Margutte


Il logo di Margutte, di Damiano Gentili.

Mentre recensivo la mostra dei tre amici Attilio Ianniello, Bruno Capellino e Gianni Bava, avevo accennato alla nascita della "non-rivista" letteraria online "Margutte", di cui sono redattore con Laura (io seguo la rubrica di arte, Laura quella di letteratura sperimentale, e insieme ci occupiamo di amministrare del sito).

Mi ero però ripromesso anche di parlarne più ampiamente. Naturalmente, in questo primo mese d'uscita è il sito stesso a introdursi da sé, con rubriche ed articoli esplicativi: quindi rimando innanzitutto su www.margutte.com, dove tra l'altro spiego nei dettagli perché abbiamo scelto come nume tutelare il gigante nano inventato dal Pulci.

Una delle ragioni che ha pesato è la disponibilità della dotcom col nome di un così prestigioso marchio del nostro rinascimento: e tuttavia Margutte era anche perfetto in sé. La nostra scelta era infatti quella di rifarci alla tradizione di un "rinascimento altro", data la nostra provenienza, a vari titoli, dalla tradizione della controcultura. E Margutte, fondatore di tutta la rinascenza eroicomica e sostanzialmente semidimenticato, era l'eroe eponimo ideale.

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Nel periodo dell'Altro Rinascimento di Margutte, del resto, anche Mondovì diveniva il centro di un rinascimento controculturale, opposto come il romanzo del Pulci agli astratti furori delle prospettive botticelliane ispirate da Marsilio Ficino. La scuola gotica locale inanellava, tra Quattro e Cinquecento, i suoi capolavori eterodossi che la Controriforma cercò invano di cancellare (col visitatore apostolico Carampi), aggiungendoci anzi tra '600 e '700 un Barocco piemontese che coniugava eccellenza ed eccentricità (tra il Pozzo, il pittore gesuita del titolo del blog, e l'ellittico Santuario della vergine).

E una buona parte di questo controrinascimento goticizzante passava tramite l'arte della stampa, precocemente giunta nel Monregalese (1472) e subito adattata nella prima tradizione del libro illustrato dell'età tipografica (dal 1476). "Se delectono in bona arte: / fan stampar foglietti e carte" dice dei monregalesi il Giacomello da Chieri, nel suo "Il Piemonte è il più bel fiore" (1520), attestando la precocità di una tradizione tipografica addirittura pre-giornalistica. E lo stesso "Marguttino", i due smilzi cantari delle avventure marguttiane, amate dal popolo, usciva spesso in fogli non rilegati nelle costose brossure del Morgante Maggiore, ma volanti: quasi un antesignano testuale delle pulp novel o, se illustrato alla monregalese, dei comic book.

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Mondovì dunque ha sempre avuto questa tradizione contro-culturale, eclettica, in stretta connessione con la preminenza nell'arte della stampa (oggi testimoniata da un bel museo con grandi potenzialità culturali). Appare quindi logico che nella stampa locale si possa identificare un filone contro-culturale forse più forte che altrove.

Le prime testate, come ovunque, si sviluppano sulla scorta della Rivoluzione Francese e dell'età napoleonica (il corso fatale passa di persona a Mondovì, sua vittoria decisiva nel 1796), e il primo giornale monregalese è appunto il francese "Journal du departement de la Stura", nel 1807.

Ma questa era la cultura ufficiale del potere "giacobino": la prima vera controcultura è stata probabilmete la controcultura massonica nella fase che gli studiosi del movimento identificano come "latomica"; ovvero segreta, proibita, letteralmente "underground". E già questa controcultura si esprime tramite riviste: come le testate del monregalese Massimo Montezemolo, membro dei Cavalieri della Libertà che negli anni 1830 cospiravano in Mondovì per il risorgimento italiano.

E' lui a sfruttare la prima, timida libertà di stampa albertina del 1833 per pubblicare nel 1836 "Il Subalpino", seguito nel 1840 da "L'Eridano" (titolo bellissimo, dall'antico nome del Dio Po fetontico).

Forse lo riecheggia, nel 1850, il massone Vitale Buzzi, che a Mondovì apre "L'Ellero", altro fiume sacro evocato per il primo vero giornale della città monregalese. Sono gli anni del temibile vescovo Ghilardi, alfiere della restaurazione, e i fogli del Buzzi finiscono immancabilmente scomunicati. Cosa che lui mette in testata, quale titolo di pregio, appunto, contro-culturale. "L'Ellero" diverrà poi "L'Ape", sottotitolo: "cera e miel coglie l'Ape - e talor punge" (Dat rosa mel apibus, recita il motto degli esoterici Rosa+Croce, di gran moda tra i massoni a metà Ottocento, vedi Dante Gabriel Rossetti).

Ultimo capolavoro del Buzzi è "Il Vero" del 1854, che si autodefinisce "foglio filosofico". Il direttore, Celestino Galli, è addirittura l'ideatore della seconda protomacchina da scrivere, il Potenografo o Clavicembalo Scrivano, che usava il principio del cembalo musicale per permettere la scrittura meccanica.

Il Times inglese del 1831 l'aveva recensita con entusiasmo:

"Il giudice sul suo seggio, mediante il suo uso, può prendere le deposizioni dei testimoni mentre la sua mente è intenta ad ascoltare la testimonianza. Con un po' di addestramento perfino i ciechi possono usare uno strumento che permetterà loro di copiare in modo più veloce di chiunque scriva a mano. Questa macchina ingegnosa ha molti altri vantaggi, che, se verrà realizzata secondo le aspettative del suo inventore, produrranno grandi cambiamenti nel nostro attuale sistema di comunicazione scritta e telegrafica."

Chissà se gli articoli del "Vero" venissero mai scritti su un prototipo sperimentale del Potenografo, che non fu mai commercializzato (se il Galli l'avesse davvero collegato al telegrafo come sognava, il suo ruolo di antenato delle webzine sarebbe totale).

Alla fine anche "Il Vero" chiude dopo poco; ed è il massone garibaldino  Pietro Delvecchio a originare un nuovo giornale monregalese sul finire degli anni '60 dell'Ottocento, ormai ad unificazione compiuta: è "Il Vasco" (1869) dal nome dei due illuministi monregalesi; e poi "La Stella", decisamente massonica nel nome. Ma ormai i massoni giunti al potere non erano più la controcultura, ma la cultura ufficiale dell'Italia unitaria, tra poeti vate e libri Cuore. La contro-cultura, semmai, era quella cattolica del papa prigioniero.

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La contro-cultura della reazione cattolica guardò con sospetto alla stampa, da sempre strumento demoniaco: prima di Lutero, poi degli Illuministi, quindi dei Massoni.

A Mondovì essa aveva però un suo campione nel Ghilardi (vescovo dal 1842 al 1873), figura complessa: certo reazionario, ma con disegni di una certa grandezza: sognava la rifondazione di una Sacra Lega Mondiale filo-pontificia sul modello del suo grande predecessore nella carica, il Ghislieri (poi San Pio V, il papa di dell'attuazione della controriforma, domenicano come lui), "illudendosi di essere l'eletto della Provvidenza" secondo il biografo di Pio IX, Giacomo Martina.

Ghilardi sapeva l'importanza dell'arte e favorì l'ultima grande impresa artistica negli affreschi della cattedrale (1850 c.), e comprese presto l'importanza della stampa, creando nel 1857 il settimanale "L'Apologista", foglio ebdomedario di polemica oratoria, per combattere "Gli iniquissimi disegni suggeriti dalla potestà delle tenebre".

Questa controcultura di reazione clericale al predominio massonico era anch'essa esoterica nella sua ossessione contro la massoneria "nera" e il complotto giudaico-massonico. E a guardare all'Ottocento occulto, quest'ossessione nasce anche dal fatto che i due schieramenti non erano così nettamente separati come si può credere, ma accomunati appunto da questo fascino per le cose ermetiche. Basti pensare al percorso di uno Huysmans o, a rovescio, di un Sauniere. O, per restare al Ghilardi, il fatto che il suo protetto artistico monregalese, per i suoi cruciali progetti d'arte sacra, fosse il massone garibaldino Andrea Vinai.

Nel 1870 il Ghilardi lamenta che "I nemici di Cristo salutano con gioia satanica l'ingresso delle truppe italiane a Roma. La bandiera dell'Inferno è in Campidoglio." Nel 1871 celebrerà polemicamente i trecento anni della vittoria di San Pio V a Lepanto, simbolo della vittoria del Papa Re sulle forze diaboliche del Nemico. Ma ormai stanco e malato, si dimise nel 1872, morendo nel 1873. Il suo giornale gli sopravvisse fino al 1876 (Morandini e Billò, "Cento e più anni a Mondovì", vol. 1, p. 16-17).

Lo sviluppo della controstampa cattolica verrà sbloccata dalla Rerum Novarum (1893) e da una nuova attenzione sulle "cose nuove": qui da noi nascerà, nel 1895, "L'Araldo", bellissimo nome dal sapore medioevaleggiante e anche un po' esoterico (lo stesso Margutte, tra l'altro, finisce divenendo l'Araldo di Belzebù all'Inferno): e nel 1898 l'Araldo diviene "Il Risveglio", altro nome indubbiamente affascinante.

Si continua nel segno di una battaglia sacra che affianca piano materiale e piano simbolico.
Il Risveglio recensisce come storica una commedia ove una ragazza cristiana è uccisa da un gruppo di ebrei "per adoperarne il sangue i loro riti", sul modello di quelli celebrati "in Ungheria" (Dal volume "Quando la sveglia era vaticana", CEM 1998, p. 86), rito massonico-esoterico dato che "socialismo, ebraismo e massoneria sono una cosa sola" (ibidem, p.87), notoriamente. Tuttavia si riconosce che "molti ebrei hanno sentimenti umani verso tutti", e per quell'epoca buia è una concessione singolare, in un foglio di reazione (forse dovuta alle contiguità che dicevamo).

Nel suo anno di nascita 1898, il Risveglio parla del resto del carnevale monregalese come "Il Carnevale del Diavolo", un rito esoterico in cui il diavolo si maschera (da Moro, probabilmente) in vista del nuovo secolo: come prima si era mascherato negli Illuministi settecenteschi, e poi nella Massoneria ottocentesca (p.78). Forse al rito carnascialesco serviva la damsell in distress sacrificata poco prima. L'oscuro araldo monregalese è finalmente in grado di risvegliare gli altri antichi dei?

Non è che i toni cambino poi così presto, d'altronde. E c'è un eco di questa controcultura ancora nel 1969 monregalese, quando essa attaccherà la testata del cattolicesimo illuminato locale, paragonandolo ad una "Lancia spuntata nel cuore di Cristo" (Morandini, Billò, "Mondovì In Guerra e Pace 2", p. 172), o peggio ancora dell'arcivescovo ad personam (che anche lui, come Ghilardi, aveva celebrato con gran fasto San Pio V nel 1965).

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Ma ormai questa controcultura religioso-reazionaria andava declinando, soppiantata ormai da tempo da una cultura cristiana più laica, emersa dagli anni del Concilio e ormai divenuta dominante.

Si affermava invece un'altra controcultura, di segno diametralmente opposto: quella della controcultura beat e lisergica, che da Mondovì promanava, su tutto il nord Italia, per tramite di riviste riconosciute di fatto sulla scena underground a livello nazionale; prima con una "Tazza di the", reminiscente di Carroll, se non di Leary; poi, sulla soglia degli '80, "Poesia nella strada" (qui la rievocazione nel più autorevole sito italiano dell'argomento), vibrante ossimoro di lirismo e street culture.

Da questa terza controcultura monregalese trae linfa il nostro "Margutte": non solo in senso simbolico, ma anche in una continuità ideale garantita dagli amici Gianni e Attilio, che di queste riviste sono stati gli animatori.

Negli anni '90, ancora liceali, ricordo con piacere di aver partecipato (con altri defilati marguttiani...) alla nuova incarnazione della underground counterculture in salsa monregalese, le ampie vedute dal mondo di "Weltanschauung"; un'esperienza proficua che in certo modo ispirò anche, nel 1997, il nostro precoce e velleitario tentativo online, l'"Outsiders Avantgarde", che su questo blog ho ricordato ormai con qualche nostalgia.

E in questo segno nasce, con amici e forze nuove, questa quarta impresa, la "non-rivista" virtuale della controcultura monregalese.

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Non mi resta, dunque, che rimandarvi ancora una volta alla non-rivista: nella rubrica di arte si trova anche il pezzo su Cinzia Ghigliano che ho pubblicato qui sul mio blog; uscirà a breve anche un'intervista che ho realizzato con la gentilissima artista.  Probabilmente anche altri contributi del blog troveranno spesso spazio su entrambe le realtà, pur continuando ovviamente anche questo mio blog personale che continuerà a raccogliere le riflessioni e gli interventi più personali.

Alla prossima, e ci si legge sul "Margutte".


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