pittorico affollato di trovarobato come quello dello stesso autore. Lo studio sui due bracchi, invece, denota sì l'amore per i cani, connesso alla caccia (un ringhioso botolo domestico è presente anche in Bottega), e anticipa l'orientarsi verso il tema dominante dell'autore. I bozzetti continuano a vender bene, attirando sull'autore, bravo e ricco di suo, ulteriori invidie e critiche.

Il pittore Francesco Mosso ne invidia la il suo essere "ricco, adorato e con nessun altro pensiero che l'arte!"; da parte sua Quadrone non frequenta il Circolo degli Artisti, dov'è poco amato, anche perché dovrebbe separarsi dai suoi amati bracchi. Decide anche, lo stesso anno, di disertare d'ora in poi le pubbliche rassegne, che ormai non gli servono a farsi conoscere e gli attirano strali velenosi da colleghi e critica.

Nel 1873 l'autore finalmente stipula un contratto con un mercante, il fiorentino Luigi Pisani, il principale dell'Italia dell'epoca. "I magazzini di Pisani e gli studi dei suoi operai" lavorano a pieno ritmo, ironizza Adriano Cecioni nel 1874. E in effetti, Quadrone ne ricava cifre contenute, mentre Pisani imbastisce su di lui una speculazione astronomica.


Zamacois, "Platonic Love" (1870)

"A quattr'occhi" (1873) vede un servo in dialogo con un busto romano nella sala signorile dominata da un'aquila asburgica, una nuova ripresa da un tema che Zamacois tratta con servo negro (e diversa composizione, a sfondo di malizia erotica), mentre "Annoiata" (1874) descrive una nobil fanciulla dall'aria di degnazione e dall'aspetto comicamente bruttarello.


Zamacois, "La visita inopportuna" (1868)


Quadrone, "Vergognosa" (1875)

La "Vergognosa" del 1875 continua la riflessione meta-artistica avviata con la Bottega (1872) e forse, en abime, col Giullare (1871), che anticipa già la meta-arte dei tardi circhi guittoneschi. Lo sguardo del pittore sulla modella, che si ritrae, è poco professionale come la fanciulla stessa, una ritrosa servetta, vien fatto di pensare, più che una modella consumata. Il pomposo scorcio classicheggiante sullo sfondo sta come ironia sul contrasto tra idealizzazione e realtà, consapevolezza quindi dell'ambiguità dell'art pompier del "maestro" quadroniano Gerome. L'artista come servo, e servo buffone, e servo buffone mefistofelico? Comunque sia, è vistoso il debito con Zamacois, e la sua "visita inopportuna", che usa una diversa situazione per il medesimo gioco malizioso.

Del 1876 è "Nello studio del pittore", nuovo autoritratto en abime di collocazione ormai settecentesca (Quadrone si va avvicinando alla sua epoca). Il quadro è il soggetto amato dei cani eseguito nel 1872, posa e sguardo del pittore sono esausti, forse consapevole della sua condizione di operaio seriale nelle mani del mercante con cui, comunque, lo stesso anno stipula un contratto fisso, non più quadro per quadro, ma organico.

Inoltre inizia ad andare in Sardegna, alla caccia del daino che è anche occasione di fascinazione pittorica per la natura incontaminata. In Sardegna, si è detto, Quadrone trova il suo orientalismo: non però l'orientalismo lontano e immaginario di un Gerome, ma un "esotico" vicino e però concreto, toccato con mano, nell'esperienza della caccia.

Nel 1877, dopo aver prodotto una sessantina di pezzi, si decide a tenere un registro, segno che gli affari iniziano a girare bene. Nel 1878 scade il contratto col Pasini, con cui comunque di fatto continua, su tacito accordo, ad essere applicata l'intesa del '76 nelle successive cooperazioni.


Quadrone, "Ogni occasione è buona" (1879)

Nel 1879 ritroviamo "Ogni occasione è buona", metaletteratura pittorica d'età napoleonica, nel costante avvicinamento al presente. Qui non è il pittore a mostrare la sua poca professionalità come nel quadro d'ambientazione ancor secentesca, ma il modello e la modella, che colgon l'occasione della sua distrazione per abbandonarsi a un casto bacio, promessa di qualcosa di più. L'impianto comico rimanda a quello che sarà poi tipico, nelle cacce, delle scene del "ladro", il cane che ruba la preda al padrone mentre il giovine gli intorta la fantesca, con un raddoppio che rende più sapida la malizia (e conferma il doppio piano del "mefistofele" che parla coi cani, nel 1871).



Quadrone, "Accoglienza poco promettente" (1880)

Il 1880 vede il coronamento di questa "fase uno" della sua attività artistica, con l'ottenimento di uno dei sei Gran Diplomi d'Onore a Torino, assieme all'amico parigino Giuseppe De Nittis, conosciuto nel soggiorno fiorentino, anch'egli allora giovin allievo. Un riconoscimento alla carriera e al valore commerciale dell'artista (quotato sulle ventimila lire), ma Quadrone sperava in coscienza di più.

L'anno è quello del Giudizio di Paride, dove il pittore che ritrae procaci e consumate modelle matronali offre loro, per ironia, scherzosa o autentica galanteria o funzionalità del quadro, un fiore colto dal vaso al suo fianco. Sullo sfondo, come al solito, un pomposo arazzo classicheggiante di quelli su cui si ironizza.

Ma forse, ancor più del Giudizio, è "Accoglienza poco promettente" a costituire la transizione ironica verso le scene dette di caccia, ma in verità in sostanza "di taverna": qui infatti vediamo un ciarlatano, con tamburello e cani travestiti, ad essere accolto nella casa di campagna da ringhiosi cani da guardia agli ordini di un monello. Un po' come simile cattiva accoglienza ricevevano, in quegli anni, le opere dell'autore, sottoposto a critiche spesso velenose.

La crisi economica del 1880 contrae comunque i consumi voluttuari, e spinge alla rottura con Pasini, che vorrebbe tenere i prezzi invariati e a un terzo la percentuale di Quadrone, da contratto, invece che la metà che era giunto, nei fatti, a consegnargli. Finisce l'esclusiva con Pasini, Quadrone tenta di trovare nuovi mercati fuori d'Italia, autonomamente.


Quadrone, "Il cacciatore artista" (1881)

Nel 1881, nel contesto di questa trasmutazione, il Quadrone passa alle cacce. La Caccia è comunque sempre auto-ritratto artistico, e infatti nel 1881 ne appare una sul pigro "cacciatore artista", seduto sotto un albero ad abbozzare con la copertura della virile attività venatoria. Può anche essere che sia una risposta, consapevole, all'astio che suscitava Quadrone pittore benestante, cacciatore appunto e quasi "dilettante", che non aveva bisogno di viver della pittura (e però, e forse perciò, bravissimo tecnicamente). Un'autoironia anche strafottente verso i suoi critici: io posso, e allora? Comunque, l'opera è quella con cui Quadrone tenta la conquista del mercato inglese: la vende, ma a prezzi insoddisfacenti. La crisi colpisce anche qui.



Quadrone, "In cerca del soggetto" (1882)


Nel 1882, con "In cerca del soggetto" si torna ancora sul tema meta-pittorico, con una nuova proposizione del soggetto, sempre ironica. Il pittore è qui un bel giovane, è comicamente distratto e tecnicamente indifferente alla modella per l'eccessiva consuetudine professionale. Notiamo che la scena è eccezionalmente affastellata, quasi a rimandare al fatto che il giovin pittore non sa più apprezzare il gentil sesso se non contornato da aquile asburgiche e armature da samurai. Un'opera contestuale, insomma, al definitivo abbandono dello storico sotto le varie salse: il pittore è infatti un (gozzaniano?) contemporaneo. L'opera è di quelle con cui l'autore cerca la conquista del mercato asburgico, tralasciato lo sbarco londinese: anche qui, senza risultati soddisfacenti.




Nel 1883, la morte del padre consegna al pittore e al fratello Francesco i beni famigliari, che il secondo amministra. Quadrone così ha una rendita sua, sicura, ed è totalmente libero di dedicarsi alla sua carriera artistica, senza risponderne nemmeno al padre.

Le cacce in Sardegna portano Quadrone alla conoscenza e al fidanzamento con la giovane Giuseppina Rogier, figlia del console onorario belga dell'isola, che diverrà poi sua moglie; e in contemporanea, la vacanza sarda diviene occasione di studio pittorico: se prima, dal 1876 ad oggi, Quadrone cacciava e non dipingeva, ora si porta il lavoro dietro e si avviano le vedute sarde, studi in plein air seguiti da ripresa in studio, con però una ariosità nei paesaggi, non di maniera ma intensamente amati, che rendono queste opere tra le più apprezzate criticamente in età moderna. Interessante è anche il patetico "Inverno in Piemonte" (1883), dove tra i contadini viandanti appaiono, sulla sinistra, anche due musici, il maestro e l'apprendista, dove il senior ostenta una notevole tuba da Dottor Sax. Le sue strade si dipartono da quelle degli altri viandanti: è forse l'artista che sceglie la via di Sardegna, nella vita e nell'arte?


Quadrone, "Amor Fraterno" (1884)


Quadrone, "Paesaggio sardo" (1885)

Pur nel perdurare dei vecchi temi, più apprezzati dal pubblico, questi centrali anni '80 ottocenteschi vedono il Quadrone insistere sulla Sardegna, con uno stile documentaristico, non bozzetto comico, ma etnografia severa o scorcio fotografico, verista come il Verga impone, negli stessi anni e in Sicilia, nella letteratura. "Reportages" li definirà Zeri, e il presidente socialista Saragat, torinese d'origini sarde, lo vedrà come il miglior interprete dell'isola. Tuttavia i dipinti, proposti dal 1884 in Piemonte, otterranno debolissima accoglienza; e ancor peggio all'estero, dove a Londra saranno spacciati per paesaggi spagnoli.




Quadrone, "In Partenza" (1886)

Nel 1885 il matrimonio per certi versi contribuisce ad avviar la chiusura del capitolo sardo, quasi preconizzato nella "Partenza" del 1886. L'incendio dello studio, nello stesso 1885, crea un buco nella produzione quadroniana per quest'anno.



Quadrone, "Entrate che fa freddo" (1887)

Il 1887 vede infatti "Entrate che fa freddo", uno dei grandi capolavori delle cacce, le opere più amate di Quadrone, con cui verrà infine identificato in modo esclusivo.


Quadrone, "Una vecchia berlina" (1888)


Quadrone, "Costumi sardi" (1889)

Certo, il 1888 vedrà ancora uno dei grandi capolavori quadroniani di Sardegna, "Una vecchia berlina", dove nella complessità della scena sociale effigiata l'etnografia supera il gusto del paesaggio, fondendosi comunque in esso in una perfetta resa espressiva; opera raddoppiata nel 1889 dai "Costumi sardi". Ma l'esperimento volge ormai verso l'accantonamento, data la freddezza del pubblico, che predilige invece, appunto, le più generiche scene di taverna. La Berlina, ritenuta forse l'opera più bella di Quadrone, sarà acquisita dal Municipio di Torino, nonostante non manchino, anche qui, critiche puntigliose.


Quadrone, "Pulizie generali" (1890)

Le Pulizie Generali del 1890, con cui si apre la nuova decade (l'ultima della sua arte), preannunciano questo rinnovamento e propugnano la riapertura dell'eterna taverna quadroniana. Intanto, il conte Ernesto Bertone di Sambuy riprende le accuse alla berlina, improvvisandosi critico. Per una rara volta, consapevole del valore del quadro e irritato dal dilettante allo sbaraglio, Quadrone replica con una Risposta pubblica sui giornali, in cui risponde per le rime ai detrattori.


Quadrone, "Nello studio dello scultore" (1891)




Quadrone, "Dopo la caccia" (1891)

Riapre anche, nel 1891, lo Studio dello Scultore, ennesima riproposizione del tema meta-artistico ricorrente in Quadrone. Lo scultore qui è ormai vecchio, affaticato, e deve rendere in stilema classico la giovin signora cittadina con vezzoso cappellino floreale alla moda, tra lo sgobbare pesante degli apprendisti di bottega. In "Dopo la caccia", il tema malizioso apparso nei Pittori transita nelle scene di taverna, dove dopo la caccia il garzone concupisce la fantesca, e il levriero la lepre, approfittando della distrazione del padrone. La fama delle cacce di Quadrone è tale che anche il Re si procura un suo "Cacciatore clandestino".


Quadrone, "Una discussione" (1892)

Con la Discussione del 1892, nelle taverne di genere del Quadrone inizia a trasparire il tema "politico" che alcuni hanno voluto veder sotteso a queste scene d'interno fiammingo troppo paciose. Siamo negli anni della vittoria, pur contestata, della medaglia d'oro di Quadrone a Torino, ma sono anche gli anni in cui si inaspriscono le tensioni sociali che sfoceranno, nel 1898, nella repressione del fossanese Bava Beccaris e quel che ne consegue. Quadrone continua a dipingere i quadri per i borghesi, ma non è esclusa una malizia nelle sue scene d'osteria che spesso giustappongono cacciatori dai carnieri pieni a quelli dai carnieri vuoti (che qui, non a caso, è quello che brandisce arrabbiato un giornale, anticlericale per definizione). Forse non è casuale la "bandiera rossa" che pende in un panno casuale lasciato svolazzare dal soffitto.

Il "Ritorno dalla caccia" dello stesso anno è soggetto a una speculazione. Lo scultore Costa l'acquista a 2000 lire, poi lo rivende alla Galleria d'Arte Moderna di Roma per 4000. La speculazione è oggetto di critiche da parte della stampa nazionale, e lo stesso Quadrone è coinvolto nelle accuse. Alla fine Costa, per troncare lo scandalo, devolve il suo guadagno al pittore, e la faccenda si chiude lì.



Quadrone, "Fortune diverse" (1893)



Quadrone, "Sacco vuoto non sta in piedi" (1894)






Quadrone, "Pranzo Democratico" (1894)

La lettura socialisteggiante è centrale in "Fortune diverse" del 1893 (anno, anche, di numerose vedute di campagne monregalesi, d'interesse personale dell'autore), dove i cacciatori e i cani abbacchiati per il carniere vuoto puntano irritati i cacciatori dalla ricca selvaggina; così come nel Sacco Vuoto del 1894, dove è mostrata solo più, ormai, la frustrazione dei cacciatori privi di cacciagione. E il pranzo democratico dello stesso anno è una spia interessante in questo senso, perché la parola per noi ormai svuotata di senso, in una monarchia a costituzione octroyée, suona come minaccioso richiamo socialista, pur sempre annegato nella bonomia scherzosa del Quadrone.

I padroni dividono la refezione coi cani, in un clima di festosa allegria. Non mancano negli stessi anni letture più piane del tema della cacciagione, nella vastissima produzione dell'autore, in cui la minuziosità della scena non pare volta a un sapido bozzetto sottilmente politico (come farà, con modi analoghi, Norman Rockwell nei '50 americani), e allora suggerirà un iperrealismo quasi surreale ai critici più benintenzionati, e la pura ripetizione di sé a quelli più malevoli.




Quadrone, "Il circo" (1894)

Il 1894 è però soprattutto l'anno dell'apparizione del tema del circo, che il Quadrone riprendeva da una diffusione francese molto ampia del tema, non ancora penetrata sulla scena piemontese e italiana in genere. Il circo diviene per l'autore metafora dell'artista come saltimbanco, tema ricorrente nelle sue opere in una sotterranea vena polemica anche contro le critiche personali, ma forse anche di consapevolezza del sistema delle arti in generale. Il quadro, venduto a 7000 lire, attrae l'attenzione al punto che il pittore, per evitare i curiosi in studio a Torino, acconsente ad una esposizione della Promotrice delle Belle Arti per quel solo quadro (il suo record di vendita). L'anno successivo, il quadro lo rappresenterà alla prima Internazionale di Venezia (1895).


Quadrone, "L'occasione fa il ladro" (1895)

"L'occasione fa il ladro" (1895), dipinto reiterato nel 1896, in modo identico, ne Il Bacio Furtivo riprende il tema malizioso già trattato anche nelle taverne. Il ladro è certo il cane che ruba la carne di cacciagione approfittando del sonno del padrone, ma anche il giovane che ghermisce le carni della fanciulla approfittando della medesima sonnolenza. A ben pensare, però, alla luce del presunto "tema politico" già evidenziato da altri nelle precedenti "cacce", anche qui dietro al doppiosenso malizioso può stare un messaggio ironico: infatti, il cane non ruba certo la carne che ha contribuito a cacciare, e di cui il padrone non gli dà nulla; così come il garzonaccio non sottrae certo alla fanciulla qualcosa che ella non voglia. Dunque il sonno del padrone genera logiche rivolte, in scala micro come macrocosmica.

Nel 1896 Quadrone manca per due volte il massimo premio alla Triennale torinese, con L'Egoista, giungendo due volte secondo alla competizione. Tuttavia questa presenza mostra che Quadrone è tutt'altro che superato.




Quadrone, "Il tempo minaccia" (1896)

Il Tempo Minaccia, del 1896, premiato a Firenze l'anno seguente (1897), presagisce per molti ironicamente la tempesta di polemiche che la medaglia d'oro suscitò. La pittura di genere era ormai morta, in Italia, davanti alla montante tempesta perfetta dei macchiaioli, gli impressionisti de noantri. Il divisionista Angelo Torchi si fa il capofila del nemici del pittore e depreca la premiazione del "Quadrino di Quadrone".   La sardonica resistenza di Quadrone nel gusto di pubblico e critica era sempre più insopportabile, impedendo la rottamazione di quell'esperienza a cui lui si opponeva, nemmeno per esigenze di pagnotta data la ricchezza di terre e poderi famigliare. Gli attacchi si replicano a Venezia: "un Quadrone che fa quadrettini".



Quadrone, "Ciarlatani con oche" (1897)

Il 1897 vede dunque la discussa vittoria di Firenze, e la realizzazione di nuovi dipinti della serie circense, tra cui il meraviglioso "Ciarlatani con oche" che diverrà nel 2002 la cover del libro della riscoperta dell'artista.



Quadrone, "Primi dolori" (1898)

Nel 1898 ci lascia "Primi dolori", insolito scorcio domestico borghese, in cui una bambina piange, rimproverata (se non peggio) dalla madre - fantesca - sorella maggiore, per aver devastato con i due cani (uno nero e uno bianco, quasi allegorici dell'infinito verso cui Quadrone andava, come nella simbolica medioevale) la camera dei giochi. Ma è soprattutto "Mercoledì delle Ceneri" (1898), nel tema tardo dei guitti di circo, a costituire la dimostrazione del pittore di un tentativo d'evoluzione verso il simbolismo, terreno ove quasi sembra voler sfidare i divisionisti, che se ne ritenevano i detentori, dimostrando appieno la capacità di condurre l'attacco. Di fronte allo sguardo sospettoso delle beghine che escono di chiesa, sono due gaudenti che danno l'obolo al mendicante cieco. Un'ironia sulla meschinità dei formalismi borghesi che vale sia come discorso generale sul teatro sociale, sia forse per il microcosmo dell'arte. E quest'opera è il testamento del Quadrone, precocemente stroncato da un tumore in quest'anno, a soli 54 anni.

Con Quadrone muore la pittura di genere: Quadrone non vede, letteralmente, il Novecento, confinato in quell'eterno Ottocento che il positivismo verista vuole in fretta superare Nel 1899, a un anno dal nuovo secolo, la Promotrice delle Arti lo omaggia con una mostra di oltre 300 opere, curata dall'amico pittore Marco Calderini.

Calderini lamenta la "congiura del silenzio" che accoglie la nuova esposizione. Ne scrivono, all'occasione, solo Barbavara su "Emporium", e Guido Faldella, in un articolo abbinato però a quello per la morte di Alberto Pisani, l'orientalista che sarà poi spesso, non del tutto a ragione, abbinato al nome di Quadrone.

Dal 1900 al 1904 l'amico pittore Marco Calderini e l'incisore Celestino Turletti (che morrà poi nel 1904) ne prepararono una ampia biografia, rivendicando Quadrone come uno dei vanti dell'arte moderna italiana. I detrattori più perfidi, nell'elogiarlo, dicono invece che le magnifiche sorti e progressive non riusciranno a distinguerlo da un fiammingo del Seicento, "tant'era bravo".

Nel 1910 e 1915 vi sono alcune tardive riprese locali, a Vicoforte e Mondovì. Dopo la parentesi della guerra, nel 1922 si ha una ripresa, più modesta, con 69 opere, sempre ad opera dell'amico Calderini, nel clima di "ritorno all'ordine" anti-avanguardista che accompagnerà l'ascesa del fascismo. Però anche qui, Quadrone è troppo antiretorico per piacere all'epoca.

Il giovane Mario Soldati, nel 1927, riconosce a Quadrone grande abilità ma "non uno sviluppo serio"; Enrico Somaré, nel 1928 lo dichiara "pittore prevalentemente illustrativo", pur elogiandone l'abilità. Anche Emilio Bissoni, nel 1929, per elogiarlo perpetua il mito del "fiammingo piemontese", lusinghiero ma limitativo. Anna Maria Brizio lo stronca nel 1935 e nel 1939: una generale e superficiale stizzosità della critica, pare, per l'invece crescente successo collezionistico.



Alberto Pasini

Nel dopoguerra, invece, nonostante la dedicazione della via di cui ho detto sopra, la sua figura ripiega in una considerazione minore. Marziano Bernardi, nel 1949, dedica una monografia all'autore, e lo avvicina all'orientalista Alberto Pasini, riconoscendo nella sua pittura "una vita che supera il genere come mera rappresentazione", nell'occasione dell'ultima mostra torinese fino a quelle del Centenario, con un silenzio pittorico di mezzo secolo che corrisponde alla grande età dell'avanguardia in Italia, dopo i freni del fascismo.

Sarà soprattutto in età ormai post-moderna che si ha un doppio apprezzamento/deprezzamento, in un segno paradossalmente simile: la monregalese Andreina Griseri, docente di storia dell'arte moderna all'università di Torino (con cui ho fatto l'unico esame, severissimo, da trenta e lode...), ne apprezza le "scene di caccia oltre il vero, con un intento quasi surreale".

Luigi Mallé, nel 1976, ci trova "una volontà di dir troppo", "una rigatteria innumere", senza alcun sospetto di una intenzionalità ironica, se non alla Dalì, almeno alla Gozzano. In Mallé è evidente l'irritazione per il successo collezionistico, di cui si profetizza con wishful thinking il "declino naturale": invece Quadrone continuava ad apprezzarsi.



Quadrone, "L'Egoista" (1895)

Nel 1978 Ernesto Billò, il principale storico monregalese, dedica al Quadrone la cover del suo saggio su "Artigiani ed artisti a Mondovì", stampato dagli Amici di Piazza. L'immagine è ovviamente una caccia, il "Cacciatore egoista" (1895), ancora nel senso dei rapporti tra padroni e cani di cui ho parlato sopra.



Quadrone, "Gli amici" (1886)

La vastissima antologica del 1998 di Giuseppe Luigi Marini, nel centenario della morte, riprende in cover invece un'opera del periodo sardo, contribuendo alla rivalutazione ad ampio spettro dell'autore. Se ne censiscono ben 935 opere, a fronte delle 600 teorizzate, con buona approssimazione, dal Billò.



Quadrone, "Ciarlatani con oche" (1897)

Nel 2002 invece il catalogo della mostra della GAM e della città di Mondovì, sempre a cura di Giuseppe Luigi Marini, riscopre nella copertina la figurazione più rara dell'arte circense, completando la riscoperta di un Quadrone a tutto tondo.

Da allora, compiuta la dovuta nemesi storica di una certa rivalutazione, su Quadrone tace anche comprensibilmente l'analisi critica, fino al prossimo anniversario a cifra tonda, probabilmente. A meno che l'omaggio della cabalinguistica continui a tenere vivo, nel dibattito artistico sia pure locale, l'attenzione a un artista che non merita di scomparire (non solo, a mio avviso, per ragioni campanilistiche).

E del resto, il filosofo citato in copertina, con quei teschi disposti nel suo antro, e quei libri arcani, è certo filosofo nel senso di qualche adepto alle arti oscure, alchimista del rosarium philosophorum se non occultista o cabalista. Un nostro simile: lontano nel suo tempo, ci sta ad aspettare.

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Fonti consultate
Ernesto Billò, "Artigiani e artisti a Mondovì", 1978
Giuseppe Luigi Marini, "Giovan Battista Quadrone", 2002

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