Schiaparelli Somnium




Questo post nasce come un omaggio a Giovanni Schiaparelli, il grande astronomo italiano scopritore dei canali di Marte, in occasione del centenario della morte (2010). L'avevo postato su un blog apposito, che adesso, in un processo di razionalizzazione della mia presenza online, ho eliminato (restano questo blog e quello ispirato alla mia tesi, sugli automi).

Galilei rese possibile il sogno di vita aliena sognato da Bruno e dagli umanisti; Schiaparelli diede all'alieno il volto archetipo dei marziani. I post successivi sono i capitoli di una mia ricerca sulla fortuna del mito dei canali marziani dalla loro apparizione ad oggi. Per leggerlo, seguite la numerazione... e buona lettura.


Gulliver Travels (1726), Gli astronomi di Laputa scoprono le lune di Marte

Il saviglianese Giovanni Virginio Schiaparelli è stato indubbiamente uno dei più grandi astronomi italiani, degno di essere ricordato soprattutto per le sue numerose conquiste scientifiche. E tuttavia, la sua figura è rimasta impressa nell'immaginario collettivo mondiale, unica forse della provincia cuneese, non per le sue reali scoperte, ma per un sogno, un'illusione poi rivelatasi errata: i celeberrrimi Canali di Marte, che fu lui il primo ad osservare nel lontano 1877.

La loro scoperta, che Schiaparelli in verità riferì con estrema prudenza e cautela, spinse numerosi imitatori, astronomi e poi scrittori, a speculare più ampiamente sull'esistenza di abitatori marziani che avrebbero edificato quelle strutture che, ad una prima evidenza, parevano di natura artificiale. Era la nascita del mito dei “marziani”, che divennero da allora gli alieni per eccellenza, provocando un'esplosione di letteratura extraterrestre che è alle origini della fantascienza moderna.

In precedenza, il mito extraterrestre si legava maggiormente alla Luna, a partire dalla “Storia Vera” di Luciano di Samosata nell'antichità classica, poi citato dal fortunatissimo “Orlando Furioso” (1532) di Ludovico Ariosto, dove era Astolfo a compiere un decisivo viaggio lunare per rinvenire il senno dell'eroe impazzito. E anche il “Somnium” di Keplero, scritto per difendere le tesi della rivoluzione galileiana verso il 1620, e pubblicato postumo nel 1634 dal figlio dello scienziato, era ambientato ancora sul mondo lunare, stimolando ulteriori riprese più romanzate come quella di Cyrano De Bergerac, “Gli stati e imperi della Luna”, pubblicato postumo nel 1657.

Nel 1662, uscì anche un viaggio di Cyrano sull'impero del Sole; ma per il momento, su Marte niente. Prima di Schiaparelli, l'unico importante riferimento a Marte nella letteratura fantastica venne dai “Viaggi di Gulliver” (1726) di Jonathan Swift, dove gli scienziati dell'isola volante di Laputa scoprono l'esistenza di due satelliti marziani; un elemento quindi tutto sommato marginale. Ma nel 1877 le cose cambiarono: al Somnium di Keplero si sostituì un nuovo sogno scientifico, quello di Schiaparelli.

In queste poche pagine cercheremo di avviare una prima breve ricostruzione, certo incompleta e lacunosa, dell'influenza che le teorie dello scienziato saviglianese, pur deformate, hanno avuto sulla nascita del nuovo genere fantascientifico, in particolare quello di ascendenza marziana. Il tema marziano in fantascienza è sterminato, e sicuramente quindi non tratteremo tutte le opere, e neppure tutte quelle che mostrano l'influsso del mito dei canali; ma cercheremo piuttosto di delineare un percorso, una traccia che mostri l'importanza e l'influenza culturale di tale tema, anche come punto di partenza di eventuali, future altre ricerche.

1. Prima dei Canali. Lo Schiaparelli Storico


Canali di Schiaparelli

Schiaparelli nacque a Savigliano nel 1835; qui, dal 1841, avviò i propri studi superiori, dimostrando subito un precoce interesse per l'astronomia. Nel 1842 difatti il giovane Schiaparelli osserva, dalla sua città natale, una eclissi di Sole, che costituisce il suo primo avvicinamento alla scienza astronomica. Nel 1850 inizia l'università a Torino, e nel 1854 si laurea in Ingegneria Idraulica e Architettura Civile. L'anno seguente realizza un orologio solare sull'abside della chiesa di Santa Maria della Pieve in Savigliano (1855), poi inizia a insegnare matematica al ginnasio di Porta Nuova a Torino (1856). Ma nel 1857 il governo piemontese invia Schiaparelli in un grand tour scientifico presso i migliori osservatori d'Europa, che lo porterà in Francia, a Berlino, a San Pietroburgo.

Intanto, nel 1858 il gesuita padre Angelo Secchi (1818 – 1878), poi corrispondente di Schiaparelli, per la prima volta usa il termine “canale” in riferimento a una presunta costruzione marziana. Padre Secchi era stato il primo, nel 1851, a fotografare il sole nel corso di un'eclissi, utilizzando la dagherrotipia ottenuta per studiare il fenomeno della corona solare, in precedenza trascurato.

Intanto, il 31 agosto 1859, Schiaparelli viene nominato Secondo Astronomo al prestigioso Osservatorio di Brera, presso Milano, fondato dal gesuita Ruggero Boscovich un secolo prima. Il suo rilancio come principale osservatorio del neonato stato italiano era parte della strategia di prestigio dinastico dei Savoia, che per questo si affidano al giovane e brillante Schiaparelli, il quale non li delude. Il 30 giugno 1860 egli prende servizio effettivo a Brera, e il 26 aprile 1861, a un mese dalla proclamazione dell'Unità d'Italia, scopre un nuovo asteroide, il numero 69 del sistema solare, e lo intitola ad Hesperia, antico nome dell'Italia; comunica inoltre la sua scoperta al gesuita Secchi, quello dei canali, avviando una fitta e proficua corrispondenza. In premio del beneaugurale ritrovamento astrale, Schiaparelli viene nominato Cavaliere dell'Ordine di San Maurizio e Lazzaro, l'ordine dinastico dei Savoia. L'anno seguente muore il vecchio direttore di Brera, Francesco Carlini (1862); Schiaparelli brucia un'altra tappa e diviene Primo Astronomo, rappresentando anche il nuovo stato italiano alla Prima Conferenza Geodetica mondiale a Berlino (1864). Di lì in poi Schiaparelli continua la sua sfolgorante carriera, divenendo gradualmente membro di tutte le più prestigiose accademie scientifiche, prima italiane, poi europee: nel 1867 è nell'Accademia Scientifica dei Quaranta, nel 1870 socio corrispondente dei Lincei, poi socio della Royal Astronomical Society di Londra (1872).

Nel 1874 Schiaparelli riesce finalmente a sospendere a Brera la pubblicazione delle effemeridi, e a far pensionare il circolo moltiplicatore di Reichenbach, del 1808, in favore di strumenti tecnologici più moderni. Soprattutto, nel 1875 giunge a Brera un potente telescopio con riflettore Merz, da ventidue centimetri di diametro, che gli serve per i suoi studi sulle stelle doppie.

Nel 1877 Schiaparelli casualmente punta il nuovo cannocchiale Merz sulla superficie di Marte, dato che si sta verificando una opposizione estremamente favorevole tra la terra e il pianeta. Egli non punta a una osservazione sistematica, ma vuole verificare se il telescopio è adeguato ad osservare una superficie planetaria. Così Schiaparelli osserva i Canali di Marte per la prima volta e, ispirandosi alla tesi marittima allora prevalente, ritiene le aree scure di Marte mari, oceani e laghi, mentre le linee sono ritenute fiumi, e le linee rette, di conseguenza, divengono canali. Inoltre Schiaparelli, influenzato dalla sua robusta cultura classica, assegna nomi suggestivi a numerosi elementi della geografia marziana da egli osservata. L'uso di nomi suggestivi e poetici favorirà ulteriormente una ripresa dei “canali di Marte” anche al di fuori della scena strettamente astronomica, in un ambito giornalistico e letterario dove essi diverranno immediatamente prove certe dell'esistenza di vita intelligente, anzi, più avanzata della nostra (in grado di costruire canali ciclopici su tutta la superficie planetaria) sul pianeta rosso.

2. Across the Zodiac. Schiaparelli revelations.


"Across the zodiac"

Gli anni in cui Schiaparelli avanza le sue caute osservazioni, che saranno amplificate e trasformate a dismisura nelle loro implicazioni, sono anni di grande fermento del mondo esoterico, ancora molto importante culturalmente nel tardo Ottocento. La medium russa Helena Blawatsky e il Colonnello Olcott hanno fondato nel 1875 la Società Teosofica, e nel 1877 il libro “Iside Svelata” della Blawatsky ha provveduto un primo testo di riferimento. Il vero e proprio testo sacro dei teosofi, il “Libro di Dzyan”, in cui viene più compiutamente rivelata la dottrina delle razze aliene, verrà rivelato dalla Blavatsky solo nel 1888; ma queste idee sicuramente già circolano, in forma più o meno segreta, all'interno del movimento. I Teosofi parlano più che altro di razze senzienti diverse dall'uomo che ci hanno preceduto sul nostro pianeta; ma il tema dell'esistenza di vita intelligente altra dall'uomo si mescola nella fantasia di divulgatori sensazionalistici e scrittori del fantastico, coagulandosi nel dare vita al mito marziano che perdura tuttora.

Il primo autore a riprendere il tema del viaggio su Marte in questi ferventi anni schiaparelliani fu l'inglese Percy Greg (1836-1889), che nel 1880 pubblica “Across The Zodiac”, attraverso lo Zodiaco, opera ritenuta l'iniziatrice del genere dello “Sword And Planet”, ovvero dei romanzi avventurosi ambientati nell'esplorazione di un altro pianeta. Nel romanzo appare per la prima volta la parola “Astronaut”, riferita alla nave spaziale del protagonista, che si muove nello spazio grazie all'”Apergy”, un'energia anti-gravitazionale che ritornerà, con questo nome, in numerosi romanzi del periodo. L'opera di Greg è inoltre la prima a sviluppare una dettagliata lingua aliena; anzi, è ritenuta la prima opera ad avere inventato, in ambito narrativo, una lingua di fantasia. Il pianeta Marte, dove l'eroe giunge nel 1830, è comunque abitato da piccoli omini che si rifiutano di credere che esista altra vita nel sistema solare: l'anonimo protagonista è preso per un marziano insolitamente alto, proveniente da qualche sconosciuta e lontana regione del pianeta.

Un'ironia di stampo illuministico (per quanto Percy Greg sia politicamente un conservatore, polemicamente ostile alle colonie ribelli americane...) che ricorda quella che diverrà poi di moda molto più avanti, nella fantascienza sociologica. I marziani si comportano difatti come gli “scettici” terrestri, rifiutando ogni evidenza dell'esistenza aliena e riconducendo le varie prove a una razionalizzazione che non richieda lo sviluppo di tale ipotesi extra-terrestre. Per il resto, la società marziana è descritta come una distopia dittatoriale basata basata sulla poligamia e sul commercio delle donne, proiettando sull'”altro” marziano alcuni dei topos che da sempre caratterizzavano l'”altro” orientale, connotato da despotismo divino e harem fin dai tempi dei romani (l'influsso d'oriente sarà determinante su quel grande alieno che è l'imperatore Ming di “Flash Gordon”)1.

Intanto proseguono le osservazioni di Schiaparelli, che nel 1882 introduce anche l'idea di una “geminazione” dei canali di Marte, ovvero lo sdoppiamento di due canali, in guisa di due rotaie ferroviarie. Eugene Michael Antoniadi (1870 – 1944), astronomo greco dell'Asia Minore, osserverà che tale aggiunta contribuisce al senso di mistero sensazionalistico attorno al pianeta rosso, rendendo Marte una sorta di “sphinx world”, un enigmatico ed arcano “Mondo Sfinge”.

Nel 1885 Schiaparelli ottiene per Brera un nuovo, più potente rifrattore Merz Repsold, che arriva a cinquanta centimetri di apertura. Col nuovo telescopio l'osservazione dei canali diviene ovviamente più difficile, ma Schiaparelli non rinuncia del tutto alla sua tesi, pur mantenendo l'atteggiamento prudente assunto fin dall'inizio. Nel 1889 i Savoia lo nominano senatore del Regno, completando il percorso di riconoscimento ufficiale della sua figura all'interno della storia unitaria. Ma la vicenda dei canali di Marte è solo all'inizio.

3. Edison on Mars. Birth of the Myth of the Channel


"Edison conquest of Mars" (1898), marziano

Nel 1890 si verifica l'ultima opposizione tra Marte e Terra in cui Schiaparelli effettua le sue osservazioni: il mito dei canali esce dalla scienza schiaparelliana per divenire un frequentato luogo dell'immaginario collettivo. Già verso il 1892, su una autorevole rivista teosofica dall'inquietante titolo “Lucifer”, il movimento esoterico esprime la sua posizione “ufficiale” sulla questione dei canali di Schiaparelli, assumendo tuttavia una posizione scettica in cui si sottolinea che per Schiaparelli i canali sono soprattutto conformazioni naturali, e quindi l'astronomo non si è avvicinato alle verità svelate dal raggruppamento iniziatico, che predicava l'esistenza di numerose altre razze senzienti sulla terra, molto più avanzate e antiche dell'uomo. L'articolo non lo dice, e liquida anzi Schiaparelli con freddezza; ma è probabile che la sua utilità fosse fugare i dubbi di qualche adepto affascinato dall'idea, magari, che tali antiche creature superiori fossero in qualche modo sopravvissute sul rosso pianeta.

Intanto però la causa dei canali acquista nel 1893 il suo più fervido sostenitore nel miliardario americano Percival Lowell (1855-1916), che scopre i canali di Marte leggendo le opere divulgative di un altro imitatore di Schiaparelli, Camille Flammarion. Lowell usa così le sue ricchezze per fondare un suo osservatorio astronomico a Flagstaff, a oltre 2.100 metri d'altezza, lontano dalle luci della città e in una zona con poche notti di nebba: il primo insomma ad essere scientemente ottimizzato per l'osservazione astronomica. Nel 1895 pubblica il suo primo saggio di argomento marziano, intitolato semplicemente “Mars”, con cui inizia a divulgare sempre più l'idea dei canali come segno di una evoluta civiltà marziana all'interno dell'immaginario collettivo soprattutto americano.

Lo stesso Schiaparelli del resto era in contatto con Lowell e non ne stroncava affatto le idee. Sempre nel 1895 egli pubblica “La vita sul pianeta Marte”, un saggio sulla rivista “Natura ed Arte”, dove parla delle interpretazioni lowelliane dei canali in modo favorevole:

"Il loro singolare aspetto e l'esser disegnati con assoluta precisione geometrica, come se fossero lavori di riga o di compasso, ha indotto alcuni a ravvisare nei canali l'opera di esseri intelligenti, abitatori del pianeta. Io mi guarderò bene dal combattere questa supposizione, la quale nulla include d'impossibile. Ammesse le linee principali del nostro quadro, non sarà difficile compierlo nei particolari, e disegnare coll'immaginazione i grandiosi argini necessari per contenere nei giusti limiti l'irrigazione; i laghi o serbatoi secondari di distribuzione, necessari per dare le acque a quelle valli non direttamente irrigate; le opere occorrenti per regolare la distribuzione secondo il tempo e secondo il luogo; i canali di primo, secondo, terzo ordine destinati a condurre le acque su tutto il terreno irrigabile; i numerosi opifici, a cui le acque potranno dar moto nel loro scendere dai ciglioni laterali della valle al fondo della medesima. Marte dev'esser certamente il paradiso degli idraulici!"

Nel 1897 il fermento di speculazioni sull'esistenza dei marziani spinge Herbert George Wells, il fondatore della fantascienza, a comporre “La guerra dei mondi”. Nel romanzo i canali di Marte non vengono menzionati; tuttavia Wells descrive Marte come un pianeta in declino a causa dell'abbassamento degli oceani, simile a quello descritto nelle mappe di Schiaparelli: proprio questo spinge i marziani alla conquista della terra. I canali, quindi, in questo universo narrativo potrebbero essere visti come un disperato tentativo di portare la poca acqua rimasta a territori in stato di avanzata desertificazione. Il romanzo appare a puntate sul “Cosmopolitan”; il successo è tale che il “Boston Evening Post” lo ripubblica in modo pirata nel 1898, riambientandone semplicemente la storia a Boston. Il giornale chiede poi all'astronomo e scrittore Garrett Putnam Serviss (1851 – 1929) di scriverne un sequel.

Appare così Edison's Conquest of Mars (1898), in cui il protagonista dell'opera è – pare, con la sua approvazione – Thomas Edison stesso (tra gli altri personaggi storici presenti, la regina Vittoria e il Kaiser Guglielmo II). Edison qui inventa un raggio disintegratore che consente di sconfiggere, dopo numerose battaglie spaziali, gli invasori marziani stessi. L'opera è considerata la prima “space opera” ante litteram, e introduce per la prima volta, oltre al raggio disintegratore, molti temi che ne faranno la fortuna: rapimenti alieni, tute spaziali, gli alieni come creatori delle Piramidi, le battaglie spaziali e le pillole d'ossigeno per respirare in assenza di atmosfera. È curioso notare invece che l'autore non conosce ancora la presenza della radio, i cui esperimenti iniziavano proprio in quegli anni, e le astronavi comunicano tra loro con sistemi di luci o tendendo un cavo tra due navi spaziali.

Invece, questo capitolo dell'”Edisoneide” (termine che indica, negli USA, i romanzi di fiction incentrati sulla figura del mitico inventore) è anche il primo romanzo di scientifiction a presentare esplicitamente i canali di Marte, sia pure senza descriverli in dettaglio. Essi sono considerati canali di irrigazione simili a quelli terrestri, benché di ben più grandi dimensioni, dato che essi sono visibili dalla terra.

Perlomeno curioso che i canali marziani, introdotti da uno scienziato come Schiaparelli nell'immaginario collettivo, nella loro apparizione narrativa abbiano bisogno della ulteriore certificazione di un altro scienziato come Edison, il mito stesso dell'inventore americano, in questo caso presente sotto forma di personaggio letterario.

4. 1900. The Channels Honeymoon.


Honeymoon in space (1901), il primo grigio.

L'ultimo decennio di vita di Schiaparelli vide la sua messa a riposo come astronomo per raggiunti limiti d'età (1900). Lo scienziato poté così dedicarsi al suo grande interesse per l'astronomia antica, negli stessi anni in cui il cugino Ernesto Schiaparelli, divenuto direttore del Museo Egizio di Torino, avviava una lunga campagna di scavi in Egitto (1903) culminati nella scoperta della tomba di Nefertari, che porterà alla rinascita della collezione del museo torinese.

Continuava intanto la luna di miele tra fantascienza e canali schiaparelliani: essi tornano infatti in “A Honeymoon in Space” (1901) di George Griffith (1857-1906), dove una tipica ragazza americana sposa un miliardario inglese, Lord Redgrave, che le offre una luna di miele attraverso il sistema solare. Venere è popolato da simpatici Uomini-Uccello, Giove da mostri ripugnanti mentre i Marziani sono un popolo bellicoso dotato di una flotta di astronavi da guerra. Il romanzo è particolarmente pregiato per le illustrazioni di Stanley L. Wood, nelle quali appare per la prima volta lo stereotipo dell'alieno calvo dotato di un grande cranio prominente – segno di un cervello superiore – che ritornerà poi nella fortunatissima immagine dei “grigi”. Già in “Across the Zodiac” Percy Greg aveva introdotto la figura dei piccoli omini marziani, scettici e cocciuti; qui la loro figura è ampliata e dettagliata con maggiore precisione; e anche l'aspetto fisico – incentrato sul cranio prominente – deriva in qualche modo da quella superiorità scientifica che i ciclopici canali sembravano certificare. La loro società è ancora una tipica società dittatoriale, con tratti che anticipano le grandi distopie sul totalitarismo novecentesco, alla 1984: i marziani vivono in una società pressoché meccanica, che ha quasi del tutto cancellato le emozioni.

Ritorna infatti in questo romanzo, come detto, anche il nostro tema, quello dei canali marziani di Schiaparelli, che qui sono descritti come i resti dei golfi e degli stretti del loro sistema marittimo in declino, "resi più ampi e profondi dalla laboriosità marziana". Si conferma così l'idea consolidata dalle opere precedenti: Marte come un pianeta tecnologicamente superiore ma in declino per la crisi idrica, cui sopravvive tramite la sua alta tecnologia – i ciclopici canali, qui ampliamento di conformazioni naturali – e tramite una spinta espansionistica ai danni, ovviamente, dei terrestri.

Intanto prosegue l'opera di proselitismo di Lowell, che pubblica “Mars and Its Canals” (1906) e “Mars as the Abode of Life” (1908), ovvero Marte come dimora della vita. Con la fine del decennio, si spegne anche Schiaparelli, settantacinquenne, che scompare nel 1910. Lo stesso anno, a Torino, i pittori futuristi compongono il Manifesto Tecnico della Pittura Futurista, che completa il movimento nato l'anno prima col manifesto letterario di Marinetti (1909). Insomma, l'attesa del futuro, portato o no da messianici o apocalittici marziani, continua ad essere fervente.

Ma intanto, con la morte dell'autore della teoria dei canali marziani (Schiaparelli scompare nel 1910), inizierà anche il declino della sua teoria in ambito strettamente scientifico: nel 1911 E.E. Barnard osserva Marte con un riflettore da un metro e mezzo, e con le sue osservazioni mette in crisi le speculazioni di Lowell e Antoniadi sui canali marziani di Schiaparelli. L'Honeymoon In Mars tra scienza e fantasia, insomma, era finita. Ma il tema avrebbe avuto una vitalità ben più duratura nell'ambito del fantastico.

5. The Great War(s). The o'Sophical Mars: Burroughs.



Nel 1912 la comunità di Savigliano ricorda Schiaparelli, recentemente scomparso (1910), ponendo una lapide su Santa Maria della Pieve, dove l'insigne concittadino aveva costruito la sua meridiana solare, primo segno di avvicinamento all'astronomia. Ma un monumento più imperituro viene posto a Schiaparelli dalla costante fortuna che i suoi canali continuano ad avere nella letteratura di fantascienza. Finita la luna di miele con la scienza in senso stretto, la teoria dei canali sopravviveva nel consolidarsi di un filone fantascientifico tutto ambientato “sotto le lune di Marte”.

Proprio in quello stesso anno 1912, infatti, esce a puntate l'influente romanzo “Under the Moons of Mars”, poi ripubblicato come “A Princess Of Mars” nel 1917, di Edgar Rice Burroughs (1875-1950). L'opera è il primo capitolo del vasto ciclo di Barsoom, il nome di Marte per i suoi abitanti nel ciclo di Burroughs. Considerato un classico esempio di pulp fiction è il capostipite del fortunato genere del “planet romance” (romanzo di avventure ambientato in un fantascientifico pianeta alieno). Nel romanzo continua l'idea di un Marte desertificato, con solo minime quantità di acqua liquida in superficie. I canali sono sempre opere di irrigazione, ma circondate da ampie zone coltivabili, che assumono colorazione diversa, più scura, rispetto al resto del territorio, cosa che tenta di rendere più credibile la loro visibilità a grandi distanze.

Tuttavia in Burroughs l'alta tecnologia marziana dei canali è un puro residuo del passato, di cui si è perduta memoria; nonostante si continuino a usare navi volanti, i combattimenti si svolgono ormai all'arma bianca e la civiltà marziana degli uomini rossi sta perdendo terreno rispetto alle popolazioni barbariche del pianeta, di pelle verde.

L'eroe del romanzo e della serie è il terrestre John Carter, ex ufficiale della Confederazione, che giunge sul pianeta non con qualche razzo, ma tramite un procedimento di proiezione astrale che risente indubbiamente dell'influenza della dilagante moda teosofica.

Difatti, il viaggio astrale come strumento di viaggio interplanetario non è l'unico segno dell'influenza della teosofia sull'opera: tutta la trama ruota infatti attorno all'alternarsi nella dominazione del pianeta di differenti razze marziane. Se ora i verdi stanno per scalzare i rossi, prima di essi esistevano – e da qualche parte si trovano ancora – una crudele popolazione di uomini bianchi, gli Dei di Marte, preceduti a loro volta dai Primi Nati, uomini neri che manipolano a loro volta i bianchi che credono di essere i soli ad operare nelle tenebre. Questa idea richiama chiaramente il ciclo di differenti razze che si susseguono nella dominanza della terra presentato dalla teosofia, e ripreso autorevolmente da H. P. Lovecraft nel suo vasto Ciclo di Chtulu, di cui accenneremo poi.

Intanto, mentre nel mondo reale infuria ormai la bufera della Grande Guerra, Bourroughs pubblica The Gods of Mars (1914), il secondo capitolo del suo ciclo marziano, in cui disvela la gerarchia delle razze aliene del pianeta. Il terzo capitolo, Warlord of Mars (1918), uscirà in parallelo alla conclusione del grande conflitto, e vede John Carter trionfare definitivamente sui suoi nemici, riconquistando anche la sua principessa marziana, che essi gli avevano rapita.
Nel frattempo, era scomparso anche Percival Lowell (1916), l'entusiastico difensore dei canali marziani come ipotesi scientifica. Oltre a continuare l'indefessa divulgazione delle tesi schiaparelliane, nel 1915 Lowell si era segnalato anche per aver ipotizzato l'esistenza di un Planet X oltre Nettuno, poi scoperto in Plutone. La cosa singolare di tale scoperta è che essa, pur esatta, si basava su presupposti fallaci; tuttavia produsse la dedicazione del pianeta all'astronomo: la sigla PL infatti è stata scelta anche come monogramma di Perceval Lowell. E, come diremo più avanti, la scoperta contribuì indubbiamente ad acuire le psicosi spaziali di un autore fondamentale come Lovecraft nella creazione del mito spaziale.

Forse il fatto che Hugo Gernsback (1884 - 1967) abbia dedicato uno dei suoi primi racconti al tema dei canali proprio quest'anno (How the Martian Canals Are Built, 1916) è da vedersi come un omaggio esplicito al divulgatore scomparso, dato che Gernsback ha ammesso di essere stato spinto alla scientifiction proprio dalla lettura delle opere divulgative di Lowell. Il racconto è uno dei nove dedicati a Marte della serie delle Baron Münchhausen’s New Scientific Adventures, in cui è evidente la volontà dell'autore di elevare il nuovo genere ricollegandolo alla più nobile tradizione del fantastico pre-ottocentesco (le avventure del barone sono raccolte nella loro prima edizione da Rudolf Erich Raspe nel 1785).

Gernsback, di origini lussemburghesi, era giunto negli USA nel 1905, e nel 1926 fonderà “Amazing Stories”, la prima rivista di fantascienza che porterà al grande successo americano e poi mondiale del genere. Nel 1953, lui vivente, gli sarà dedicato il più importante premio di fantascienza esistente, il Premio Hugo; e nel 1980 sarà proprio in opposizione (ma anche in ironico omaggio) alla sua fantascienza che William Gibson comporrà il racconto “Il continuum di Gernsback”, dove immagina un fotografo che a furia di fotografare le futuristiche architetture americane della prima metà del Novecento si trova catapultato in una realtà alternativa dove il sogno di Gernsback è divenuto realtà. Il racconto è oggi divenuto il filo conduttore dell'esposizione che accompagna questo excursus letterario, che mostra come il sogno di Gernsback era già stato tracciato nei canali dell'astronomo saviglianese.

6. Between Wars. Fu-touristical Mars: Aelita.


Aelita (1924), Veduta futuristico-costruttivista di Marte

Finita la Grande Guerra, gli anni '20 italiani vedono l'avvento del regime fascista (1922), appoggiato anche da Marinetti, il fondatore del futurismo, che nel 1924 viene nominato Accademico d'Italia. Tuttavia il monumento che Savigliano eleva a Schiaparelli nel 1925 è agli antipodi di quel “futurismo di stato” che si andrà sempre più affermando negli anni seguenti, con l'avvento del totalitarismo imperfetto delle leggi fascistissime del 1926.

Lo scultore Annibale Galateri, sindaco di Savigliano dal 1911 al 1938, realizza difatti un monumento di vigoroso sapore neoclassico (l'intera piazza sarà del resto reintitolata in seguito a Galateri). Sulla lapide, un'iscrizione latina dettata dal latinista Fiorenzo Sabbatini immortala sulla pietra che Schiaparelli “SULCOSQUE IN MARTE RETEXIT”, individuò i canali di Marte. Lo stesso anno il figlio dello scienziato, Attilio Schiaparelli, storico dell'arte, raccoglie con Luigi Gabba i suoi scritti astronomici, lasciati incompiuti con la morte, e li pubblica col titolo “Storia dell'Astronomia Antica” (1925). Un'opera monumentale, che conferma la grande fascinazione dello scienziato per la cultura antica, rivelatasi già nei nomi classicheggianti e suggestivi assegnati ai vari elementi della geografia marziana nel corso delle sue celebri osservazioni.

Il futurismo italiano si era rapidamente quindi imborghesito nell'accademia fascista. Ma il futurismo sovietico, suprematista e costruttivista, un tempo connesso a quello italiano, viveva invece una stagione esaltante, partecipando a quella che sembrava la nascita di un mondo nuovo. E uno dei suoi ultimi fuochi di fiamma prima del neorealismo staliniano fu il primo kolossal russo e sovietico, il primo kolossal di fantascienza. Nel 1922 un lontano nipote di Tolstoj, Aleksej Tolstoj, compone un romanzo di fantascienza marziana che nel 1924 sarà trasposto al cinema da Protanazov: Aelita. La regina marziana spia con un cannocchiale il terrestre di cui si è innamorata, che si sente osservato e alla fine la raggiunge sul di lei pianeta; ma accortosi che ella è una tiranna avvia una rivolta contro di lei prima di tornare sulla terra. La ribellione contro l'elite di Aelita pare un rovesciamento in salsa comunista di quel grande topos della fantascienza marziana che era ormai divenuto John Carter of Mars di Burroughs e i suoi ingenui amori marziani per principesse planetarie; ma il Marte costruito visivamente è, forse per la prima volta, il vero mondo del futuro, come si può notare dalle geometrie delle architetture planetarie nella foto d'apertura del post.

La risposta occidentale ad Aelita venne con il Metropolis (1926) di Fritz Lang, ultimo grande capolavoro del muto, e a lungo isolato capolavoro fantascientifico, seppure di matrice urbana, in cui si tentava una risposta alla sfida concettuale e visuale del futurismo sovietico. Curiosamente, la metafora centrale, quella del Moloch-Macchina che divora gli operai, deriva in modo evidente dal primo kolossal della storia, il Cabiria (1914) di Pastrone e D'Annunzio girato a Torino, dove è l'eroina Cabiria a venire sacrificata al dio cannibale dei Cartaginesi. La città futura di Metropolis divulga anche in America il sogno del futuro; e qui il seme marziano di Aelita troverà ampli frutti.

Sempre nel 1926, difatti, Hugo Gernsback fonda “Amazing Stories” (1926), la prima rivista specificamente destinata alla fantascienza che riprende tali stilemi soprattutto nelle sue immaginifiche copertine. Su “Amazing” due anni dopo sarà pubblicato, tra l'altro, “Buck Rogers” (1928), che l'anno dopo ancora (1929) diverrà il primo fumetto di fantascienza, consolidando sempre di più la nascita di un immaginario visivo della scientifiction, divenendo il modello per la più fortunata opera del nuovo genere fumettistico, il celeberrimo “Flash Gordon” del 1934. Entrambi vedranno numerose trasposizioni anche cinematografiche: nel 1933 Buck Rogers sbarcherà sul pianeta rosso per affrontare “The Tiger-Men of Mars”, imitato da Gordon nel 1938 col suo film “Flash Gordon Trip to Mars”.

Nel 1930 intanto si inverava una profezia del canalista marziano Perceval Lowell di quindici anni prima: l'esistenza di Plutone, il cui nome - in sigla PL - derivava dalle iniziali dell'astronomo seguace di Schiaparelli. La scoperta ebbe un enorme influsso su Howard Philip Lovecraft, che nel 1917 con Dagon aveva avviato una cupa fantascienza basata sul minaccioso ritorno – o risveglio - di antiche razze aliene abitanti sulla terra prima dell'uomo. Il tema teosofico di Carter, ma posto con accenti ben più terribili.

Lovecraft inserì subito l'infero Plutone nella sua fiction, rinominandolo Yuggoth lo stesso anno 1930, con evidente derivazione dal massimo suo dio cosmico, il terribile Sog Yototh. Proprio negli anni seguenti, inoltre, Lovecraft collegherà esplicitamente al suo ciclo la teosofia nei racconti “The Haunter of the Dark” e "The Diary of Alonzo Typer" (1935), dove citerà esplicitamente il Libro di Dzyan, il testo sacro della teosofia, in cui la dottrina delle antiche razze precedenti l'uomo è esplicitata. Tale collegamento sarà ripreso anche dal suo imitatore, Darleth, divenendo così parte integrante del mito chtuliano. Tuttavia Lovecraft è per il momento un caso isolato; la scientifiction della sua epoca continua a ispirarsi agli ingenui canoni positivistici degli eponimi di “John Carter of Mars”.

Oltre al proseguire nell'epopea carteriana propria ad opera di Edward Rice Burroughs, difatti, il tema dei canali marziani veniva ripreso da Otis Adalbert Kline (1891 – 1946), il quale inizialmente imitò lo stile di Burroughs in una serie di romanzi planetari ambientati su Venere. Burroughs, seccato dall'invasione di campo, rispose rubando al collega l'ambientazione venusiana, cosa che spinse Kline ad ambientare due romanzi su Marte. Uno di questi è appunto Outlaws of Mars (1933), i fuorilegge di Marte, con quello che sembra quasi un riferimento alle reciproche ruberie letterarie dei due autori. Kline riprende l'idea della “geminazione”, un elemento originale dei canali schiaparelliani, descrivendo la presenza di canali paralleli, circondati da mura e terrazze. Un elemento per distinguersi dal concorrente, che aveva adottato la soluzione dei canali singoli, prediletta dalla maggior parte dei cultori scientifici come Lowell. Inoltre, Kline descrisse anche la costruzione dei canali ad opera di ciclopiche macchine terraformanti marziane. La lotta tra i due autori proseguì comunque anche nel puro ambito avventuroso, dove Kline imitò il Tarzan di Burroughs, la sua creazione di maggior successo, divenendo infine l'agente letterario di Robert E. Howard, il creatore del fortunato “Conan Il Barbaro”, a partire proprio dal 1933.

Intanto anche un maestro come C. S. Lewis affronta il tema marziano in Out of the Silent Planet (1938) dove i "canali" sono gigantesche crepe della superficie di un Marte deserto e quasi completamente privo d'atmosfera, dove si concentra la poca acqua ed aria rimasta. Una raffigurazione che accentua quindi sempre più l'immagine di un Marte immerso ormai in un completo declino. Intanto, siamo ormai alle soglie della seconda guerra mondiale; nel 1938 l'attore Orson Welles, quasi omonimo di Wells, realizzerà un curioso esperimento radiofonico trasportando la “Guerra dei mondi” in una finta radiocronaca dell'invasione marziana. La popolazione reagisce con uno scoppio di isteria collettiva: molti fuggono verso le montagne, ingolfando le vie d'uscita dalle città. Per alcuni teorici del complotto l'esperimento doveva verificare in che modo la popolazione avrebbe reagito alla notizia di un'invasione, in vista dell'ormai probabile scoppio di un nuovo conflitto globale. Quello che ci interessa per il nostro discorso, però, è che ancora una volta venga scelto per tutto questo la latente paranoia dell'invasione marziana.

Intanto, sempre nel 1938, un fumetto apparentemente di fantascienza inventa il genere che rivoluzionerà il medium: dal pianeta Kripton – morente come il Marte dei Canali – uno scienziato invia suo figlio sulla terra in una culla-astronave. Adottato col nome di Clark Kent, l'alieno rivelerà poteri sovraumani sul nostro pianeta, divenendo noto col nome di Superman. Ancora una volta, il nuovo salvatore viene da cieli alieni.

7. 1950. Of Red Perils and Red Planets.


Martian Cronicles, cover (1958)

La fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945 porta quasi subito all'apertura di un nuovo conflitto dell'America con il nascente blocco comunista sovietico. La psicosi d'invasione aumenta costantemente, e nel 1947, anno considerato d'avvio della lunga “guerra fredda” tra i due blocchi, si diffonde la notizia del ritrovamento di due dischi volanti alieni a Roswell, in USA. Significativamente, si tratta della base da cui era partito l'Enola Gay, il bombardiere americano che aveva sganciato l'atomica su Hiroshima. Da allora, gli avvistamenti degli alieni continuarono a moltiplicarsi, in un perdurante predominio di invasori “marziani”.

Nel 1949, “I Canali di Marte” di Leigh Brackett (1915 – 1978), che sarà poi lo sceneggiatore de “L'impero colpisce ancora” (1980), contengono una delle prime avventure del suo eroe Eric John Stark; torna il solito archetipo di Marte morente, dove i canali, questa volta, sono presentati definitivamente come rovine, cupe fenditure prosciugate che intervallano i resti di misteriose città del passato che servivano, probabilmente, a rifornire d'acqua.

Come è possibile vedere, se c'è una vena che non sembra esaurirsi è quella dei canali di Marte come situazione narrativa, in senso stretto o estensivo. Nel 1950 il mito viene rivitalizzato dalle “Cronache Marziane” di Ray Bradbury, autore che porta la fantascienza ad un livello d'arte tramite una prosa ricca e fluente, considerata tuttavia da alcuni (come ad esempio da Umberto Eco, nel suo saggio “Apocalittici e integrati” del 1964) portatrice in parte anche di elementi kitsh. Ad ogni modo, la descrizione dei canali non è innovativa in sé, in quanto continuano ad essere strutture artificiali ricolmi d'acqua; ma il loro contenuto è definito poeticamente “liquore verde” o “vino color lavanda”. “Cronache marziane” contiene comunque notevoli invenzioni nelle situazioni che si vengono a determinare sul pianeta rosso nell'incontro o scontro tra i suoi abitanti e i nuovi esploratori-colonizzatori-conquistatori terrestri; ma in definitiva, per quanto di livello estremamente elevato, si tratta sempre di variazioni sul tema. Di ordinarie “Cronache marziane”, appunto.

La fantascienza marziana è inoltre sbarcata con grande successo – e in forme decisamente più ingenue - al cinema, dove trionfa per tutti i maccartistici anni '50, fortemente condizionati dalla paura del comunismo che viene perfettamente trasposta in quella per i mostri provenienti da Marte, “The Red Planet”. Nel 1953 George Pal traspone “La guerra dei mondi” di Wells al cinema, in un film che si distingue soprattutto per gli innovativi effetti speciali. Ma ormai i film d'invasione diventano un genere, un meccanismo narrativo incantato, la sterile ripetizione delle solite cronache marziane. E intanto, a ricordare la minaccia che incombe dal vero Pianeta Rosso, nel 1957 il lancio dello Sputnik segna una nuova fase delle guerre spaziali terrestri, ben più temibili di quelle, metaforiche, marziane.

8. 1960. The delusion of Mars: Philip K. Dick.


Martian TIme Slip, first cover (1964)

Il 1960 si apre nel cinquantenario della morte di Schiaparelli, che cade nella fase più calda delle Guerre Spaziali prima della distensione. Dopo l'invio dello Sputnik nello spazio nel 1957, i sovietici hanno segnato un altro punto inviando il primo uomo nello spazio nel 1961 con l'astronauta Iuri Gagarin. La reazione è un acuirsi febbrile della metaforica fantascienza marziana, prima di una graduale – ma mai totale – disaffezione per le sue tematiche.

Nel 1962, mentre infuria la crisi di Cuba, il massimo rischio di una guerra nucleare tra le due superpotenze, esce la celebre serie di figurine di “Mars Attacks!”, poi divenute un culto kitsh per gli appassionati di fantascienza, come ultimo retaggio dell'ingenua fantascienza spaziale dei '50. È in quest'anno, inoltre, che Philip Dick (1928 – 1968) avvia il suo romanzo “Noi marziani”, pubblicato poi nel 1964, uno dei primi pilastri della new wave fantascientifica, più complessa e problematica. Per la prima volta, e in controtendenza con quello che è ancora lo spirito prevalente del tempo, il visionario Dick anticipa il timore della fine del sogno marziano. Il romanzo è ambientato nel 1990; la Terra ha ormai accantonato i grandiosi progetti di colonizzazione spaziale, e vede le colonie marziane solo come un fastidioso problema. Il pianeta rosso è ancora disabitato salvo minimi avamposti, ed il disinteresse delle autorità terrestri ha favorito lo sviluppo di vari traffici illegali, incluse bieche speculazioni sulle aree lungo la preistorica rete dei canali. «Dio mio, eccoti qui per la prima volta in vita tua sulla superficie di un altro pianeta [...] Non gli hai neppure dato un'occhiata, e c'è gente che ha voluto vedere i canali — che ha discusso sulla loro esistenza — per secoli!» fa esclamare Dick a uno dei suoi personaggi, in un monito che pare quasi rivolto anche al lettore.

I rischi corsi nella crisi di Cuba spingono le potenze alla distensione del 1963. La sfida per il predominio si combatterà solo sul piano simbolico del progresso e della corsa allo spazio. In questo contesto di perdurante sfida spaziale, il Mariner 4 riprende (1964) e poi al rientro diffonde (1965) le foto della superficie marziana che “tolgono ogni dubbio” sull'inesistenza dei canali.

Dopo le Foto di Marte, la “prova” per eccellenza, i Canali di Marte declinano anche nella fantascienza. L'epoca della fiducia ingenua nel potere positivistico della tecnoscienza è finita. Nel 1966 è iniziata l'era del postmoderno, inaugurata in letteratura da un romanzo come “L'incanto del Lotto 49” di Thomas Pynchon, in cui la storia è stata scritta da una cospirazione cosmica in cui nulla è ciò che sembra. Tale atteggiamento di scetticismo si diffonde anche nell'ambito fantascientifico, dove covava sottotraccia già da tempo nell'ambito dei cultori dei dischi volanti, segnali di presenze aliene tenuti nascosti dal governo. Ma ora, nell'avvicinarsi del 1968, il pensiero complottista trova terreno sempre più fertile. E così, quando nel 1969 gli USA conquistano la Luna, si diffonde l'idea che tale successo sia stato artificialmente realizzato in studio, durante le riprese di “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1967). I veri alieni non vengono dallo spazio: sono tra noi. Siamo noi.

9. 1970. Conspirationists Strike Back: New Faces of Mars.


Sfingi e piramidi su Marte (1975)

Il 1970 si apriva nell'anno uno dell'Uomo sulla Luna, ribaltando il rapporto di forze tra Usa e Urss con cui si erano avviati gli anni '60: ora erano gli americani a condurre sempre più chiaramente il gioco. Ciò rendeva Marte il prossimo obiettivo di una missione spaziale, intensificando il lavoro propedeutico a una futuribile esplorazione del pianeta.

Così, nel 1971 il Mariner 9 scansiona, e al rientro diffonde (1972) una completa mappatura marziana. La fotografia ravvicinata della superficie di Marte doveva contribuire a dissipare completamente i residui sospetti sull'esistenza dei canali schiaparelliani, e al tempo stesso essere un'altra prova dell'ormai consolidata superiorità tecnologica occidentale con cui si apriva l'era della terza rivoluzione industriale, quella basata sull'alta tecnologia informatica.

Nel 1974 i sovietici inviano il loro “Mars VI” ad esplorare l'atmosfera marziana, e lo stesso anno, forse non casualmente, un paese satellite del loro blocco, l'Ungheria, celebra Schiaparelli in un francobollo.

Ma nel 1975 veniva lanciata la sonda americana Viking 1, la prima ad atterrare con successo sul suolo marziano, facendo anche, nel corso della missione, nuove e più dettagliate fotografie, che in teoria avrebbero dovuto fugare ulteriormente i dubbi circa la sussistenza di reperti archeologici sul pianeta. Ma l'idea di colossali costruzioni di antiche civiltà marziane si era ormai radicata a fondo nell'immaginario collettivo: i canali non erano ormai così facili da cancellare.

Nel 1976 la diffusione delle immagini del Viking consentì a vari ricercatori “indipendenti”, tra cui l'italoamericano Vincent Di Pietro, la scoperta di piramidi a cinque punte collegate ad una gigantesca faccia rivolta verso il cielo, una sorta di sfinge posizionata nella direzione dei cugini terrestri.

Forse anche la continua diffusione di tali persistenti speculazioni sulle tracce di una civiltà marziana influenzeranno un film “complottista” come “Capricorn One” di Peter Hyams, uscito due anni dopo, nel 1978, in cui il governo USA e la NASA falsificano in studio il loro primo viaggio su Marte. Il film così fonde il sogno marziano – il nuovo obiettivo, ormai, cui deve giungere l'essere umano nella sua incessante corsa nello spazio – con le teorie che sostenevano la falsificazione della missione lunare.

10. 1980: The Total Recall: Martian Rebirth.


Total Recall Poster (1990)

Gli anni '80 vedono una drastica crisi del culto marziano nella letteratura e nel cinema di fantascienza. Non a caso, il decennio si apre con “Il continuum di Gernsback” (1980). Il racconto di William Gibson segna l'intenzione di porre un distacco dal mitico fondatore del nuovo genere letterario: nella storia, un fotografo americano avvia una ricerca che lo porta a documentare l'immaginaria America dell'ottimistico sogno tecnocratico della fantascienza tradizionale. Egli così si trova come prigioniero di una dimensione parallela in cui il sogno del futuro si è realizzato, ed ai suoi occhi appare come un incubo dalle vaghe venature totalitarie. L'opera è considerata il capostipite del genere “cyberpunk”, termine coniato non a caso sempre nel 1980, e che, per semplificare, fonde il ribellismo del movimento punk (1976-77) con (e contro) l'idea di una società futura rigidamente controllata tramite le moderne tecnologie informatiche.

L'attenzione per Marte e i suoi alieni, comunque, era dura a morire, se gradualmente riemerse un robusto filone che riprendeva, con maggior ironia, la vecchia fantascienza spaziale. In ambito grafico e visuale, esso viene definito come “Retrofuturo” dal critico Lloyd Dunn; in ambito narrativo, già nel 1983; nel 1987 lo scrittore Kevin Wayne Jeter è costretto a coniare il termine “steampunk” per identificare questo nuovo genere letterario. Il sarcastico gusto punk, cioè, viene adattato ai temi e ai tempi dell'antica fantascienza ottocentesca, basata sulla tecnologia del vapore (“steam”). E in questi ambiti il mito del Marte schiaparelliano ha una parte centrale.

Ad ogni modo, se anche nella fantascienza scritta, disegnata e filmata il tema marziano, ormai usurato, diviene marginale, esso continua a trionfare nella giovane forma artistica che si va imponendo sempre più come il nuovo medium emergente: il videogame. I videogiochi erano infatti nati proprio all'interno di tale tematica spaziale: il primo videogame del 1961, “Spacewar”, mostrava una piccola astronavicella stilizzata che doveva colpire alieni puntiformi. Nel 1971 il gioco sperimentale costruito al MIT di Boston fu commercializzato come “Galaxy Game”, mentre nel 1978 “Space Invaders” introduceva un minimo di grafica raffigurando così per la prima volta i ributtanti invasori spaziali. Gli anni '80 videro nascere altre tipologie di giochi, ma il genere degli “shoot'em up” rimase nettamente predominante, rimanendo nell'immaginario collettivo “il” videogame da sala giochi (in inglese, “arcade”), per eccellenza.

Forse per questo molti videogame di avventura, sorti verso la fine degli anni '80 per il nuovo mercato del PC domestico citano abbondantemente il Pianeta Rosso. Il primo e più famoso è probabilmente “Zac McKracken” (1987) della Lucasfilm, in cui il protagonista deve viaggiare su Marte dove incontra le celebri piramidi e il celebre faccione “scoperti” nel 1976; l'anno seguente è la volta di “Space 1889” (1988), che cita più direttamente i canali schiaparelliani: Marte è qui attraversato da canali artificiali che sostengono, come da copione, le città dell'antica civiltà marziana.

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e il conseguente collasso del sistema sovietico tolgono al mito del “Red Planet” ogni residuo valore simbolico di metafora delle paure dalla guerra fredda. Mentre le profezie del cyberpunk si avverano, con una sempre maggiore diffusione della rete informatica, è nuovamente William Gibson – assieme al co-fondatore Bruce Sterling – a prendere l'iniziativa e, con “The Difference Engine” (1990), romanzo steampunk di ambientazione vittoriana, a proclamare la fine del movimento. In parallelo, al cinema Paul Verhoeven, divenuto celebre al grande pubblico col cyberpunk di “Robocop” (1987) – completerà in seguito la sua ironica trilogia fantascientifica col meno riuscito “Starship Troopers” - torna sul tema con “Total Recall” (1990), tratto dal racconto di Philip K. Dick “We Can Remember It for You Wholesale” e con protagonista Arnold Schwarzenegger, vera e propria icona della science fiction anni '80 dal “Terminator” (1982) di Cameron in poi.

In un futuro prossimo, l'operaio Doug Quaid si rivolge all'agenzia Recall che vende viaggi virtuali per un tour sul Pianeta Rosso. Il viaggio virtuale fallisce e Quaid si reca di persona su Marte dove resta coinvolto nella cospirazione per la rivolta del pianeta contro il suo dittatore. Nel finale, riattiva un meccanismo dell'antica civiltà marziana che permette di sciogliere i ghiacci dei poli marziani, generando al pianeta acqua e atmosfera (forse tramite una rete di canali).

Ovviamente, probabilmente è solo tutto un suo sogno, come sempre in Dick; ma quello che qui ci preme è l'Eterno Richiamo (Re-call) del mito della civiltà marziana e dei suoi costrutti monumentali, che sia pure in queste riprese ironiche si dimostra tenacemente duro a morire, come si puà vedere anche dalla locandina, in cui occhieggia inevitabile una stilizzata piramide marziana.

11. 1990. To the Millennium and Beyond: Mission to Mars.



Mission to Mars (2000), faccione alieno

Gli anni '90 si aprono con una rinascenza del cinema fantascientifico causata anche dall'attesa del nuovo millennio come ingresso nella vera e propria era del futuro. Per il mito di Marte è la seconda attesa millenaristica: un secolo prima il 20-mo secolo, ora il 2000 come cifra tonda.

Inoltre, lo sviluppo degli effetti speciali digitali che, introdotti massicciamente nelle produzioni cinematografiche hollywoodiane, rivoluzioneranno profondamente il cinema, specialmente quello fantascientifico. “Il tagliaerbe” (1992) è uno dei primi film caratterizzati da pesanti effetti digitali, ancora legato a una poetica cyberpunk; ma già nel 1993 Steven Spielberg, col suo “Jurassic Park” applicherà tali effetti a una fantascienza ben più tradizionale, collegata ad un aggiornamento del vecchio classico del “Mondo perduto” di Conan Doyle.

L'applicazione alla fantascienza spaziale del cinema digitale avviene nel 1994 con “Stargate” di Joel Schumacher, che riporta in auge l'antico mito delle origini aliene delle piramidi. Nel 1996, con “Independence Day” Schumacher accentua la dimensione epica in un colossal di invasione aliena che rilancia nuovamente il genere; ma puntuale arriva la parodia di Tim Burton, che con “Mars Attacks!”, parodizza la rinascente fantascienza “classica”, citando l'eterno mito dei marziani nella sua codificazione più trash, le figurine del 1962.

Ma Burton, nella sua graffiante parodia, non poteva immaginare di aver riesumato un sottogenere. Nel 2000 si cimenta con una space opera marziana Brian De Palma col suo “Mission to Mars”, che più di tutti riprende filmicamente, in modo ironico e postmoderno, il mito dei canali marziani o comunque delle archeologie planetarie.

Il film, che apparentemente comincia all'insegna di una fantascienza compassata e “documentaria” del viaggio su Marte, in corso d'opera si trasforma repentinamente nel mito dei marziani messianici con i loro misteriosi templi-piramide. Uno slittamento semantico interno al film che ricorda quelli introdotti da Tarantino nell'innovare i gangster movies in opere come “Dal tramonto all'alba”, che similmente si trasforma da noir in horror col passaggio da primo a secondo tempo. Qui, però, il significato sembra rimandare all'impossibilità di trattare in modo “solo” scientifico il tema del sogno marziano, in una conferma delle suggestioni culturali schiaparelliane documentate dal nostro saggio.

L'anno seguente è John Carpenter a tornarci su a modo su in “Ghost of Mars” (2001), dove gli spiriti degli antichi guerrieri marziani si impadroniscono dei corpi di coloni umani per usarli per sterminare gli altri invasori. Nel 2005, infine, è lo stesso Spielberg a tornare alle origini col suo remake di “The War of the Worlds”, protagonista Tom Cruise.

Insomma, il sogno marziano è certo diventato ormai solo una minima parte del sogno del futuro; ma è una parte resistente e, come vediamo, dura a morire, che continua ad influenzare non opere minori, ma autori di primo piano. E, al tempo stesso, si pone come mito meta-storico, al di fuori da ogni possibile evoluzione. La fantascienza basata su un progresso tecnologico, come quella robotica, deve costantemente aggiornare il suo background scientifico se vuole rimanere credibile.

La fantascienza marziana – e aliena in generale, ovviamente – non ha bisogno di tutto ciò: essa, posta com'è in un altrove assoluto, non è condizionata dalle misere vicende di questo pianeta. Angelo o demone, distruttore o salvatore, l'alieno – o marziano – irrompe nella realtà rivoluzionandola immediatamente. I progressi della tecnoscienza collocati prudentemente oltre i confini di un futuro remoto dalla maggior parte degli autori ci emozionano meno, perché sappiamo che difficilmente saremo lì a vederli. Ma l'alieno, buono o cattivo che sia, può giungere tra di noi facendo irrompere il futuro all'istante, anche oggi, anche domani se solo lo volesse. La sua superiorità tecnologica – corollario irrinunciabile del mito – foriera di benessere o di distruzione cambierebbe radicalmente lo stato delle cose, nel bene o nel male. Ecco quindi che il suo mito non può invecchiare: e sopravvive anche il mito dei marziani nascosti in qualche modo sul loro vicino pianeta, nonostante tutto e tutti. Perchè il mito degli industriosi marziani dei canali è il sogno di una alterità possibile, immediata, quasi a portata di mano, ben al di qua di quelle distanze di anni luce che la fisica einsteinana ci rivela ben difficili da superare. Ecco perchè probabilmente il mito dei marziani non morirà mai, non è morto dopo il recente invio del robot Opportunity (2004), primo terrestre ad aggirarsi sul pianeta, e non morirà nemmeno se e quando gli umani vi costituiranno un loro avamposto.

Il sogno dei canali non morirà mai. E piaccia o non piaccia, volente o nolente, è stato il saviglianese Giovanni Virginio Schiaparelli a crearlo.












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