Mae(l)stro(m)


Francesco Franco, "Maesltrom" (1963)


Ieri il padre di Laura mi ha regalato il bel catalogo (con tanto di dedica) "Francesco Franco, Mezzo secolo di attività grafica, 1954-2004" (2005), dedicato da Mondovì al grande incisore. Francesco Franco nasce infatti a Mondovì nel 1924. Il suo percorso artistico inizia negli anni '40; è allievo di Mario Calandri all'Accademia Albertina, ne diviene assistente nel 1957, e gli succede fino al 1988 alla cattedra d'incisione dell'ateneo torinese. Con il concittadino Francesco Gallo e con i celebri omonimi, il dittatore spagnolo e l'attore comico missino italiano, condivide quello che è di sicuro il più diffuso nome tautologico famoso.

Nel bel volume Andreina Griseri, con cui ho dato l'esame di storia dell'arte moderna a Torino (la mia unica lode), intesse un'interessante riflessione sulla "piega" insita nel lavoro di Franco, sul modello dell'analisi sul barocco di Deleuze, nell'opera omonima. Un elemento che mette Franco, forse, in continuità con le involute atmosfere secentesche che incombono potenti sulla città natale.

Conosco abbastanza bene le opere di Franco, essendo probabilmente la principale gloria artistica moderna della città, con la sua affascinante ricerca sul segno. Non conoscevo, però, l'opera di copertina, dedicata al "Maelstrom" di Edgar Allan Poe. Si tratta di una acquaforte e vernice molle del 1963, per una misura di 25 cm per 30.

Ovviamente, l'omaggio al nume tutelare di questo blog mi ha affascinato. "Una discesa nel Maelstrom" viene composto dall'autore americano nel 1833, e pubblicato nel 1841: si tratta di uno dei racconti più noti e affascinanti del prolifico scrittore, in cui è descritta una discesa nel terrificante abisso marino da cui il protagonista formalmente si salva, uscendone però come pura larva. 




L'illustrazione di Harry Clarke per l'edizione del 1919 adotta già una scelta sostanzialmente astratta, molto più radicale di altre soluzioni grafiche dello stesso autore. Franco ne radicalizza la potenza visiva spezzando il turbinio che in Clarke è ancora regolare, facendolo diventare un gorgo irriducibile ad ogni senso.

La discesa nell'abisso è antico tema infernale, dagli eroi greci a Dante; ma questa ripresa di Poe viene da alcuni collegata anche all'influenza su Poe delle teorie di Simmons, teorico americano, nel 1818, dell'esistenza di una "Terra Cava" all'interno del pianeta, accessibile appunto tramite vorticosi "buchi neri" marini. Symmes era morto nel 1829 senza scrivere nulla delle sue teorie, fallito il tentativo di una spedizione risolutiva verso il polo nord; ma nel 1827 erano usciti articoli sulle sue speculazioni che probabilmente avevano stimolato Poe.

Nel 1864, Verne avrebbe ripreso il tema col suo "Viaggio al centro della terra", nel segno di un fantastico molto più piano e meno dionisiaco.

Ma forse lo scritto di Poe ha un significato più allegorico: non a caso la situazione è speculare a quella del "Manoscritto trovato in una bottiglia", diretto tra l'altro all'antipodo, al Polo Sud. Se là la conclusione dell'eroe della storia era che affrontare l'orrore era comunque necessario per acquisire conoscenza (antico e dibattuto tema dell'Ulisse dantesco...), qui invece il protagonista rivela il suo rimpianto per aver sfidato l'abisso.

Abisso esteriore, dunque, che diviene specchio di quell'abisso interiore di cui parlerà in modo chiaro, finalmente, il Nietzche; il "salto in Daath" che, sulla scorta del filosofo tedesco, teorizzerà poi Crowley nella sua riforma dell'ermetismo ai primi del Novecento (sconsigliandolo a pressoché chiunque tranne ai pochi superuomini quale lui stesso si riteneva).

Fino a quest'ultima, stupenda intepretazione del Mae(l)stro(m) Franco, in cui la potenza dell'abisso si manifesta in tutta la sua chiara potenza.

Post più popolari