I Misteri di San Bernolfo


San Bernolfo a Mondovì. L'avanguardia dei visitatori. Ma le retrovie sono folte.



Alla guida (turistica) di un fitto manipolo di valorosi, sfidando la pioggia incombente, ho visitato oggi le due principali cappelle del mio quartiere: San Bernolfo, che qui vediamo, e San Bernardo delle Forche, di cui parlerò in un post seguente. Si tratta di due dei più interessanti esempi del gotico di Mondovì.

La cappella di San Bernolfo si trova anch'essa, come pure San Bernardo, nei pressi dell'antica via Morozzenga che conduceva da Vico (il centro da cui nasce poi Mondovì, il Monte di Vico) a Morozzo. Su questa antica via avrebbe trovato il martirio, verso il 904, il vescovo d'Asti Bernolfo, o Eilulfo, divenuto vescovo nel 901, con la caduta del comitato carolingio di Bredolo (880 c.); catturato dagli islamici (che avevano un loro regno nell'ormeasco) presso la cascina di Pogliola detta ancor oggi Saracena, sarebbe stato sviscerato appendendo le sue interiora alla carrucola del pozzo della cascina stessa.


Reliquiario con testa di San Bernolfo.

La sua storicità comunque è molto dubbia, anche se la sua importanza, per il suo ruolo fondante e l'unicità del suo culto, è assolutamente cruciale, almeno per la storia (artistica e non) di Mondovì.
Forse non a caso, anche in questo mito fondante traspare il rilievo della figura del Re Moro, poi presente nella mitologia fondativa della città. Di San Bernolfo comunque si conserva un reliquiario con la testa: non ho rinvenuto il luogo di conservazione, ma è probabile che si tratti appunto di Mondovì.

Sempre in città vi era, a Breo, una chiesa di San Bernolfo (secondo quanto detto qui) su cui nel 1548 sarebbe poi sorta la chiesa di Sant'Agostino, sede in città dell'ordine agostiniano appena giuntovi.


Santino di San Bernolfo, da qui. Un santino molto moderno, come si nota dalla grafica dei caratteri, dalla posizione scettica (più del dovuto!) sulla realtà del santo e dalla preghiera per il "terzo millennio", che ci colloca alle soglie o già doto il 2000. L'immagine prescelta è un modesto ex voto ottocentesco, quasi sicuramente d'area monregalese, che pare riguardare in incidente col carro.

Tra i vescovi della diocesi di Asti, che fino al 1388 include Mondovì, è comunque registrato un Eilulfo (o Arnolfo) nel periodo. Il Michelotti, nella sua storia di Mondovì, riporta anche una ipotesi curiosa. Stando al Patrucco, la "parte contraria" all'imperatore "aiutasse a stabilirsi nel Frassineto i Saraceni". Quando Eilulfo diviene vescovo, ottenendo anche, oltre a Bredolo, l'abbazia di San Dalmazzo, l'abate se ne ebbe a male, "per la perdita di alcuni diritti". I saraceni sarebbero stati "istigati da costoro". (Michelotti, Storia di Mondovì, p. 18).

Proprio qui, nel luogo della chiesa, il prelato sarebbe stato sepolto. Una lapide romana murata nel complesso è ritenuta la tomba originaria. Poco dopo il martirio, sulla tomba sarebbe sorta una cappella di culto: l'attuale edificio è databile, da vari elementi costitutivi, al 1100 circa, prima quindi della nascita del comune, nel 1198.

I primi affreschi, effigianti il martire locale, sarebbero del 1200-1300 (nel 1301, comunque, la cappella è menzionata in un testamento, la prima data certa che abbiamo); essi sono però stati scialbati per la loro brutalità, oltre che per la dubbia storicità del vescovo, su ordine pare del visitatore apostolico Scarampi, che visitò la diocesi nel 1582, in attuazione alla controriforma, e che fece anche bruciare la statua del santo.

Nel 1400, viene costruito il bel protiro gotico, di ottima fattura, a testimonianza dell'importanza ormai assurta dal culto del santo: verso la fine del secolo viene anche realizzata la pala d'altare, un retablo, che ha al centro la Vergine col Bambino, in una composizione triangolare, ai lati San Bernulfo e San Donato (patrono della diocesi di Vico, e poi di Mondovì), con in alto la figurazione del Cristo di Pietà, una figurazione singolare di Cristo in posizione melanconica dopo la resurrezione. Sulla predella, un'Ultima Cena di Gesù con gli Apostoli.

Le cose si fanno però molto intricate, in quanto nonostante l'apertura del protiro non viene chiuso, a quanto pare, l'altro accesso, aperto sul versante affacciato all'Ellero, che pare murato solo nel corso dell'Ottocento.

Inoltre, il retablo si trova su un pezzo di muro staccato e apportato qui in un periodo successivo imprecisato, nonostante la presenza dei due vescovi, uno vecchio e uno giovane, faccia pensare a San Bernolfo e San Donato, due santi vescovi associati a Mondovì, uno dal martirio, il secondo come patrono (le loro reliquie giacciono insieme nella cattedrale monregalese).



San Bernolfo a Mondovì, la facciata."Ti farò male come un colpo di pistola / è appena quello che ti meriti"


L'affresco in facciata della chiesa, databile almeno al Seicento, complica ulteriormente le cose. A parte l'assenza di segno di contorno, che ci sposta al finire del '500, la Madonna rappresentata è quella di Vico, ritratta da Segurano Cigna nel 1450 nel celebre Pilone, ma ripresa come fulcro di una nuova devozione controriformista dal 1596 in poi, quando un cacciatore la colpì al cuore, facendola sanguinare nel primo miracolo mondiale delle armi da fuoco. Da cui, l'avvio del santuario completato dal Gallo e dai frescanti quadraturisti verso la metà del '700. E qui troviamo il punto centrale del colpo di fucile, a dimostrazione non indispensabile peraltro che la ripresa non è dalla cappella originaria, ma dal nuovo culto post-fucilazione.

Dunque, Notiamo infatti come la cappella appaia ancora con il suo accesso principale in bella vista, con a fianco una torre fortilizia a pianta circolare, che fa presumere l'inserimento del complesso in una serie di fortificazioni cittadine. Un ruolo più che ragionevole, data la connessione del Santo con la lotta contro i saraceni, simbolo di un attacco al cuore della città.

A questo punto si tratta di capire cosa ne è stato e quando della torre, dato che è attestata in tempi piuttosto recenti. Dovrebbe esserci una qualche pianta, citazione, attestazione, ma io sono un divulgatore, non un indagatore d'archivio. Attendo che qualcuno mi soccorra, e poi avvertirò i miei venticinque lettori.

Tra l'altro, nel mistero architettonico della cappella va inserita anche la nicchia murata che si vede bene nella prima foto, e i quattro affreschi della facciata principale ora coperti da un'edera secolare, che richiederebbe un'estirpazione professionale da parte di qualche restauratore avveduto.

Torniamo al santo, e a ulteriori complicazioni: nei documenti anteriori al '500, San Bernolfo non è associato a una figura episcopale: ancora nel 1514 il vescovo Lorenzo Fieschi, che edifica la nuova cattedrale poi distrutta dai Savoia per farvi la cittadella (nel 1573), dice di aver collocato San Donato e San Bernolfo sotto l'altare maggiore: ma chiama il primo vescovo e martire, il secondo solo martire.

Alcuni addirittura ipotizzano che San Bernolfo sia in verità un santo giunto con Donato in seguito all'istituzione della diocesi, nel 1388, e successivamente integrato nel mito fondante della diocesi, come si può vedere nel santino "negazionista" riportato più in alto. Una spiegazione che le prove documentali dimostrano sostanzialmente falsa, nel senso che il culto è certamente preesistente, e al massimo potrà essere stato modificato in seguito.

Tra l'altro, esiste anche un San Bernulfo vescovo di Utrecht (vedi qui), morto nel 1054. Data la proliferazione medioevale delle reliquie, non stupirebbe che una qualche sua reliquia sia giunta a Mondovì assieme a quelle di Donato, fondendosi poi col mito locale di Eilulfo, di maggior presa.

Per tutti questi dubbi probabilmente lo Scarampi, nel 1582, fece scialbare gli affreschi (già nel 1548, del resto, con l'avvio della controriforma, la chiesa in Mondovì Breo dedicata al santo sarebbe stata sostituita da quella agostiniana: un riposizionamento forse non casuale). Gli ordini dello Scarampi però di solito restavano ignorati; per questo si ipotizza che forse, data la posizione della cappella, appena poco fuori città, essa fosse stata usata come lazzaretto nel corso delle pesti secentesche di manzoniana memoria, e quindi lo scialbo, che copre solo in parte gli affreschi che a tratti affiorano, sarebbe stato steso per ragioni igieniche più che censorie.




San Bernolfo a Mondovì. Il Retablo d'altare.

Qualcosa affiora dietro il retablo, nell'abside semiscrostata: si indovinano figure di santi, con connesse palme di martirio, che probabilmente facevano corona al tema principale. Appare evidente, anche dal poco che si vede, la loro maggiore antichità, che le farebbe datare al 1200-1300 monregalese.




San Bernolfo a Mondovì. Il martirio nascosto (Vi sono uomini che, inevitabilmente, hanno la tendenza innata di scoperchiare cosa non dovrebbe essere svelato agli occhi del popolo).

Un tendaggio ottocentesco ricopre poi la figurazione più affascinante, quella del martirio del santo. Vediamo solo il santo stesso, giacente a terra, oramai sbudellato e in procinto di subire l'eviscerazione.



San Bernolfo a Mondovì. Il martirio nascosto 

E questa figurazione ha un fascino singolare. Si tratta di un primo tentativo di restauro? L'affresco è emerso da uno scrostarsi naturale dell'intonaco? Che si tratti del Tempo o di un altro Restauratore, è singolare l'andare a colpo sicuro, e far emergere subito la figurazione più interessante. O qualcuno possiede delle fonti, ignote o ignorate da tutti gli storici dell'arte che hanno approfondito la questione, e non lo dice? (E però, ha voluto far emergere, oltre agli affreschi absidali, lo scorcio più rilevante).

Inoltre è affascinante il drappo rosso che, nell'adornare l'altare, con discrezione copre la scena di martirio, proibita, riscoperta e comunque ri-censurata.

Non resta che indagare il retablo, potenzialmente spurio, che però contiene due vescovi, dati come San Bernolfo e San Donato, in quest'ordine. Entrambi sono vescovi, uno giovane e uno vecchio, o meglio uno glabro e uno barbuto. In effetti, San Bernulfo è più plausibilmente il glabro, data la maggiore vicinanza temporale, che segna la consuetudine del clero alla tonsura (non univoca e assoluta, comunque, e accentuata dopo la - successiva - scissione con gli ortodossi del 1088); mentre San Donato, più antico, appare bene in una lunga barba petrina. Anche se la sua iconografia, da una breve scorsa su internet, non è affatto monovalente.

Entrambi hanno mitra, pastorale e un libro sigillato in mano, segno della loro sapienza; il giovane porta la veste chiusa da una pregevole lista a croce d'oro tempestata di pietre preziose. Se fosse Bernolfo, potrebbe essere una forma di pudore che nasconde lo sventramento, e nel nasconderlo lo allude. L'altro vescovo, Donato, ha invece il manto aperto, e la veste bianca sottostante è chiusa da una croce nera.



San Bernolfo a Mondovì. Il Cristo Melanconico.

I sette riquadri del retablo, divisi da una cornice molto fumettistica, dialogano tra loro a coppie: i due vescovi di cui abbiam detto, giovane e vecchio, quasi simbolo del concetto stesso di dinastia vescovile, cui si inframmezza l'avvio di tutto, la Madonna col Bambino, che rimanda invece alla scena spezzata dell'annunciazione, con l'arcangelo che offre un giglio alla Madonna che legge un libro. E in mezzo, prefigurando quel che sarà, la melanconica resurrezione.

La figurazione più interessante, indubbiamente, tra quelle superstiti, è indubbiamente il Cristo Melanconico. Viene dato da alcune letture come una variazione del "Cristo di Pietà", o il Cristo in Pietà, che mostra il Cristo dopo la resurrezione, mentre esce dal sepolcro, in atteggiamento meno trionfale, più sofferente. Tuttavia, anche qui non vi è la posa melanconica, che è più specifica e unica di Mondovì.

Il concetto altomedioevale vedeva il Cristo trionfante pantocratore dalla mandorla divina, e anche trionfante dalla croce quanto vi verrà figurato col primo gotico. In seguito, il gotico insisterà sulla sofferenza del Christus Patiens, i cui contorcimenti di enorme potenza espressiva verranno rattenuti poi dal "lungo rinascimento", fino alla libertà delle figurazioni moderne, post-novecentesche.

Poi, certo, l'iconografia della Melanconia, l'Umore Nero, che favoriva la preminenza delle attività intellettuali e una certe tendenza a un mood depressivo, era diffusa ed attestata sia nell'immagine allegorica di una donna in tale posa, sia come posa tipica di intellettuali (ma certo più il pensoso intellettuale tardorinascimentale che, per esempio, un vescovo di questi gloriosi e combattivi affreschi tardogotici).

Ma un Cristo Melanconico, dato come iconografia rara, è per ora, a quanto mi consta, iconografia unica. Sarei felicissimo di essere smentito, rinvenendo la fonte di tale opera (o una imitatio che la rendesse non-unica). Ma visto così, fuori contesto, il Christus Melanchonicus continua a sembrarmi più un esito della metafisica, lavoro di un valido discepolo di De Chirico, piuttosto che un frammento di retablo gotico. Oltre all'espressione e alla posa, metafisiche sono quelle montagne sullo sfondo, pinnacoli gialli e azzurri di cuspidi alla Piero della Francesca.



San Bernolfo a Mondovì. L'ultima Cena, Giuda con aureola.

Va notato, a tale proposito, che l'immagine del Cristo dialoga con l'Ultima Cena posta sul basamento del retablo, che si indovina soltanto nella foto precedente, e che ho qui riportato. Notiamo che le tredici figure, con Gesù al centro, presentano tutte l'aureola. Tutte, inclusa dunque quella di Giuda, che solitamente non si faceva ascendere alla santità, e si segnava con un aureola, al limite, vistosamente nera, simbolo di eccellenza sì, ma nel male, che qui non traspare.

Una figurazione simile, e ritenuta sottilmente ereticale, si rinviene nell'Abbazia di Castel Magno, altro satellite della galassia della scuola gotica monregalese, di cui ho già parlata (un po' successiva, ai primi del '500).

Forse la la melanconia di Cristo si collega con la "santità" di Giuda, che alcune sette gnostiche, formate su un suo ipotetico, apocrifo vangelo, volevano cardine della salvezza e parte di un grande piano segreto in cui il suo tradimento non è tale, ma è concordato (sul tema ha scritto anche magistralmente Borges, in "Ficciones").

Non mi spingo certo a dire che il Cristo è melanconico perché consapevole del gran teatro del mondo; ma certo è singolare che tale figurazione appaia nella chiesa di un santo così incerto e nebuloso. Se non sapete pressoché nulla di qualcuno martirizzato qui, un quattrocento anni orsono, sembra riflettere il Cristo, cosa potete sapere di me veramente? E forse è melanconico perché i suoi seguaci, fuggito il dubbio che invece anima lui, disattendono compiutamente il suo messaggio.



San Bernolfo a Mondovì. Presunta lapide mortuaria del santo.

Questa infine la mitologica lapide della tomba di san Bernolfo, spezzata da un taglio diagonale e riparata da una bella cazzuolata di cemento. Il super-contrasto della foto vuole evidenziare la scritta della lapide, che riporto, per quel che riesco, così:

...LIO M.F.
...V...ILAIENIO
...AVI...ELIV...C.F.
...CVN...

Io non ne saprei cavare nulla. Magari, qualche lettore epigrafista sì.

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