Divo o Morto




Sappi che egli è di Belzebù giù araldo;
e ride ancora, e riderà in etterno
come solea, ma tu nol cognoscesti,
ed è quanto sollazzo è nello inferno.

(Morgante, canto XXVII, v. 140)

"So di esser di media statura (1.78),
ma non vedo giganti intorno a me."

(Giulio Andreotti)



Giulio Andreotti (1919 - 2013) è sicuramente il fulcro di tutti i misteri dell'Italia repubblicana.

La sua silouhette inconfondibile, il gobbo con le orecchie luciferine, ne fa una figura demoniaca, coltivata con cura tramite il sorriso sardonico con cui ha voluto eternarsi.

"Belzebù" per i socialisti (Belfagor era Gelli, demone comunque di livello inferiore),
Moloch, Sfinge, Papa Nero, e molti altri, quasi tutti gli pseudonimi alludono alla sua dimensione occultistica. Perfino il più noto, "Divo Giulio", coniato da Pecorelli, rimanda a Cesare nel suo ruolo sacrale, di pontefice massimo della religione pagana (Papa Nero, appunto). Forse non tutti i misteri d'Italia dipendono da lui, ma certo tutti sono passati sotto il suo sguardo indecrifrabile. A metterli in fila così, l'un dietro l'altro, si prova un senso di spavento, un sublime rovesciato.

Orfano di padre, Andreotti nasce a Roma nel 1919. Liceo classico, poi facoltà di Legge,
dove entra nelle organizzazioni universitarie cattoliche. Il Vaticano andava preparando
una sua classe dirigente parallela pronta a subentrare alla dittatura fascista, al momento giusto.
Il medico militare gli dà sei mesi di vita, Andreotti ovviamente lo seppellisce in poco tempo. La storia della sua vita.



"Sempre due essi sono: l'Allievo e il Maestro" (cit.)


Nel 1939, diventa il direttore del giornale degli universitari cattolici, mentre Aldo Moro ne
era il presidente. De Gasperi lo incontra in un luogo a caso, nella Biblioteca Vaticana, dove il papato gli aveva dato una sinecura per fargli organizzare la DC pronta a subentrare al fascismo (iniziando subito, ovviamente, a usare il vantaggio di avere uno "stato nello stato", grazie al concordato del 1929). E' una folgorazione.

Nel 1942, quando Aldo Moro è richiamato alle armi, Andreotti gli succede fino al 1944
a capo degli universitari cattolici.

Poi diventa responsabile dei giovani DC alla nascita del partito, ma De Gasperi
per lui vuole di più. Nel 1945 è alla consulta nazionale, nel 1946 alla Costituente.

Nel 1947, con stupore di molti, il giovane Andreotti è al ruolo chiave di sottosegretario
del presidente del Consiglio. Ha deleghe fondamentali e amplissime: tra cui sopra tutte quella per gli spettacoli. "I panni sporchi si lavano in famiglia" osserva, criticando il neorealismo che, con film come "Roma Città Aperta", sta avviando una riflessione sulla guerra appena conclusa. Riflessione che, per quanto potrà, cercherà di fermare.

Intanto però si preparano le prime elezioni democratiche per dare un governo al paese. Il fronte socialista sembra più forte, sulla carta: almeno in Sicilia, ha superato la DC, 28 seggi a 21. I lavoratori festeggiano la vittoria il 1 maggio, restaurata festa del lavoro abolita dal fascismo. A Portella della Ginestra. Il bandito separatista Salvatore Giuliano spara sulla folla, 11 morti, di cui 2 bambini, una ventina di feriti.

Nel 1948 il pericolo rosso è scongiurato, la DC vince le elezioni.
Andreotti è eletto deputato alla prima legislatura regolare.
Per gli amici del Vaticano si occupa soprattutto di esercitare una occhiuta censura sul primo cinema:
le benemerenze che acquisisce lo rendono determinante.

Nel 1949, riesce a far approvare una nuova legge sul cinema, volto a migliorare la censura. In pratica, per accedere al finanziamento statale è necessaria una approvazione preventiva della pellicola. Andreotti poi intercede per le pellicole di amici che il bacchettonismo DC vorrebbe censurare, limitandosi a frenare il neorealismo, che va costruendo un'estetica antitetica all'ideologia democristiana.

Su "Umberto D." (1952) affermerà ad esempio "Nel mondo si sarà indotti a ritenere che quella di Umberto D. è l'Italia della metà del XX secolo. De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria". La censura applicata da Andreotti fa sì che, tuttora, il film abbia difficoltà ad essere proiettato sulle tv nazionali, pur essendo ritenuto tra i cento grandi capolavori del cinema mondiale.




Nel 1950 Salvatore Giuliano viene finalmente ucciso. Il suo luogotenente Gaspare Pisciotta, arrestato in seguito, sosterrà di essere stato lui a ucciderlo nel sonno per un accordo con Scelba, ministro degli interni. Ma le tesi di Pisciotta non saranno verificate: muore per un caffé avvelenato alla stricnina, in carcere. Quando muore, Andreotti è per la sua prima volta ministro, agli Interni.

Nel 1952, intanto, Pio XII ritiene passato abbastanza tempo perché la DC si allei strutturalmente con l'MSI: è d'accordo anche Don Sturzo, il sacerdote fondatore del partito popolare. De Gasperi cerca di spiegare l'impossibilità dell'operazione, ma il papa dà ascolto solo quando è Andreotti a muoversi.

Nel 1953 la destra romana è colpita dal primo scandalo della repubblica, il delitto Montesi, in cui è coinvolto Piero Piccioni,figlio del ministro degli Esteri nel governo Scelba.

Nel 1954 muore De Gasperi, ed Andreotti è ministro per la prima volta, agli Interni.
Divenuto riferimento della DC romana, di estrema destra nel partito e orfana dopo il fallimento del Piano Sturzo, coordina per molti la campagna contro Piccioni senior, erede designato alla guida del partito dopo le morti di De Gasperi (1954) e Scelba (1955).

Piccioni scompare nelle note a margine della storia: non è provato che la Montesi sia stata
assassinata in seguito al festino, ma le belle feste orgiastiche sono invece cosa certa.
Intanto, il SIFAR di De Lorenzo stringe accordi con la CIA per la formazione "ufficiale" di Gladio (1956).

E' l'inizio ufficiale dei Misteri d'Italia.



Ippoliti su "Marc'Aurelio", pre-1958

Ma non c'è tempo di fermarsi a pensare: c'è la ricostruzione, la televisione, le autostrade, i condomini, il boom, l'esodo dal sud al nord, gli urlatori. Nel 1957 col Trattato di Roma l'Italia tiene a battesimo l'UE, mentre appare la Cinquecento. Nel 1958 il papa buono e Volare sono la colonna sonora del boom economico che si avvia, nella felicità generale.

E nel 1959, Andreotti mette le mani su un ministero che gli è caro: quello della Difesa.

Amabilmente Fellini (censurato, in precedenza, da Andreotti), nel finale della "Dolce Vita" (1960) inserisce un fantasma di fanciulla bionda, simbolo della purezza perduta: secondo molti, è la Montesi. 

In questo modo, il peccato originario della DC è eternato nel più grande capolavoro del nuovo cinema italiano. "E' il guardiano di qualche cosa, uno che debba introdurti in un'altra dimensione che non si capisce bene." diceva di lui Fellini, che probabilmente aveva capito benissimo.



Ma intanto altri affari incombono. E' divenuto potente, infatti, in questi anni, un uomo ritenuto vicino ai socialisti, Enrico Mattei, che a capo dell'ENI ha fatto ottenere all'Italia notevoli contratti nel campo
petrolifero, strappandoli ovviamente all'egemonia delle sette sorelle petrolifere. Amintore Fanfani, della relativa sinistra interna democristiana, apre ai socialisti in appoggio al governo.

Mattei, ovviamente, muore in un misterioso incidente, nel 1962, dopo esser decollato col suo aereo dalla Sicilia. La commissione d'inchiesta si svolge sotto il mandato di Andreotti alla difesa, e liquida
il tutto come accidentale.

Un profetico Totò nel film Gli onorevoli del 1963 fa ormai dire alla moglie che voterà per "Giulio"
perché "non c'è rosa senza spine, non c'è governo senza Andreotti". In effetti, per tutta la prima repubblica andrà così.

Intanto, nel 1964 Aldo Moro, l'altro "cavallo di razza" della sinistra DC, supera Fanfani e fa entrare i socialisti al governo. Il generale Di Lorenzo avvia quindi il suo tentativo di golpe, noto come Piano Solo. Il golpe poi non scatta: per alcuni, l'opposizione comunista, accortasi del tentativo di colpo di stato, avrebbe provveduto a rendersi indisponibile. Per cui, la presa di Roma avrebbe coinciso solo con l'avvio di una guerra civile. Siamo ovviamente nel pieno campo delle supposizioni.

Comunque, sotto Andreotti ministro della Difesa, fino al 1966, succedono altre cose curiose, siamo certi a sua insaputa: i fascicoli del SIFAR, che schedano in modo dettagliato decine di migliaia di personalità influenti e i loro scheletri nell'armadio, vanno distrutti perché illegali, ma di fatto finiscono nelle mani della nascente P2 (1967).

Un uomo ne è Michele Sindona, "il banchiere di Dio", che ottiene gli enormi fondi dello IOR da
gestire da parte del cardinal Marcinkus. Andreotti lo presenterà come il salvatore della lira.

Nel 1968, inoltre, Andreotti stringe un alleanza con Salvo Lima, che aggiunge ai voti andreottiani della DC romana quelli della Sicilia, da lui controllati.



Il volto del "Male"

Nel 1969, con la strage di Piazza Fontana, ai tentativi di Golpe si aggiunge la Strategia della Tensione: servizi segreti "deviati", massoneria nera, neofascisti e poteri mafiosi  non tentano più di effettuare direttamente un colpo di stato, ma scatenano il panico per il terrorismo di destra e sinistra, in modo di generare una spontanea richiesta della maggioranza silenziosa di sospendere la democrazia.

Nel 1970 i tempi sembrano maturi per un nuovo golpe, quello del comandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, il Principe Nero. Secondo le fonti, il nome del presidente politico di garanzia richiesto dagli USA dopo l'eventuale golpe è Giulio Andreotti, appunto.

Il golpe però non scatta e, scoperto, nel 1971 inizia un'indagine della magistratura. Borghese fugge all'estero, dove muore poco dopo. Andreotti, ministro della difesa, consegna alla magistratura il dossier dei servizi segreti sul caso in questione nel 1974.

Nel 1976 Aldo Moro, di fronte all'escalation del terrorismo sui due fronti, propone un
compromesso storico al PCI di Berlinguer, che accetta.


Per i complottisti più paranoici, Moro si trova "tra le due colonne di J e B, Joachim e Boaz". I pilastri della sapienza massonica.

Ovviamente, Moro è rapito dalle Brigate Rosse nel 1978, con un escalation esponenziale nei colpi
che l'organizzazione terroristica era solita organizzare. Si suppone il supporto di agenti di paesi
oltrecortina, dato che Mosca stessa cercava di opporsi all'Eurocomunismo berlingueriano, che avrebbe
significato la fine della sua egemonia sul comunismo europeo e, in prospettiva, forse anche mondiale.

Quel che è certo che Andreotti, provvidenzialmente a capo di un governo d'unità nazionale,
sceglie senza indugi, con Cossiga, la "linea della fermezza", rifiutando ogni trattativa.
Lo stesso papa Paolo VI, amico personale di Moro e Andreotti fin dalla gioventù, può fare solo un appello al buon cuore delle Brigate Rosse, poco prima di scomparire anche lui (e anche il suo successore, ma questa è un altra storia).

Per contro, la linea di fermezza impone, anche per credibilità, di avviare una certa repressione delle BR:
viene data una certa libertà d'azione al generale saluzzese Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale può
adottare contro le BR il metodo consolidato dei pentiti. In capo a breve, iniziano le prime
defezioni nell'organizzazione, che gradatamente la disgregano.

Dalla Chiesa trova anche parte dei memoriali di Aldo Moro, in via Monte Nevoso a Milano.
Un'altra parte salterà fuori nel 1990, oltre dieci anni dopo. Il sospetto di molti è che una parte
sia stata censurata, e fatta apparire a scopo opportuno.

Comunque  Mino Pecorelli, giornalista investigativo (a lui si deve la fortunata definizione di
Divo Giulio) e amico di Dalla Chiesa, si ripromette di pubblicare i memoriali e far luce sulla
intricata vicenda. Peccato,  viene assassinato da sicari nel 1979. Andreotti dichiarerà in seguito di avergli mandato dei farmaci contro il mal di testa, peccato non siano serviti.

Anche Ambrosoli, il curatore fallimentare del Banco Ambrosiano di Calvi e Sindona, subisce nel 1979
la stessa sorte. "Se l'era cercata" commenterà laconico Andreotti.



Nel 1982, anche Calvi viene assassinato, con un rituale massonico, impiccato dal ponte dei Frati
Neri a Londra.

Dalla Chiesa, premiato per il suo lavoro contro le BR, che ha dato i suoi frutti, viene inviato in
Sicilia come prefetto di Palermo, per applicare anche qui il suo metodo dei pentiti contro la mafia.
Ovviamente, viene subito assassinato in quello stesso 1982.

L'anno dopo, anche Chinnici, capo dell'antimafia, è eliminato (1983). Ma Caponnetto, il suo erede, crea un pool dove le informazioni sono condivise, in modo che la morte del singolo magistrato non porti allo stop dei processi. Inoltre, il metodo Dalla Chiesa, sia pure postumo, inizia a funzionare, e Tommaso Buscetta, il primo pentito di mafia, inizia a parlare, nel 1984, portando all'avvio del maxiprocesso.

Giulio e Gelli

Nel 1986, è il turno di Sindona, che viene assassinato in carcere di massima sicurezza,
avvelenato con un caffé. La versione ufficiale è che si tratta di auto-avvelenamento.

Nel 1988 la vedova di Calvi accusa Andreotti di essere il vero capo della P2: Gelli era un mero
prestanome ed esecutore.

Andreotti, con la consueta amabile ironia, osserva: "Se fossi massone, non mi accontenterei di
una loggia soltanto".

Dal 1989 è nuovamente premier, ma ormai il mondo in blocchi va dissolvendosi.
Con la fine dello scontro USA-URSS la corruzione della DC, ormai insostenibile, sta per
diventare non più scusabile.

Andreotti prepara l'avvento della nuova Italia: la legge Mammì, sotto il suo governo,
favorisce il consolidarsi dell'ancora precario monopolio televisivo di Berlusconi.
Ad aiutare lo scenario, si ritrovano miracolosamente alcune letterine di Moro, in una intercapedine
di uno stabile a Milano. Craxi, di malumore, ci vede dietro una mano misteriosa.



Forattini, "Andreacula", 1992

Presagendo il Titanic, Andreotti si fa nominare senatore a vita da Cossiga nel 1991, come trampolino di lancio verso la Presidenza della Repubblica, l'obiettivo finale.
Ma è tardi, tardi.

Claudio Martelli, socialista e ministro della Giustizia, impone una rotazione dei giudici di Cassazione, eliminando l'ammazzasentenze Carnevale. Il maxiprocesso giunge in cassazione e non viene annullato nelle sue condanne. Il governo è crollato sotto il maglio di Tangentopoli, nel 1992, sostituito da un esecutivo tecnico, a guida Amato. La mafia è senza referenti politici. La reazione è l'attacco diretto al cuore dello stato.

Vengono intanto eliminati gli imprenditori fratelli Salvo e Salvo Lima, referente politico di Andreotti, ritenuti da alcuni il "telefono rosso" mafioso. Poi, in quello stesso 1992, viene assassinato
il giudice Falcone, capo dell'antimafia. Lo sostituisce subito Borsellino, l'altro pilastro del pool
antimafia. Immediatamente eliminato anche lui.

Bombe mafiose sotto lo stadio olimpico e in via dei Georgofili, a due passi dagli Uffizi, hanno
il senso di dimostrare che, se lo stato non capitola alla mafia, si è in grado di sferrare una serie di colpi letati, distruggendo i simboli della fittizia normalità italiana, alta e bassa, calcio e cultura.

In verità la mafia ha esagerato, e lo stato effettuerà una minima reazione, arrestando alla fine nel 1993 Totò Riina, capo del clan corleonese che comanda la cupola.
Spunterà una foto di un celebre bacio, tra Andreotti e il boss.

Nel 1993 ecco che alcuni pentiti accusano anche Andreotti come referente politico della mafia
e mandante dell'omicidio Pecorelli. Mentre Craxi fugge, sommerso dalle monetine,
la DC affonda, lasciando spazio a Forza Italia di Berlusconi, una destra non più cristiana nemmeno
nel nome, Andreotti, impassibile, va al processo.

Dopo una lunga battaglia, ne uscirà indenne.

Nel 2004 giunge l'assoluzione definitiva dalle accuse di mafia in Cassazione:
l'associazione mafiosa prima del 1980 è solo prescritta, ma non importa.

La figura di Padre Nobile di Andreotti è ormai intangibile. Lo Zi' Giulio baciato da Riina diviene
il buon vecchio zio della repubblica, sornione e distante, ma sempre presente sul suo scranno,
lassù in parlamento.




Andreotti as Hellraiser


La sinistra lo odia, ovviamente, ma in questo odio c'è l'estenuazione della sconfitta disperata.
Incapace di liberarsi di Berlusconi, incombe su di essa anche lo spettro dell'antico nemico, invitto.
Un popolo e l'altro sul collo vi sta.
"Il Divo" di Sorrentino, nel 2008, è più una celebrazione che un'invettiva. Giulio trionfa.

Fino almeno a questo 2013 postapocalittico, che vede infine la sua scomparsa.
Tra i suoi molti soprannomi iniziatici vi era anche, come detto all'inizio, il Papa Nero.
Oggi che un vero papa nero è salito al soglio pontificio, lui non v'è più.
Ci possono essere due papi in bianco, forse.
Di fatto, il Papa Nero può essere uno soltanto.

Ma il nome con cui Giulio sarà ricordato è quello di Divo, eternato anche dal recente film sorrentiniano.
E forse quindi davvero non è morto, ma trasfigurato in archetipo, domina il cosmo da un gobbuto scranno, al centro esatto dell'universo.

Come anche l'America di Kissinger lo temeva, così forse egli incute rispetto anche alle
altre gerarchie angeliche. Del resto, Avvenire nel salutarlo titola: "Ora Andreotti è solo Luce".
Un Portatore di Luce, direi.


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