Santa Caterina in Villanova


Fotografie di Lorenzo Barberis

Visita l'altra settimana a Santa Caterina d'Alessandria di Villanova Mondovì.
Una chiesa molto interessante, indubbiamente.

Le sue origini sono precedenti alla città, quando in zona, alle pendici del Monte Calvario, si trovava un monastero benedettino femminile dedito alla Santa; verso l'VIII secolo, secondo il sito della diocesi di Mondovì, sarebbe nata ivi una prima chiesa di cui resiste il campanile romanico. La chiesa gotica data al XII secolo, e nel '300 sarebbe divenuta la parrocchiale.

La chiesa è di base a tre navate, con un curioso ampliamento di una quarta navata nel 1633; curioso, poiché il tre è numero sacro di riferimento obbligatorio, e la trasformazione in un quattro si ricollega nlle eresie gnostiche alla reintegrazione di Lucifero alla triade di Padre, Figlio, Madre da cui era escluso (si vedano, al proposito, gli studi sulla religione di Jung). Qui di sicuro non ha tale significato: e tuttavia la modifica è singolare.




Probabilmente è proprio in occasione dell'ampliamento del 1633 che si è avviata l'orribile copertura barocca dell'originale struttura gotica. Oppure, forse, in parallelo alla costruzione della vicina, pregevole chiesa dei disciplinati bianchi di Bernardo Vittone, costruita dal 1735 al 1755. Gli anni, all'incirca, in cui sorgeva anche la Casa dell'Eremita, dove lo scienziato monregalese, l'Abate Beccaria, effettuava qui le sue rilevazioni geodetiche, suscitando sospetti esoterici alla popolazione (non del tutto infondati, forse).

Solo in tempi recenti è stato avviato un restauro che ha permesso di riscoprire la parte gotica nella base della chiesa, dove il recupero è meno difficoltoso; la parte alta, probabilmente, in questi tempi di crisi non verrà mai ripristinata, lasciando la chiesa tagliata a metà tra la meravigliosa parte del gotico internazionale locale e l'orrendo barocchetto sovrastante.




Il ciclo che accoglie il visitatore, molto pregevole, sono le Storie di San Sebastiano raccontate da Segurano Cigna, verso il 1470. Secondo alcuni, i due pannelli raffiguranti al vita di San Sebastiano descriverebbero quasi fedelmente quelli di Saint Etienne di Tineè e di Lans le Villar in Francia, dipinti dal Canavasio (http://www.artusin.it/territorio.htm).

Il Cigna, autore in area monregalese del Pilone della Vergine del Santuario di Vico, e presunto fratello maggiore di Giorgione Cigna (vicenda, questa, più leggendaria che altro), affresca qua una sontuosa allegoria che non delude per la ricchezza di elementi eterodossi e curiosi.

Di lato all'affresco notiamo un diavolo, incatenato alla colonna, proprio come il santo martirizzato di frecce; il volto è stato cancellato dallo zelo dei fedeli. La figurazione lo effigia interamente nero, villoso e osceno nei peti, se non altro, con cui pare esprimere dantescamente la sua ribellione all'imprigionamento.

Una scelta singolare, perché nel gotico il diavolo è ormai definito con ricchezza di dettagli (sono i demoni più antichi ad essere accennati come pure presenze nere nell'arte altomedioevale), ovviamente quando la dimensione, come qui, lo consentirebbe.





Il sontuoso fondo rosso quasi pompeiano su cui spicca il diavolo, spettatore forzato della scena, è quello dei vicini tendaggi sottostanti alle storie del santo, dove vediamo invece un fedele, su predella, intento ad osservare la vicenda con devozione. Le tende rossastre sono quelle delle sacre rappresentazioni, frequenti nel Quattrocento monregalese (una, l'Antichristus, viene addirittura stampata in un celebre libro illustrato, ai primi del '500). Tra i temi, probabilmente, le vicende di San Sebastiano avevano la loro parte, come magari anche altri santi effigiati nella chiesa.




Particolarmente interessante, nelle vicende del santo, la figurazione della sua calata in un pozzo-sepolcro e il suo successivo recupero, che assume l'aspetto di una prova iniziatica e trasmutativa.



Il significato è quello del "rovesciamento": vi insiste Dante, al termine dell'Inferno, in cui superato Lucifero si trova ad essere "a gambe in su" avendo cambiato emisfero, e torna sovente nei dipinti dell'eretico Hyeronimus Bosch. Qui può darsi che non si abbia questo significato trasformativo, ma la figurazione è certo centrale.





Da notare come l'omicida di Sebastiano abbia il cappello conico degli ebrei medioevali, pur essendo il popolo ebraico indipendente da questo martirio. Forse un influsso del vicino e antecedente ciclo di Santo Stefano, attribuito a Rufino Grosso d'Alessandria, dove gli ebrei che lapidano il santo hanno copricapi simili e il volto (come il diavolo) sfregiato qui da tagli verticali. La mano di Dio benedice l'evento da un arcobaleno tricolore, il Santo salmodia col cartiglio protofumettistico che anticipa il balloon.





Gli affreschi di Rufino sono i più antichi rinvenuti: l'autore in effetti è il padre della scuola del tardogotico monregalese, che avvia ai primi del '400 con i suoi affreschi a Marsaglia, sulla scia della pittura di Barnaba Da Modena. Rufino giunge a Villanova, pare, tra 1410 e 1415, realizzando opere pregevoli come questo San Michele Arcangelo, la cui armatura presenta dei curiosi "bafometti" sulle ginocchiere.



Rufino non manca neanche di affrontare quello che dev'essere il primo ciclo della chiesa, a fianco di quelli dediti alla Madonna e a Gesù: il ciclo di Santa Caterina, nella parte alta, di cui ci rimane solo questo frammento di ruota.









Una natività barocca copre poi, a fianco dell'altare, il più bel dipinto di Rufino nella chiesa, questo Battesimo di un Cristo velato dalle valenze quasi metafisiche (l'airone da solo merita la visita alla chiesa).


Anche dopo la presenza dei due grandi del '400 monregalese non mancano passaggi di prestigio. La Madonna della Misericordia è attribuita al Maestro di Boves, ormai sul finire del '400


Il Cristo con aureola raggiante è attribuito da alcuni ormai al XVI secolo.


L'evoluzione del Barocco, che avrà in Mondovì e nel monregalese esiti eccelsi tra '600 e '700, corrisponde invece in loco ad un innegabile declino del gusto, che porta all'ampliamento del 1633 e alle coperture di poco susseguenti (magari per armonizzare la chiesa al nuovo braccio e ai suoi decori); del resto il '600 è un periodo problematico nell'area monregalese, per le turbolenze di guerre con la Francia prima, coi Savoia poi: e Villanova non fa eccezione, benché in questa fase, dal 1620 al 1698, ottiene il suo distaccarsi da Mondovì e il suo ergersi in comune autonomo.

Nel '700 all'opposto la scelta del Vittone si conferma un segno di cultura che permane a livello locale, unitamente a un certo benessere, ma conferma anche tuttavia l'abbandono, ormai, del rispetto per i valori estetici del tardogotico che qui trovavano una delle sue massime espressioni (altrove più rispettate come segno della tradizione del luogo).


E chiudiamo con un ultimo elemento interessante, ormai ottocentesco.

I severi confessionali secenteschi non sono originali della chiesa, ma provengono dalla Chiesa di San Francesco Xaverio a Mondovì, nel 1804 (vedi qui). Notiamo come il sacro cuore sia associato al simbolo del Lapis Philosophorum (vedi il sito Symbols al proposito), non certo casualmente. Come forse non è un caso che, alla sconsacrazione napoleonica della chiesa, i confessionali siano giunti qui.




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