Le stanze segrete delle montagne


Ho di recente acquistato un curioso romanzo: "Le stanze segrete delle montagne".

Il volume, pubblicato da Renzo Dirienzi, è un gradevole thriller esoterico-fantascientifico incentrato su uno dei tanti misteri dell'area monregalese: l'enigmatico "Incidente del '75" avvenuto sulla Bisalta, la montagna sacra dell'area cuneese, da sempre legata ad accadimenti inquietanti, ammessi dalla scienza ufficiale che ne dà, però, una spiegazione rassicurante come puri fenomeni elettromagnetici.

Un libro, dunque, che rientrerebbe già doppiamente nei miei interessi, in quanto coinvolge temi esoterici e il territorio monregalese. In più, tuttavia, questo libro ha per me un particolare motivo di interesse che lo rende ai miei occhi, per ora, unico: il libro cita infatti al suo interno il breve saggio che ho scritto, nel 2005, su "I misteri di Mondovì".

E' stato il suo stesso autore a segnalarmelo, cortesemente, via Facebook. Non nego che la mia propensione all'esoterismo mi ha subito portato a un sottile dubbio paranoico. Il nome e il cognome dell'autore, Renzo Dirienzi, sembrava quasi un doppio calco del mio stesso nome, e il tema scelto apposta per interessarmi.

La cultura del sospetto complottista mi ha portato quasi, per un secondo, a immaginare la possibilità che qualche setta esoterica locale, sentendosi scoperta dalle mie rivelazioni, mi tendesse una qualche trappola per tramite dell'autore, nella migliore tradizione del "Pendolo di Foucault".

Ovviamente ho fugato subito il sospetto, e una rapida ricerca di internet mi ha permesso di accertare che Dirienzi possiede anche un ampio e documentato sito internet sulla sua attività di scrittore di montagne.

Mi sono dunque procurato il volume e  l'ho letto con gusto, apprezzandovi la narrazione e lo stile fluente ed elegante. Il romanzo descrive il coinvolgimento di due giovani escursionisti, legati da una labile tensione erotico-amorosa, nel suddetto evento del 1975, quando sulla Bisalta si svilupparono misteriose esplosioni collegate ufficiosamente a "esercitazioni militari" (spoiler alert da cui in poi).

L'evento del 1975 segna in un certo senso l'età del postmoderno nell'esoterismo monregalese: le tesi che circolano sul web (qui il sito dell'Ars, ormai storico anche lui, risalente com'è alla fine dei '90) lo ricollegano alle presenze aliene sulla Bisalta, un mitologema che reinterpreta miti già ottocenteschi di misteriosi "bambini albini" visti sulla montagna, prima interpretati come folletti, poi ovviamente, dal 1947 in poi, come alieni in visita al nostro pianeta. Un evento che mi è piuttosto caro, tra l'altro, per la sua natura di Anno Zero nella mia storia personale, essendo io nato l'anno esattamente successivo, nel 1976.

In qualche modo, l'evento del 1975 completa la transizione aperta nell'esoterismo a livello mondiale dalla scoperta dei canali di Marte, effettuata dall'astronomo saviglianese Schiaparelli un secolo prima, nel 1877. La sua dimostrazione dell'esistenza di una civiltà marziana, poi ritrattata prudentemente,  fu la spinta che portò l'anno successivo la teosofia a dichiarare tra le righe, in "Iside Svelata" (1878), la natura aliena degli "antichi dei" in contatto coi medium di tutto il mondo. Una linea poi assunta dal genio letterario di Lovecraft, profondamente apprezzato da Crowley, e divenuta una robusta eresia del mondo esoterico, in competizione con le tradizionali tesi spiritualiste di stampo gnostico.

Anche il mito della Bisalta e della Mondovì esoterica possono essere riletti alla luce del possibile UFO Crash del 1975: le misteriose energie telluriche legate ai fenomeni elettromagnetici, consuetamente spiegate all'interno del mito delle linee di ley, si integrano col mito alieno, giustificando la rete degli allineamenti geomantici come una sorta di enorme sistema di piste di atterraggio dei dischi volanti, nella nuova lettura; mentre i vari diavoli e bafometti della tradizione monregalese diventano possibili volti di alieni di natura rettiliana, infiltrati a vario titolo nella nostra realtà.

Appare significativa, dunque, la citazione che mi riserva lo stesso Dirienzi, collegando la ripresa della mia opera al passaggio in cui il protagonista, nell'attesa di un infausto appuntamento con una  glaciale bellezza, esamina perplesso il mostruoso delfino posto davanti a San Pietro.



A dire il vero, approfondendo in seguito la figura del drago-delfino di San Pietro, ho scoperto che, realizzato nel 1867 dallo scultore locale Gioacchino Sciolli, a fine '800 venne poi rimosso tra proteste di popolo con accusa di "spaventare le donne gravide", e ricollocato in Gorzegna, in uno spazio privato. Solo nel 1988 si valutò di reinserirlo, ma il proprietario non lo cedette e venne realizzato un nuovo drago delfico dallo scultore carassonese Giulio Avagnina. Quindi, nel 1975 di Dirienzi il delfino crea un'Ucronia, cosa che rende ancor più inquietante la sua presenza.

Il delfino dunque e stimola al protagonista delle riflessioni sui misteri monregalesi parimenti presenti nel mio volume: sul perché, ad esempio, il Re del carnevale monregalese non sia altri che il Re Moro. 

Ecco dunque che il sospetto, cui Dirienzi non dà mai compiutamente corpo, ma che comunque aleggia nell'opera (almeno nella mia interpretazione) che anche il Re Nero sia in qualche modo di origini non saracene, ma addirittura aliene. Come pare confermato nell'opera dalla figura di Liviana, algida femme fatale "dalle nere ali di pipistrello" e sguardo di ghiaccio, plausibile infiltrata rettiliana dei servizi deviati nostrani, che smonta con puntuale sarcasmo le ipotesi ufologiche del protagonista.

Del resto, come mostravo nel mio saggio, le radici del Moro sono probabilmente precedenti al medioevo, risalendo al culto di Mithra come Sole Nero Invincibile, di epoca classica.

Non so se questa ipotesi sia davvero presente, in verità, nell'opera: ma comunque sia, un nuovo tassello si aggiunge con Dirienzi ai misteri di Mondovì. Quale ne sia la vera portata e significato, forse solo col tempo si potrà appurarlo.



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