Le Nove Porte




La recente esegesi del lavoro del fotografo Urfaut mi ha spinto a rispolverare questo saggio in cui analizzavo un'altra opera potentemente derivativa dai tarocchi: "Il club Dumas" dello spagnolo Arturo Perez Reverte.

Ah, spoiler alert, come al solito.

"Il Club Dumas" (1993) è un caso letterario piuttosto interessante. Formalmente è una volgarizzazione del concetto de "Il Pendolo di Foucault" (1988) di Umberto Eco, la cui citazione è esplicita (quando il protagonista giunge nella sede segreta dell'ordine su cui egli si è trovato a indagare, vi trova fra gli adepti anche un "celebre semiologo bolognese".

Il tema centrale è pressoché identico: il protagonista, il mercante di libri Lucas Corso, mentre indaga sulla sparizione di un prezioso manoscritto dei Tre Moschettieri di Dumas si imbatte in un libro dal valore inestimabile, il Delomelanicon (letteralmente, "Io convoco le tenebre") o Le Nove Porte del Regno delle Ombre, per il cui controllo si battono i vari occultisti.

Corso scopre la chiave di lettura di tale opera (le incisioni sono lievemente differenti nelle varie copie, associando a quelle stampate da Aristide Torchia altre firmate LCF, Lucifero) e alla fine è lui stesso a percorrere il cammino delle Nove Porte del Regno delle Ombre, congiungendosi con la Donna dell'Apocalisse che è venuta per guidarlo in questo cammino di formazione.

L'opera, sia pure non ai livelli del Pendolo di Foucault, mi è stata di grande ispirazione. Sia il libro di Reverte, sia soprattutto il film esoterico, realizzato nel 1999 da Roman Polanski in persona. Ho perciò dedicato all'opera questa ampia disamina (la più vasta, forse, presente in rete in italiano) a chi sia interessato all'argomento in questione.

Le fonti rinascimentali.




Il mito del Novem Portis è elaborato su fonti rinascimentali. L'idea di un volume dove le incisioni custodiscono il vero senso ermetico è presente nell'Hypnerotomachia Poliphili di Leon Battista Alberti, del 1499, dove il vero testo è formato dalle incisioni di Andrea Mantegna. Un nuovo percorso iniziatico, rinascimentale e visuale, che si sostituisce a quello medioevale e letterario della Commedia dantesca.

Le Porte, invece, sono nella tradizione cabalistica le Sefiroth, i passaggi tramite i quali si giunge alla Sapienza. Il "Portae Lucis" è una delle due fonti dell'immaginario pseudobiblion "Le Nove Porte", divulgato da Perez Reverte e da Roman Polanski. Il volume, uscito nel 1516, è un compendio della Cabala ebraica; le porte della Luce, in questo caso Dieci, sono le dieci sfere planetarie nella Cabala ebraica, che formano l'albero delle Sefiroth tenuto in mano dal sapiente, formando una grande "Lanterna" (immagine evocata, non a caso, in una delle incisioni iniziali dell'opera del "Polacco Romano").

 

La connessione alle Sefiroth è indicativa. Difatti, i dieci sistemi planetari sono collegati tra loro da 22 collegamenti (qui ne sono in verità effigiati solo 18, ma la tradizione è diversa) che rappresentano le 22 lettere dell'alfabeto ebraico; esattamente come i 22 arcani maggiori dei Tarocchi moderni, che costituiscono la "cattedrale di carta" dell'esoterismo, il primo emergere di un esoterismo ieroglifico, simmetrico a quello (cabalistico) della Parola, dai trovatori a Dante.

In particolare, le 10 sefiroth sono richiamate nelle dieci monete che cadono di tasca all'Appeso: un parallelo evocato anche nel Pendolo di Eco, dato che il protagonista Belbo giunge alla sua supremazia quando ripercorre le sefiroth nelle oscillazioni del pendolo di Foucault cui è impiccato.

L'Appeso tarologico è inoltre figura di Giuda Iscariota, l'Appeso per antonomasia, divenuto il simbolo stesso del generale antisemitismo cristiano, che identificava gli ebrei coi Giudei, custodi appunto della tradizione sefirotica. Spesso le dieci sefiroth erano evocate dalle dieci monete (da tre denari l'una?) che cadevano dalle tasche di Giuda; Jodorowski le trasmuta nei dieci bottoni della sua giacca, con un minor riferimento al "tradimento di Cristo".



Tornando al Novem Portis, è significativo anche l'anno di edizione, il 1516, a solo un anno dall'esplodere della riforma alchemica di Lutero. I valdesi, infatti, custodi della fiamma della verità della gnosi cristiana, assunsero post-1517 il motto Ex Tenebris Lux, citazione evangelica che fa riferimento al fatto che la Luce non sarebbe stata accolta dalle tenebre, pur splendendo in mezzo ad esse.

Un motto prima protestante, poi massonico, dove ci vuole la Morte simbolica della massoneria per risorgere nell'Ordine; e infine diabolico, come qui in Reverte, ove Nunc Scio Ex Tenebris Lux è il motto presente sulla copertina, con l'illustrazione del fulmine divino che spezza l'albero della Conoscenza del Bene e del Male, attorno cui è attorcigliato un serpente ourobouro in forma di B (ouro-B-ouro? B-oris B-alkan?)

Anche nel recente Trono di Spade, due monoteismi insidiano i politeismi dominanti: uno, quello più blando, il culto del kraken dei Greyjoy, è ispirato ai miti di Lovecraft, piuttosto esplicitamente ("Ciò che è morto non muoia mai"), mentre il più pericoloso, che richiama il culto cristiano (un gioco da iniziati di rolegame come Martin) è il dio della Luce che però, dice la sua rossa sacerdotessa-prostituta, promana dalle tenebre.

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"Le dodici porte" (1591) sono un altro reale libro alchemico esistente: le dodici porte sono qui altrettante tappe simboliche nel viaggio dell'alchimia operativa, altrettanti operazioni alchemiche. Questo libro viene ripreso nel mitico Novem Portis di cui scrivono, per ellissi, Perez Reverte e Polanski; il loro ero Corso, in qualche modo, le sintetizza nella propria esistenza, ricollegandole al tipico percorso dell'eroe.

Le tappe, per pura curiosità, sono: Prima porta: Calcinazione - Seconda porta: Scioglimento – Terza porta: Separazione – Quarta porta: Congiunzione – Quinta porta: Putrefazione – Sesta porta: Coagulazione – Settima porta: Cibazione – Ottava porta: Sublimazione - Nona porta: Fermentazione – Decima porta: Esaltazione – Undicesima porta: Moltiplicazione – Dodicesima porta: Proiezione.

Il libro parla dell'Alchimia in senso chimico, ma l'opera, la principale dell'alchimia inglese del tardo Cinquecento, venne ripresa da Jung che rovesciò la prospettiva usuale: non la fiaba alchemica come mascheratura di un procedimento chimico, ma il supposto procedimento chimico da leggersi come procedimento spirituale, e quindi la fiaba alchemica da leggersi in modo simbolico in tale senso.

La fiaba è quella che segue, in un riassunto dell'opera:

C'era una volta un nobile Re che non aveva discendenti. Si lamentava della sua sterilità: un defectus originalis che ha dovuto sopportare, sebbene fosse stato nutrito sotto le ali del sole e non aveva alcun difetto di costituzione. Dice: “Temo e son certo che se non otterrò subito il soccorso delle specie, non potrò procreare. Ma ho appreso con grande stupore che potrei nascere di nuovo grazie all'albero del Cristo”. Volle tornare allora nel ventre di sua madre e sciogliersi nella prima materia. La madre l'incoraggiò nel suo disegno e lo nascose subito sotto il suo abito, finché l'avesse nuovamente incarnato da sola ed in lei. Allora rimase incinta.

Durante la gravidanza mangiò la carne del pavone e bevve il sangue del leone verde. Poi, mise al mondo un bambino che somigliava alla Luna e si mutò poi nel bagliore del Sole. Il figlio ridivenne Re. Il testo dice: “Dio ti diede le armi magnifiche e scintillanti dei quattro elementi per mezzo dei quali si trova la vergine redenta”. Un balsamo meraviglioso scorreva da lei, il viso radioso, ornato dalla pietra preziosa brillava. Ma il leone verde era coricato nel suo ventre ed il suo sangue colava da un lato. Fu incoronata da un diadema e collocata come stella nel firmamento. Il Re diventò un trionfatore supremo, un grande guaritore di tutti i malati, un redentore di tutti i peccati.

La fiaba alchemica, come vediamo, descrive di come per rinascere, un Principe/Principio Nero (sterile) debba rinascere tramite la sua fusione (incestuosa) con una Principessa Bianca, per ri-generarsi tramite lei nella sacra unione della Ierogamia. Un viaggio che in qualche modo può anche essere quello per-Corso, appunto, dall'eroe del Novem Portis ("Corso means "I ran", spiega nello script originale).

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"Le Nove Porte", infine, sono le nove cavità del corpo femminile, che diventano nove vie iniziatiche nella celebre poesia omonima di Apollinaire, ai primi del '900. Del resto, l'idea di una anti-iniziazione pagana tramite il progresso nel giardino dei Cinque Sensi (da cui il culto del pentacolo, ripreso nel Novem Portis...), Udito, Vista, Olfatto, Gusto e infine Tatto, come presentati dal Marino nel Giardino dei Sensi dove Adone, finalmente, riesce a unirsi a Venere, come una sorta di pellegrino anti-dantesco.

L'Adone, l'ultimo grande poema eroico, profondamente intriso di mentalità ermetica, chiude così nel 1623 il ciclo apertosi con la Commedia di Dante (1313), primo grande poema letterario templare. In un anno, quindi, il 1623, che vede a Parigi (dove Marino pubblicava) l'uscita dei manifesti dei Rosacroce.


Gli Pseudobiblia


L'espediente dello Pseudo-Biblion, libro-nel-libro che non viene svelato, risalirebbe addirittura alla letteratura egizia, con la Storia di Set-nau, di età tolemaica, che parla al suo interno del misterioso Libro di Thoth, le cui parole terribili consentirebbero di realizzare incredibili prodigi. Il libro, perduto, venne rinvenuto nel 1867, e portò a una nuova fioritura dell'espediente letterario.

L'espediente di creare un falso testo di partenza, di cui il testo letterario vero e proprio sarebbe una pallida parafrasi o reinterpretazione, si diffonde soprattutto con la nascita del romanzo moderno, dove tale espediente è spesso usato, incluso dal Manzoni, per i suoi "Promessi Sposi" (1820 la prima edizione), di cui alcuni hanno anche ipotizzato una possibile rilettura ermetica.

Ma spesso l'espediente dello pseudobiblion è centrale nel dare a tale volume un'essenza terribile e misteriosa. Nel Corvo (1845) di Poe l'autore legge libri di sapienza perduta e dimenticata, non meglio identificati.

Merlino e Vivien (1885) di Alfred Tennyson descrive più ampiamente un libro terribile

«... è di appena venti pagine, / ogni pagina ha un ampio margine / ed ogni margine al suo centro racchiude / un quadrato di testo che assomiglia ad una macchia. / Il testo non è più largo delle membra d’una pulce / ed ogni quadrato di testo ha un terribile aspetto, / scritto in un linguaggio ormai perduto. / Ed ogni margine è scarabocchiato, e riempito / di commenti condensati di difficile / interpretazione; ma le lunghe notti insonni / della mia lunga vita me l’hanno resa facile...»

Ma nel 1888 questo espediente venne aumentato dal suo uso della Blavatsky nel fondare la Teosofia.

La dottrina segreta (1888) consiste principalmente di estratti dall'inesistente e antico Libro di Dzyan inframmezzati con suoi commenti e polemiche anti-scientifiche. Il Libro di Dzyan comincia con:

   1. La Genitrice Eterna, avvolta nella sua Toga Invisibile, ha dormito per Sette Eternità.
   2. Non è tempo per giacere addormentati nell’Infinito Seno...

Notiamo che esso è già fonte per l'innominabile Necronomicon di Lovecraft, il Libro dei Nomi dei Morti che sarà il fondamento di tutto il suo indicibile mito di Chtulu e degli antichi, pronti ad essere risvegliati, apparso nel 1922 nel ciclo dello scrittore.

Da allora, fu questo lo Pseudo-Biblion per eccellenza: alcuni ipotizzarono anche una realizzazione per mano di Crow-ley, per via della comune fidanzata Sonia Greene. Da allora l'espediente proliferò con la creazione di innumerevoli variazioni sul tema.

Ad ogni modo, l'ipotesi più suggestiva che si pone a una lettura ermetica che gli Pseudo-Biblia siano tutti, in effetti, un unico Pseudo-Biblion di cui i vari autori continuano esotericamente a parlare, che diverrebbe così una sorta di anti-Bibbia, di anti-Libro sacro.

In un certo senso, infatti, la tradizione ermetica aveva da sempre usato un altro tipo di pseudo-biblion: appunto, come detto, i libri ermetici il cui testo era relativamente innocuo, per depistare profani e inquisitori di varie risme, e che il cui vero significato risiedesse solo nelle illustrazioni, di solito guardate in modo meno critico.

A tale ipotesi si ricollega inoltre il ruolo esoterico dei tarocchi, "Cattedrale di carta" e di carte dell'esoterismo, sulla cui valenza ermetica si sono espressi a più riprese i massimi occultisti del mondo moderno, tra cui fu proprio Crow-ley, ipotizzato come possibile autore del "vero" Necronomicon, a rielaborarne un mazzo che ne esaltasse il valore ermetico.

I Tarocchi, illustrazione muta di un libro inesistente, sarebbero dunque il vero libro esoterico, il vero pseudo-Biblion? Un'ipotesi che avevamo già avviato col riferimento all'arbor sefiroticum.

Tale ipotesi pare comprovata appunto dall'ultimo grande capitolo di tale libro invisibile, il Delomelanicon di Reverte e Polanski, nell'omonimo film "Le Nove Porte" (1999). L'opera, nuova trascrizione del Necronomicon, cela infatti il suo segreto nelle illustrazioni, che vengono, queste sì, mostrate al pubblico, nel film e nel libro d'ispirazione del progetto. Ed esse sono, appunto, ispirate all'immaginario alchemico dei tarocchi, ulteriormente sintetizzato e rarefatto.



Roman Polanski

Il fatto che le incisioni siano la vera chiave del misterioso pseudobiblion è dunque particolarmente interessante, perché riflette una reale concezione del mondo ermetico, che solitamente, per influsso dei geroglifici egizi, lasciava che il testo, all'attenzione degli inquisitori, fosse irrilevante, rendendo invece significative agli occhi degli iniziati le incisioni. Allo stesso modo, se il testo ha colpito poco la scena ermetica nel 1993, ben altro impatto ha avuto la sua "illustrazione" filmica, ad opera del massimo maestro dell'epoca, Roman Polanski.



Polanski, legatosi a filo doppio alla scena ermetica della San Francisco degli anni 1960, nel 1966 aveva sdoganato il vampirismo come divertente in "The Fearless Vampire Killer", con la compagna Sharon Tate come protagonista; accompagnando una prima fioritura di sympathy for the devil nell'ancor più influente medium televisivo; un tema che egli riprese, in chiave tragica, nel celeberrimo "Rosemary's Baby" (1969), evocante l'ascesa dell'Anticristo, questa volta con Mia Farrow come eroina e madre del re dei demoni.


Per impadronirsi del suo mana, nel 1969, Charles Manson uccise la moglie Sharon Tate, scappando in modo misterioso alla pena di morte.

Il ritorno di Polanski a un film horror di tipo diabolico, a trent'anni esatti da quell'orrore, colpì particolarmente la scena cinefila; il mondo ermetico fu sedotto dal riferimento, nelle tre date di suoi film ermetici, del numero 666: 1966, 1969, 1999. Una coincidenza rafforzata dal fatto che il Delomelanicon di Torchia sarebbe stato dato alle stampe nel 1666.


Polanski quindi elimina il riferimento a Dumas nel suo film, ritenendolo correttamente legato al momento letterario: l'aspetto falsamente parodistico è affidato esclusivamente alla trattazione, ripresa di pari passo dal classico pulp-noir americano. L'eroe, Corso, come un detective anni '40 è sedotto da femme fatales, picchiato da gangsters, fuma, beve whisky, e così via.

Anche l'antagonista Boris Balkan viene reso più spregiudicato e sardonico (a me ha sempre ricordato un mio antico e potentissimo docente universitario, quasi mio omonimo, nella fisionomia e nei modi).

Le magnifiche incisioni sono dunque relegate sullo sfondo, ma esse divengono così ancora più centrali, stimolando chi fosse interessato a procurarsi le immagini sul romanzo originale, e imbastire su di esse la propria personale ricerca. 

Le Nove Porte

Le incisioni, dunque.

Esse derivano tutte da una carta dei tarocchi e ognuna presenta una minuscola discrepanza, a seconda che siano quelle di Aristide Torchia o quelle firmate dal misterioso LCF, Lucifero.

Le Nove Porte sono dunque le Nove Incisioni, che Perez Reverte - e l'incisore Francesco Solé, che ha però operato sotto strette indicazioni dello scrittore - lascia al lettore come guida ermetica. Vediamo dunque di esaminarle.




La prima incisione ci mostra un cavaliere che si avvia a compiere la sua impresa. Egli si pone un dito alla bocca, nel segno di Horus Arpocrate, per invitare al silenzio. Notiamo da subito che le incisioni sono numerate in alto in lettere greche, in lettere ebraiche e in numeri latini; in questo caso, la numerazione adottata è quella, teoricamente erronea, dei tarocchi, per cui il 4 è scritto IIII e non IV (stando a Jodorowski, autore di un restauro autorevolissimo dei tarocchi esoterici marsigliesi, ciò sta a dire che il Numero ha valore in sé, e non per rapporto con altri numeri. 4 è 4, non 5-1).

La numerazione in lettere ebraiche ci riporta anch'essa ai Tarocchi: gli arcani maggiori sono 22, così come 22 sono le lettere ebraiche, e per tale ragione essi sono connessi all'albero delle Sefiroth (composte di dieci sfere, corrispondenti alle dieci cifre, collegate da ventidue rettangoli, corrispondenti alle ventidue lettere).

Inoltre, la sede catara scelta per il rito, il castello di Puivert che è evocato anche in questa scena iniziale (anche se il suo aspetto è, volutamente, inesatto), ci riporta all'esoterismo gnostico-cataro, e quindi alla Marsiglia dei Tarocchi (a Marsiglia era infatti giunta la Maddalena, centro del culto gnostico-cristiano).

La dualità di questa carta è data anche dai due diversi motti latini con cui si accompagna: "Silentium est aureum", più semplice, nel film; "Nemo pervenit qui non legitime certaverit" nel romanzo. I due motti sono entrambi validi, poiché il primo indica l'esigenza del silenzio ermetico, del fatto che la via segreta va mantenuta inaccessibile ai profani: e questo significa "combattere legittimamente", secondo il secondo motto presentato. Chi intraprende la via ermetica non deve rivelarla ai profani. "La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club", come noto.

Nell'incisione di Lucifero, il castello ha solo tre torri (come il vero castello destinazione finale del percorso). Ermeticamente, si sottolinea anche il passaggio dal Quattro (materia) al Tre (spirito), dall'interpretazione grossolanamente materiale del Libro a quella Simbolica.

La carta dei tarocchi non è uno degli Arcani Maggiori, unica tra le varie carte citate, ma il Cavaliere di Spade, una carta di uno dei semi. Forse ciò indica l'iniziato al principio del cammino, ancora confinato negli Arcani Minori.


La seconda carta si accompagna a una lettera Teth ebraica inserita direttamente nella carta, per sottolinearne l'importanza. L'eremita è una nota carta dei tarocchi. Il cane nero e la lanterna portano a identificarlo con Diogene, il cinico (cane), che con una Lanterna in pieno giorno cerca "l'Uomo" al mercato d'Atene. Nel romanzo-film il suo aspetto è quello di Vargas, il bibliofilo vicino al fallimento, il primo incontro di Corso nella sua ricerca del libro. Egli è, in effetti, un "eremita", poiché vive isolato nella sua decaduta villa di famiglia, in compagnia dei suoi libri esoterici, che egli però colleziona solo per bibliofilia.

"Clausus Patit" è "Apre ciò che è chiuso"; il riferimento è alla coppia di chiavi (incrociate come le chiavi dei cancelli del cielo di San Pietro); sono infatti esse a cambiare di mano, dalla mano destra alla mano sinistra. Il riferimento è qui alle "due vie" dell'esoterismo, rafforzato dal fatto che la Baronessa Kessler, la collezionista esplicitamente satanica opposta a Vargas, ha la mano destra totalmente distrutta e paralizzata. La via sinistra non è solo o necessariamente quella oscura e diabolica: è anche indizio della via veloce, una via che brucia le tappe, con rapidità ma con pericolo, opposta alla via destra, lenta ma più sicura.

Per aprire le porte è quindi necessario "aprire ciò che è chiuso", non fermandosi agli ostacoli, ma scegliendo la via della mano sinistra, emotività e coinvolgimento, non freddezza razionale. Infatti Corso dovrà percorrere il cammino iniziatico nella sua esistenza.


La Terza Porta vede il pellegrino passare sotto un ponte, ove lo attende un cupido armato di freccia. L'incisione può essere avvicinata agli Amanti, posti sotto la freccia di Eros, ma anche al Giudizio, per la migliore corrispondenza nel posizionamento. Nel film, l'amorino ha l'aspetto dei Ceniza, due gemelli rilegatori di libri che hanno sostituito l'ultima incisione per ingannare gli esoteristi improvvidi."Verbus desuetum custodiet arcanum"; dunque, "La parola perduta custodisce il segreto", è un riferimento al loro ruolo di ri-legatori del libro; chi trasmette la sapienza la modifica sempre impercettibilmente per rendere più ostica la strada ai non-iniziati (Arcani Maggiori, del resto sono le 22 figure dei tarocchi) Del resto, Corso rischia proprio di essere colpito dal crollo di un pontile quando si reca dai due, con un pericolo che lo minaccia dall'alto come nell'incisione.

L'incisione di LCF mostra l'amorino con una freccia in più nella faretra; indizio di duplicità, come al solito, che rimanda ancora una volta ai Ceniza, alla doppia incisione, all'ambivalenza Odi et Amo di Eros (Eros, ma anche angelo della morte, del giudizio, A-mor e Mor-s). Infine, la figura di Eros sottolinea che il percorso di iniziazione delle Nove Porte è, come in Apollinaire, erotico. E infatti solo innamorandosi del bel diavolo interpretato da Emmanuelle Seigner Corso giungerà ad aprire la "Nona Porta", sia in senso mistico che carnale.

Per aprire le Porte, quindi, bisognerà ricercare il Verbo Desueto, la parola perduta della Via Sinistra (fermo restando l'iniziale divieto a divulgarla pienamente). E ovviamente la minaccia di un pericolo che incombe dall'alto ribadisce la pericolosità di intraprendere la via veloce.



La quarta incisione, col suo quattro scritto IIII, ci collega ulteriormente ai tarocchi, da cui proviene la figura del Matto, il Joker, il folle viandante che apre e chiude gli Arcani Maggiori, unico di essi senza numero. Il motto recita "La fortuna non è uguale per tutti", collegandosi ai dadi scagliati che mostrano le tre facce col punteggio più basso. Similmente, nell'incisione umana il labirinto è chiuso, murato; in quella di Lucifer invece la porta d'uscita è aperta.

La carta ha un forte riferimento al Gioco come caso: vengono evocati i Tarocchi (qui, per la prima volta, emerge il parallelo del IV), i dadi e il labirinto. Il labirinto, poi, ovviamente, è il labirinto irregolare della Mano Sinistra, che può condurre a una rapida conclusione ma anche portare a perdersi, opposto ai lenti labirintici delle cattedrali, che contengono un solo lento percorso che conduce infallibilmente all'uscita.

Carte, dadi, scacchiere: le tre forme assunte dal Gioco nella cultura occidentali, con varie combinazioni. Il riferimento alla fortuna è molto pertinente, in quanto sarà evidente che non basta compiere il giusto percorso iniziatico (Balkan lo farà, e fallirà ignominiosamente) bisogna godere della Simpathy of the Devil che ci faccia trovare la porta finale aperta. Si ribadisce all'iniziato che questo è il rischio della via segreta, della via sinistra: veloce, certo, ma rischiosa (il pericolo in III), ma inoltre di un rischio non del tutto calcolabile (il labirinto in IIII). In fondo, il consueto disclaimer dell'esoterismo.


La Quinta Porta è la Morte, e con essa, terminata la necessaria parte di avvertimento e consapevolezza, inizia quello che possiamo ritenere il rituale vero e proprio.

A differenza dei Tarocchi ha un forcone; ciò ne mostra il carattere diabolico, poiché "La morte miete, il diavolo raccoglie". Il motto recita "Frustra", invano: invano il mercante raccoglie e conta le sue monete: dietro di lui, la Morte diabolica attende il momento in cui la sabbia abbia finito di scendere per raccoglierne l'anima. Il passo è evangelico, in cui Cristo mette in guardia gli stolti dall'accumulare le ricchezze in questo mondo, dove siamo solo di passaggio.

Qui, ovviamente, è un invito simile, ma la strada che si invita a percorrere è differente (ma comunque, sempre, spirituale e non materiale). Nell'incisione di Torchia, la sabbia ha iniziato a cadere: in quella di Lucifero è scesa, a indicare il compimento della profezia contenuta nel titolo.


Si giunge così alla Sesta Porta, che ci mostra l'Impiccato dei Tarocchi. La Morte pone fine ad ogni valore materiale, e dunque la materialità è inutile e stolida. Ma come può l'iniziato superare la morte? E qui si accede al rito.

L'Appeso è una carta connessa a filo doppio con le dieci Sefiroth, che sono effigiate sui bottoni della sua veste. L'Impiccato è citato anche nel Pendolo di Foucault, dove chiude il percorso terreno di Belbo con la sua vittoria morale sull'occultismo sterile di Aglié (una vittoria che ritorna nella vittoria di Corso su Balkan): nel cadere impiccato al Pendolo di Foucault, Belbo percorre col suo corpo lo schema delle dieci sefiroth, dimostrandosi l'impiccato tarologico. "Ditesco Mori"; recita infatti il motto della carta: mi arricchisco con la morte (l'impiccato, a rimarcare quanto detto per la carta prima, nei Tarocchi perde il denaro dalle sue tasche, simbolo della morte come liberazione dalla materia). 

L'Impiccagione è comunque, ritualmente, simbolica: difatti l'Appeso è appunto appeso per un piede, non per il collo. Un rito iniziatico comune in molti popoli, in varie forme, una "morte" simbolica da cui l'iniziato esce trasformato. La spada fiammeggiante è quella del giardino dell'Eden, con cui l'uomo è cacciato fuori dal Giardino della sapienza, per aver osato mangiarne dell'albero, così come l'Appeso è punito in tale forma, evidentemente, per essere stato cacciato dal castello (l'intero volume si apre con una incisione del fulmine che cade a spezzare l'Albero della Sapienza. Scopo del mago è catalizzare tale energia ai suoi fini). La spada fiammeggiante, del resto, è anche un Arcano Minore dei Tarocchi, l'Asso di Spade, che viene appunto effigiato in forma fiammeggiante, come Spada Angelica. Un rimando alla prima delle Nove Porte, in parte, che è appunto riferita al Cavaliere di Spade, e non ad un Arcano Maggiore.

Nell'incisione di Lucifero, l'appeso pende dal piede sinistro; ennesimo richiamo, dunque, alla Left Way.


Nella Settima Porta, il mendicante sfida il re a scacchi. Il mendicante possiede i neri, il re i bianchi, come è evidente dai due cani che si affrontano sotto la Luna, simbolo dell'Eternità come eterna alternanza di Bianco e Nero. La partita è stata analizzata: benché a una prima occhiata il bianco sembri in vantaggio, nell'arco di alcune mosse la situazione si ribalta se il Nero è sufficientemente astuto. "Discipulus Potior Magistrum": il Discepolo batte il Maestro.

Varie possono essere le interpretazioni: la più plausibile vede l'Iniziato saggio superare tramite la sapienza la prova iniziatica che si trova di fronte dopo la "morte", sia in senso reale (l'affrontare le potenze superne una volta avuto l'accesso al piano astrale) sia in senso figurato (la morte simbolica che apre il rito iniziatico). Nell'incisione di Lucifer, la scacchiera è ovviamente Nera, a indicare la vittoria del Nero e l'eterno culto della mano sinistra. La sfida tra discepolo e maestro può anche essere la battaglia apocalittica, che LCF avverte non andrà come si crede.

L'evocazione dell'Arcano Maggiore della Luna, la Grande Dea in cui Bianco e Nero si uniscono e alternano, prepara l'evocazione conclusiva della Donna Scarlatta, che avverrà tra poco.


L'Ottava Porta raffigura la ruota della Fortuna, eterno segno del variare della sorte. "Victa Iacet Virtus", commenta il motto: un riferimento al fatto che, nell'eterno duello rinascimentale tra Virtù e Fortuna, la Virtus è irrilevante, alla fine: conta solo il Caso, la Sorte. Una linea coerente col pensiero caotico della via sinistra. Nell'incisione del libro il cavaliere decapita la Virtù; nel film, il cavaliere diviene Balkan, e il Virtuoso diviene Corso (la spada è tramutata in una mazza: infatti Balkan non uccide Corso). Infatti, nonostante la sua abilità, Corso viene sconfitto, e Balkan celebra il rituale al posto suo. Ma ciò che è una sconfitta è una vittoria per Corso, poiché il rituale è imperfetto, e Balkan ne viene distrutto. In LCF, il decapitatore possiede un aureola, a indizio del suo ruolo sovrannaturale; unito alla Spada (la versione più corretta, quella originale del libro) esso è l'Angelo (caduto?) che decapita la virtù con la sua spada,  evocata già nell'incisione dell'Impiccato.

In chiave diabolica, l'eliminazione della Virtù può essere intesa in senso non classico ma moderno, ovvero l'eliminazione di ogni virtù nel senso dello sfrenamento dell'Es, delle pulsioni inconsce. La consapevolezza che tutto è legato alla ruota del Caos porta ad abbandonare le convenzioni tramite la "morte" simbolica che libera da esse, e avvicina invece a Diana come regina del Sabba. In chiave apocalittica, ad essere vinta è dunque la Donna Virtuosa, la donna circonfusa di luce che vince il drago, che invece qui è battuta preparando il trionfo della Donna Scarlatta, che nell'Apocalisse ufficiale è sconfitta. 


La Nona Incisione, la Nona Porta, mostra la Donna Scarlatta che cavalca il drago a Sette Teste dell'Apocalisse. Ella è avvicinata da Crowley al tarocco della Forza, in cui la donna cavalca e doma un Leone. Nel libro, inoltre, la donna tiene in grembo una Luna, identificandola quindi con la Luna individuata già nella Settima Porta (quando l'adepto ha superato la porta della morte e per suo tramite si è posto al di là del bene e del male, eliminando in sé l'elemento della Virtù). Tale elemento è eliminato nel film, senza ragione apparente, proprio per sottolineare la sua importanza nell'identificazione della donna apocalittica. Nell'erronea incisione nelle mani di Balkan, il castello è mostrato in fiamme, cosa che egli interpreta erroneamente come darsi materialmente fuoco. In verità, nella corretta incisione (rimossa dai Ceniza) notiamo che esso è solo inondato di Luce (il fuoco è quello spirituale della Spada fiammeggiante e del Cavaliere aureolato) come appare durante il solstizio. Corso, che nel finale si unisce anche alla fanciulla, che è appunto la Donna Scarlatta, ha così completato il percorso di conoscenza, vincendo.

"Nunc Scio Ex Tenebris Lux", conclude l'incisione: chi ha completato il percorso sa che dalle Tenebre proviene la Luce, sia nel senso occultistico del termine (la scelta della via sinistra), sia nel senso che ha completato la comprensione della Luce tenuta celata iniziaticamente nell'oscurità. Una ripresa del motto di copertina del libro, "Sic Luceat Lux", che mostra il fulmine divino distruggere l'albero edenico della conoscenza. In questo modo, Il Novem Portis si pone non solo come Pseudo-Byblion ma anche come Anti-Byblion: la storia biblica è ripercorsa simbolicamente, dall'Eden all'Apocalisse, in chiave esoterica: l'iniziato, affascinato dalla folgore divina, non ne resta terrorizzato ma apprende come catalizzare tale energia mistica. La caduta (felix culpa già per gli ermetisti rinascimentali, perché comunque ha permesso l'accesso alla conoscenza) si conclude non con la sconfitta, ma col trionfo del Drago, del serpente caduceo, simbolo sapienziale della conoscenza (non a caso, le nove incisioni e specie l'ultima sono fortissimamente ispirate all'Apocalisse di Durer come stile - e qui anche come tema).

Mondovì.



Baroness Frida Kessler



Postcard to Frieda

Nell'opera di Polanski non manca neppure - poteva esser altrimenti? - una connessione ermetica con Mondovì. Involontaria, forse. Ma chi lo sa?

Nelle "Nove Porte", Frieda Kessler è la proprietaria di una delle tre copie dell'opera. Dei tre bibliofili proprietari, è l'unica dotata di interessi occultistici, a differenza di Taillefer e Varga che sono dei semplici collezionisti. La sua adesione alla "via della mano sinistra" dell'occulto è resa esplicita dal fatto che la sua mano destra è totalmente paralizzata.

Come vediamo dalla cartolina che le invia Boris Balkan, anch'ella era interessata all'acquisto del Castello cataro di Puivert, per compiervi il rituale di "evocazione del diavolo" contenuto nel Nove Porte, pur essendo stata battuta dalla setta ad ella opposta. La cartolina è parte, in un certo senso, dell'opera stessa, poiché è esaminandola che Corso comprende quello che a Balkan è sfuggito, ovvero del particolare momento solstiziale in cui ci si deve recare al castello.

Da monregalese mi appare quindi curioso che, in Italia, la baronessa Kessler sia stata doppiata da una doppiatrice originaria di Mondovì, Miranda Bonansea, in gioventù doppiatrice della celebre Shirley Temple.



Appare del resto possibile un riferimento alle Gemelle Kessler, due star internazionali di origini tedesche, ma divenute celebri in Italia e poi nel mondo come simbolo di una sessualità doppia e pertanto conturbante, che bene si sposa al tema del doppio nel film e nel romanzo ermetico de "La Nona Porta". Nate nel 1936 nella Germania Est, poi divenuta comunista, nel 1954, appena compiuti diciotto anni, fuggirono in quella Ovest. L'entusiastica accoglienza probabilmente dovette qualcosa anche allo spirito anticomunista dell'epoca, che per contro faceva tollerare, nei puritani Cinquanta, la loro esuberante sensualità. Nel 1960 giungeranno nell'Italia che sta scoprendo il boom economico e la dolce vita e ne diverranno uno dei simboli, lanciate in TV nel 1961 dove la censura alle lunghe e pericolose gambe diviene proverbiale.



Mondovì invece è, per vicinanza a Saluzzo, coinvolta nel mistero dei Tarocchi, di cui appare, nell'affresco saluzzese della Fonte della Giovinezza a La Manta, la prima figurazione dell'arte pagana del rinascimento (ai primi del '400), un'immagine evidente degli amanti uniti con l'asso di coppe graaliano. Questo è il vero castello ove si trova l'eterna gioventù? O un altro punto ermetico del territorio tra Mondovì e Saluzzo, ricco di emergenze ermetiche?

Difficile dirlo. Ma andava pur sempre segnalato, per futuri e magari più perspicaci indagatori.

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Naturalmente, rispettando le regole ermetiche che qui sono state, in parte, enunciate, nemmeno questa mia disamina è totalmente esaustiva di quanto ho scoperto nelle carte. Non mi resta che invitare il lettore accorto a partire da questi miei scritti e approfondirli. Ricordandosi sempre della pericolosità del cammino fissato dalle Nove Porte.

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