Game Of Thrones


(Spoilers Alert)

Troni e Dominazioni
di Lorenzo Barberis


L'Aiart, l'Associazione Italiana degli Ascoltatori Radio-Televisivi, nasce nel 1954 per iniziativa dell'Azione Cattolica, in perfetto parallelismo con la nascita della TV in Italia. Sono gli anni di una AC segnatamente di destra, sotto l'influsso militaristico che le ha dato Gedda; sono gli anni in cui è ancora forte - lo abbiamo appena ricordato, nell'ultimo post - l'influsso censorio, sul cinema, di quell'Andreotti da poco scomparso, e di cui gli "aiarti" sono eredi.

Avevamo ricordato come Andreotti stesso nascesse dalla censura cinematografica, ivi collocato dalle sue preziose raccomandazioni vaticane, e che avesse usato questo potere non come pura censura, appunto, ma come abile strumento per usare obiezioni apparentemente "morali" per boicottare film con una visione politica del reale ostile alla DC, e segnatamente i film del Neorealismo.

Anche di recente l'AIART si è distinta per interventi di questo tipo. L'associazione non registra sul suo sito una cronologia dei suoi interventi e successi (penso intenzionalmente, per dissimulare giustamente le sue strategie). L'analisi si deve dunque limitare agli ultimi interventi, così come ricostruiti sommariamente dalla rete.

L'AIART ha ottenuto il suo più fulgido, ultimo successo facendo sparire dagli schermi il Padre Pizzarro di Corrado Guzzanti. Lo scalpore creato attorno alla sua figura e la maggior popolarità che ne è conseguita si giustifica con l'esigenza di colpire l'autore, il più lucido autore satirico dell'Italia d'oggi, che metteva dettagliatamente in mostra i meccanismi del potere vaticano in una parodia azzeccatissima (da notare che, per Pizzarro, tutto è format televisivo, come in effetti è: se esistesse, lavorerebbe dunque per l'Aiart, presumibilmente).

Qui dunque la censura si giustifica, come anche nell'attacco ai Borgia, di cui si è impedita la messa in onda (su La 7, sempre: l'attacco dell'Aiart va indifferentemente contro pubblico e privato) che avrebbe dovuto avviarsi col conclave. Il prezzo di apparire sempre più retrivi a una ristretta cerchia già comunque ritenuta ostile (i 5 milioni, in Italia, che leggono giornali, navigano quotidianamente su internet, vanno al cinema e così via) è pagato dall'impedire di far giungere i contenuti sgraditi ai più.

Invece, il censurare, come di recente, lo spreco trash della tv pubblica che segue il vistoso matrimonio di Valeria Marini ha il senso di acquisire un consenso pubblico: io stesso concordo che la cifra spesa dalla RAI per l'esclusiva è certamente uno spreco di una "casta estesa" (non a caso, tra l'altro, nel segno della commistione, il "comunista" Bertinotti era testimone di nozze all'evento), sebbene magari rientri sotto altra forma di incassi pubblicitari, dato l'interesse per il gossip. Ma, appunto, non vi è qui traccia di "servizio pubblico".

Ma c'è un caso di censura Aiart che mi ha colpito singolarmente, spingendomi a scrivere queste mie righe.





Ned Stark - Goffredo di Buglione



In questi giorni, infatti, è iniziata la trasmissione in chiaro del telefilm di maggior successo degli ultimi tempi, "Game Of Thrones". Il serial è tratto dal ciclo "Song of Ice and Fire" (composto nel 1991, pubblicato nel 1996) di George R. R. Martin. "Game of Thrones" è il titolo del primo capitolo, che qui è stato esteso a tutta la serie, indubbiamente più evocativo. Lo stesso Martin ha seguito l'adattamento telefilmico, e quindi è considerabile piuttosto attendibile (voglio comunque, a breve, leggere i romanzi).

Martin, nato nel 1948, si avvicina già adolescente alla scrittura, e avvia la carriera professionistica su Galaxy, nel 1970. Obiettore di coscienza durante la guerra del Vietnam (1973-74), nel 1975 vince per la prima volta il Premio Hugo, l'oscar della fantascienza. Nel 1979 passa al professionismo puro, abbandonando l'insegnamento, ma pur continuando nel successo critico non sfonda presso il grande pubblico. Tra gli esperimenti che mi paiono più interessanti, quello di "Wild Cards", la scrittura di un ciclo di supereroi basato su sessioni di gioco di un rolegame condotto dallo stesso Martin, e che ha probabilmente influenzato la natura fortemente strategica di Game of Thrones.

Il successo vero giungerà dunque per Martin col suo grande ciclo fantasy, che presenta una notevole innovazione del genere. Infatti, in un ottica di "levare"; Martin crea un mondo fantastico che è semplicemente un medioevo di fantasia, privo di elementi magici o sovrannaturali, almeno al primo impatto. La cosa è interessante, tanto più in un genere che, nello stesso periodo, fa l'opzione opposta: toglie il medioevo, e tiene il fantastico. Opere soprattutto televisive dei '90 come "Streghe", "Buffy", o romanzi come "Harry Potter" (del 1997, un anno dopo) sono un fantasy di ambientazione urbana, in cui il mondo magico si mescola pienamente con quello reale.

Il "Game", in particolare, sembra porsi come un "Dungeons & Dragons" depurato dall'elemento fantastico, i "Dragons": presenti, paradossalmente, ma confinati sullo sfondo, così come le legioni di "orchi" (qui, più precisamente, zombies) che fanno la funzione della carne da cannone (o da spadone) dei cattivi. I draghi che giungono da sud (con l'antica regina) e gli zombies che calano da nord sono due vaghe minacce incombenti, non un elemento reale del centro della scena, Westeros, il "continente occidentale".

L'affermazione che, nel 2011, ha "Game Of Thrones" è segno probabilmente della fine del ciclo di quel fantastico, per l'affermazione, anche solo per un effetto novità, di questo medioevo immaginario ed estremamente sobrio. In USA, la prima serie ha sfiorato i 10 milioni di telespettatori; nel 2012 è stata la serie più scaricata illegalmente.

Da noi, ha provveduto ad acquistarla il colto Carlo Freccero, per l'ottima RAI 4, offrendola così precocemente in chiaro in questo 2013.

E qui giunge  il durissimo attacco compiuto ai danni del "Trono di Spade" dall'AIART. Il comunicato, durissimo ma meritoriamente breve, merita di essere qui riportato per intero:

“Il programma è volgare, pornografico con insistite scene di violenza e di sesso, quasi gli autori fossero impegnati ad ottenere l’oscar della depravazione. E’ tollerabile che la Rai, servizio pubblico, alle 21 entri con un programma a luci rosse nelle case degli italiani? Si obietta che basta cambiare canale per non subire lo squallido programma: certo, ma perché in un Paese civile si deve sopportare l’incultura del servizio pubblico radiotelevisivo? La risposta amara è semplice: chi viola il buon senso e sperpera danaro pubblico è sicuro di non incorrere in sanzioni; chi dovrebbe erogarle è in tutte altre cose affaccendato!”

La cosa ha suscitato subito in me un certo interesse. Personalmente, sono contrario ad ogni tipo di censura, ma naturalmente non mi stupisce l'esistenza di spinte censorie, particolarmente forti in un paese come l'Italia. Tuttavia, mi interessava comprendere la ragione dell'attacco dell'AIART, perché avendo iniziato a seguire la serie non trovavo la motivazione di un attacco così forte.

Una tesi che circola in rete è l'antipatia personale tra il "cardinal" Bergomeo, leader dell'Aiart, e il dotto Carlo Freccero, responsabile delle più interessanti programmazioni RAI. Ma in una istituzione che, come l'Aiart, rimanda alla lunga e sottile tradizione ecclesiastica, è difficile ipotizzare che tutto sia riducibile a idiosincrasie personali. Questa la risposta di Freccero, comunque, più lunga ma interessante, in quanto non burocratica e insolitamente colta per un comunicato ufficiale.

“Si legge che ‘Il trono di Spade è volgare, pornografico con insistite scene di violenza e di sesso, quasi gli autori fossero impegnati ad ottenere l’oscar della depravazione. In realtà gli autori si sono impegnati non solo a ottenere ampi riscontri di pubblico, ma pure a guadagnare o a concorrere fino alle fasi finali, dei principali premi della TV Americana e fantastica.

La prima stagione per esempio ha vinto lo Hugo Award e il più antico e prestigioso Peabody Award con queste motivazioni: « Il Trono di Spade va molto al di là di un fantasy di routine, provocando domande sull’essenza del potere e dell’impotenza, sul desiderio di regnare e sull’atto stesso del regnare. […] Il Trono di Spade riceve il Peabody Award per aver interrogato il concetto di autorità all’interno di un contesto d’intrattenimento ma tematicamente ricco». Senza poi contare i moltissimi riconoscimenti tecnici e al cast ottenuti, oltre alle nomination come miglior serie drammatica ai Golden Globes e agli Emmy Awards.

Ha ricevuto attenzione da parte di vari studiosi che gli hanno dedicato pubblicazioni filosofiche, ed è universalmente riconosciuta come uno dei vertici assoluti della Tv di Qualità. Certo affronta contenuti adatti a un pubblico maturo, e come tale viene trasmessa da Rai4, con tanto di bollino rosso e alcuni tagli per il passaggio in prima serata. La brutalità e la sessualità de Il Trono di Spade non hanno però lo scopo di titillare o traviare il pubblico, ma di trattare il mondo diegetico con il realismo imposto dal racconto in modo relativamente inedito per il genere fantasy. Senza le situazioni criticate da AIART, il senso di pericolo e la descrizione delle pulsioni dei protagonisti verrebbero a mancare, falsando completamente il ritratto, fantastico ma verosimile di uno spietato gioco di corte pseudo-medievale. Sarebbe come chiedere di rimuovere dalla mitologia le azioni più crudeli degli Dei o di espungere dalle tragedie greche i passaggi più violenti, come la morte di Clitennestra nelle Coefore di Eschilo”.

Naturalmente, per me le accuse sono destituite di fondamento. Certo, ci sono, fin dal primo episodio, scene abbastanza violente.





Daenerys - Desdemona



Ma la violenza non è mai gratuita o decontestualizzata, e addirittura la versione trasmessa dalla RAI censura le scene più dure e aggiunge per di più il consueto "bollino rosso". Certo, l'AIART la vorrebbe oltre mezzanotte, ma non dovrebbe dire che è per evitarla ai minori: è per evitarla a tutti (supposto che la maggior parte delle persone adulte lavora, e non tira le due per un telefilm).


L'indifferenza dell'AIART al sesso che finge di voler censurare è resa evidente dal proprio comunicato contro un precedente serial, "Chimica e Fisica", che toccava temi come l'omosessualità in una prospettiva non di condanna (o di riduzione a macchiettismo, questo pare concesso). L'AIART, nella pagina in cui spiega le sue ragioni, allega filmato con le scene a suo avviso più scabrose!
Certo, a fine di riprovazione, dirà l'AIART. Ma, innanzitutto, si cade nel greve comico involontario del sacerdote che sanziona la bestemmia dicendo "non dire più ...", ripetendo la colpa. In second'ordine, una sequenza di scene decontestualizzate come in questo caso non hanno alcun valore (ci vorrebbe, accettassimo per assurdo la liceità della censura, una critica ragionata, nel contesto,e  anche senza inutile video allegato).

Di conseguenza, la ragione formale della censura è un elemento pretestuoso, a mio avviso: da cui l'interesse ad indagare per capirne di più.

Il caso di Games Of Thrones si pone più dunque nel versante che abbiamo già visto: censura di una ideologia ostile. Ma quale? Non solo infatti, come detto, siamo in un mondo fantastico, ma in un mondo in cui programmaticamente è espunto il magico e il sovrannaturale. I draghi fiammeggiano sullo sfondo come residui di un lontano passato mitologico, e dal nord calano degli zombies non dissimili da un'allegoria di orde barbariche non assimilabili, allo stato puro.


In sostanza, abbiamo una sorta di alto medioevo molto corrispondente al nostro: il Trono di Spade è quello di un Impero vacante e vacillante, come potrebbe essere quello Carolingio, basato sulle vestigia di un antico e nobile impero passato, avvolto ormai nel mito - l'età dei draghi, di cui i protagonisti talora favoleggiano. Da nord, nuove orde barbariche zombies si apprestano a calare; da sud, gli antichi detentori del trono, discendenti dello spodestato Re Folle, si apprestano a tornare dopo essersi alleati, come Gano di Magonza, con il Re Moro di un popolo guerriero di stampo puramente tribale.

Lannister e Stark sono le due famiglie preminenti: i Lannister, corrotti e decadenti - come simboleggiato, in modo fin didascalico, dal pericoloso incesto che coinvolge la regina e il fratello - e gli Stark, barbarici e retti, il cui capofamiglia, reggente del Nord, è compagno d'armi del bolso re, chiamato come suo governatore nella capitale. In modo similmente didattico, Re Stark decapita di persona, sotto gli occhi del pavido figlioletto seienne, un guardiano che egli reputa (a torto, tra l'altro) un traditore.

Il conflitto appare quindi posto come un vano scontro tra cultura e corruzione, contro rettitudine e stolidità. I corrotti Lannister (ma anche i Folli, di cui l'elemento incestuoso è più sublimato, ma presente) potrebbero comprendere le minacce e gestirle, ma sono indifferenti, schiavi solo delle loro pulsioni; il retto Stark, che avrebbe la fibra morale per fermarle, non lo sa fare, troppo medioevale per capire che il mondo può cambiare (appunto condanna a morte il soldato che lo avverte dell'arrivo degli zombies, ritenendolo un disertore che tenta di giustificarsi). La speranza appare venire da opposte forze terze.







Thytion Lannister - Margutte



Da un lato, in casa Lannister, dal Folletto Tyrion, il nano della famiglia reale. Escluso dai giochi di potere per la sua deformità e schernito nella crudele società di marca medioevale, egli però ha ricavato dall'ambigua condizione di svantaggiato (in quanto nano) e privilegiato (in quanto nobile) una spinta ad acuire la sua cultura e la sensibilità verso chi, come lui, è in condizioni di debolezza. Non ovviamente un pietismo di buon cuore, poco credibile in quell'epoca: ma un duro realismo che spinge i "vinti" a reagire alla condanna che appare ormai scontata.

Sprona il bastardo di Stark a fare la scorza al suo ruolo di figlio illegittimo, aiuta il fanciullo Stark, storpiato da un attentato, a scoprire che potrà in ogni caso cavalcare, con appositi accorgimenti; e unico tra tutti i personaggi, si rende conto della minaccia zombie che viene da Nord e inizia a indagarla.






Arya Stark - Clorinda

Dall'altra, Arya Stark, la più giovane delle figlie di Ed, disinteressata al ruolo femminile nei giochi di corte, legato alla passività nei confronti dei rozzi mariti guerrieri, da manipolare con le arti del sesso. Con una sfida sostenuta sorprendentemente da Ed (ma spiegabile con l'inettitudine del figlio minore, che trova in Arya una rivalsa), Arya avvia l'addestramento da guerriero, cosa che le suscita subito l'odio feroce del crudelissimo figlio incestuoso dei Lannister, un dualismo che lascia ben sperare per la trama.

The Imp e, in futuro, Arya, escono dagli schemi, e potrebbero dunque salvare il loro mondo, che pare dannato in partenza ("Winter is falling", sussurrano le profezie di Ragnarok).

*

Questi gli elementi centrali. Ovviamente avranno indubbiamente elementi di sviluppo, ma su questi si è basata la stessa Aiart per la sua censura (essi, ovviamente, potranno anche conoscere ulteriori scene, ma il loro attacco si giustifica semplicemente sul già visto).

Cosa li ha dunque colpiti?

A ben rifletterci, un primo elemento, simmetrico a Guzzanti e ai Borgia, ma ugualmente letale, è l'assenza di religione. Questo è a mio avviso il vero elemento fantastico di Game Of Thrones, la vera estrapolazione: un medioevo in cui l'Impero è crollato, ma non è giunto alcun cristianesimo (nota: inizierà a giungere, appunto, con la seconda serie).




Lannister Twins - The Last Days of Pompeii


I rimandi agli Dei sono ancor più formali di quelli che attribuiremmo, ormai, a Cesare o ad Augusto, e non li ha sostituiti una nuova fede in cui essi abbiano potuto rigenerarsi e sopravvivere.

Il che, però, ed è il secondo punto, non colpisce per differenza, ma per uguaglianza. Rispetto al basso medioevo, la nobiltà intenta al suo gioco del Trono è abbastanza credibile, nei limiti di una rilettura "romantica" sempre presente (l'elemento a mio avviso che più sfida la sospensione della credulità è che Stark, poiché "buono", rifiuti di cercar di uccidere con sicari i discendenti del Re Folle fuggiti oltreoceano presso il Re Moro, mettendo a rischio l'impero di un'invasione e del crollo nell'anarchia per "dare una possibilità" ai due principi, entrambi preda in vario modo e grado del delirio di potere paterno).

Ma è nel complesso il tutto credibile: perché è la nobiltà prima dell'Anno Mille, prima della cristianizzazione templare e crociata, prima del mito creato dalla Chanson de Roland e simili, col conseguente ingentilimento della cavalleria. E' il nostro alto medioevo, non "nonostante i draghi" (blandissimo elemento sullo sfondo), ma nonostante la totale rimozione del ruolo del clero (perfino nel consiglio dei ministri della capitale non troviamo figure clericali, ma cavalieri più colti, tra cui uno mercantile e felice proprietario dei bordelli della città).

Implicitamente, così, il telefilm subliminalmente sottolinea un fatto pochissimo gradito al clericalesimo dell'AIART: la relativa modernità della diffusione della chiesa, che avvia una penetrazione profonda nella società non dall'Anno Zero (nel legittimo mito di sé che si costruisce), non dal 313 (la lezione di Dan Brown, che si vorrebbe provocatoria ma è ancora bene accetta), ma dal Mille circa per la nobiltà (il cavaliere cristiano, la crociata, i templari) e dal '600 circa per il popolo (con la penetrazione capillare della controriforma, che "normalizza" le commistioni di sacro e profano, di cristiano e pagano, che si erano formate nell'ibridazione precedente).

Ovviamente, ne consegue una morale antimanzoniana (opposta, intendo, alla vulgata del Manzoni "ad usum Delphini", non il Manzoni riletto da Spranzi): gli ultimi non devono attendere la salvezza che viene da un qualche potere superiore e dai suoi provvidenziali intermediari, o dalla nobiltà di stirpe cui il clero ha instillato nobiltà d'animo tramite valori religiosi, ma devono procurarsela da sé. E, difatti, iniziano a farlo, almeno all'interno del ceto nobiliare, ove sono meno schiacciati.

Così come è assente la religione, la magia, è assente anche un altro elemento: la tecnologia. Non nel senso che sia completamente assente - la barriera, ad esempio, è ad alto tasso tecnologico - ma è assente la riflessione su di essa. Abbastanza coerente con la mentalità alto-medioevale dei personaggi, ma non col livello tecnologico, almeno basso-medioevale. Magari qualcuno, col proseguire della serie, inizierà a rendersi conto della superiorità degli arcieri urbani sulla cavalleria, per dire. Probabilmente però no, per non snaturare la natura del Game of Thrones, trasformandolo in qualcosa d'altro.





Il re Moro.



*

Aggiornamento del 25 giugno 2013.

Una visione più ampia dell'opera - di cui conosco ormai i primi due capitoli televisivi - mi ha permesso di rifinire, in parte, il mio parere.

La prima serie traspone il romanzo "A Game Of Thrones", e quanto avevo detto dopo le prime puntate mi pare confermato quanto avevo detto. L'arco narrativo si svolge nel fallimento di Ned Stark, troppo buono, troppo onesto per sopravvivere al gioco dei troni, come gli rivela la perfida regina Cersei: un gioco dove si vive o si muore.

La seconda serie traspone "A Clash of Kings", titolo azzeccato, che descrive la lotta che segue alla morte di Robert Baratheon, dove ogni nobile pretendente si proclama "re legittimo". Se una prima chiave era fornita da Cersei, che definiva il concetto del gioco del trono di spade, qui è il Ragno Tessitore a svelare, con un enigma, il principio fondante del gioco.

Un cavaliere, dice il Ragno, si trova dinnanzi a un re, un sacerdote e un ricco mercante. Ognuno gli ordina di uccidere gli altri. Chi ha il vero potere?

The Imp, a cui l'enigma è proposto, risponde nel modo più logico: il cavaliere. Ma pur essendo Thyrion Lannister il miglior giocatore del gioco dei troni sulla scena, la sua risposta è imperfetta: il potere consiste nel far credere di avere il potere. Se il cavaliere crede nel culto religioso, obbedirà al sacerdote.
Se il cavaliere crede al rispetto verso la corona, obbedirà al re. Se il cavaliere non crede in questi valori, ma stima il danaro e crede al mercante, obbedirà a lui. Altrimenti, potrebbe ucciderli tutti o nessuno.

Appare trasparente la metafora: il cavaliere simboleggia il puro valore militare e cavalleresco, romanticamente inteso, corrispondente agli Stark. Il Re corrisponde al puro valore formale della discendenza di sangue, corrispondente ai Baratheon (ovviamente questo valore è formale, e Joeffrey non è un Baratheon, a rimarcarne la formalità). Il Mercante corrisponde ai ricchissimi Lannister, che
"pagano sempre i loro debiti". Il Sacerdote, infine, rappresenta bene Stannis, succube della sua sacra prostituta, la Donna Rossa, fede al monoteistico "dio della Luce" che procede dalle Tenebre.

E qui si capiscono meglio anche le ostilità preventive dell'AIART.
La seconda serie introduce infatti due monoteismi, e quello buono è il culto di kraken dei Greyjoy, tratto pari pari da Lovecraft ("Ciò che è morto non muoia mai", dicono come loro motto informale).

Quello cattivo, appunto, è un culto dai riferimenti cristologici rovesciati: la sacerdotessa che ne diffonde il culto è la Prostituta Scarlatta dell'Apocalisse, e lo presenta come detto come "Ex tenebris lux", motto dei valdesi che rimanda comunque alla concezione cristiana di un Dio che procede "per spaeculum et in aenigmate", senza rivelarsi compiutamente, ma agendo "nella caligine", per lasciare la libertà agli uomini. Qui il senso è terribilmente rovesciato, forse per caso. Però è noto uno gusto anticlericale per epater le pasteur in alcuni giochi di ruolo. Quando era apparso D and D, i fondamentalisti protestanti USA vi avevano identificato un richiamo al politeismo, per il sistema di dei presentati.

D&D l'aveva censurato, ma altri giochi (come "Uno sguardo nel buio", 1984, di Ulrich Kiesov), avevano invece giocato su questo concetto, mantenendo il politeismo e aggiungendo ai vari dei, nel ruolo di cattivi, i sacerdoti del monoteistico Dio Senza Nome (allusione evidente all'innominabilità del dio biblico).

Game Of Thrones si mette dunque sulla scia di questa satira antireligiosa: e a ben pensarci, il rapporto con lo Sguardo nel Buio (già titolo volutamente inquietante...) è più stringente di quanto appaia, dato che tale gioco si presentava come un D&D più realistico e razionale, con un minore peso dell'elemento fantastico.

*


Comunque, siamo ancora agli inizi.

Ai post(er) l'ardua sentenza.

Post più popolari