Il tramonto dei vivi morenti


LORENZO BARBERIS.

(Spoiler alert, as usual)

Come anticipato in post precedenti, sto seguendo sul blog la rinascenza di Dylan Dog, avviata dal nuovo curatore Recchioni sugli ultimi numeri del 2013. Seguirò anche, in parte, quanto appare sulle uscite speciali, ma in modo più sporadico e senza sempre recensirne qua, dove invece parlerò della serie regolare. Un po' come quanto farò con quel che riesco a recuperare di buono del vecchio Dylan.

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Con questo albo gigante quindi continua il rinascimento dilaniato, la terza uscita della "Nuova Vita". La storia di copertina del gigante è l'ambiziosa "Il tramonto dei vivi morenti", che va a chiudere la trilogia di Alessandro Bilotta iniziata con "Il Pianeta dei Morti" (2008), sul secondo Color Fest, e continuata con "Addio Groucho" sul Color Fest numero 10, il penultimo.

Bilotta è famoso, tra le altre produzioni, per la inquietante distopia a fumetti de "La Dottrina", le cui atmosfere, filtrate tramite Dylan Dog, si respirano anche in questo ciclo futuribile e horrorifico. L'apocalisse è qui ovviamente quella zombie, come si adatta a un fumetto dell'orrore quale D.D., ma più che l'invasione dei morti viventi è la società totalitaria che trae giustificazione dalla loro esistenza ad essere il vero elemento d'orrore.

Quindi, una distopia totalitaria sul modello di Bradbury o Orwell, oppure, nel fumetto, di Moore (ancor più che al fumetto, l'opera sembra pensare al film, dove il regime crea un auto-attentato per legittimarsi).

L'opera richiama anche, con una sottile ironia interna, la SF di Nathan Never, la serie fantascientifica di casa Bonelli: Dylan infatti appare parzialmente imbiancato nei capelli, come Never, ma a colori invertiti, mentre indossa un impermeabile alla Bogart - Deckart che rimanda sempre a N.N..

Volendo essere cattivi, si potrebbe immaginare come Bilotta rivendichi di creare, tramite Dylan Dog, un "vero" Nathan Never: la serie di fantascienza bonelliana, pur promettendo una distopia cyberpunk, ha nel tempo tradito almeno in parte le aspettative, che questa trilogia invece mantiene.

Interessante il titolo, che è stato modificato in fase di lavorazione: dall'originale, malinconico "Old Boy", a "Il tramonto dei vivi morenti", che rovescia il numero 1 di DD, l'Alba dei Morti Viventi, in cui il malvagio Xabaras avviava la creazione degli zombies (con una vistosa citazione di Romero). Interessante notare che l'horror romeriano è più fantascientifico che sovrannaturale, essendo gli zombies originati da fenomeni naturali, non mistici o sovrannaturali. In qualche modo dunque la matrice portante della continuity di DD, almeno fino al n. 100, nasconde in sé un elemento di scientifiction che viene recuperata in questa riscrittura importante.

In modo ambizioso, la trilogia riscrive così la fine di Dylan Dog, come chiarito anche dal titolo: se era uno scontro mistico con Xabaras nel n.100 di Sclavi, diviene una più malinconica e più dylaniata, anche se fantascientifica, Apocalisse zombie in Bilotta.

Le altre due storie avevano dalla loro il colore (che torna anche nella nuova SF Bonelli di "Orfani", sempre ad opera di Recchioni): a campiture vivide nel primo numero, alla Moebius, quello più SF, pittorialistiche e cupe nel secondo, fino a questo ritorno al bianco e nero nell'ultimo numero, ma in un grande formato che valorizza la claustrofobia futuribile dei disegni.

La storia raggiunge la lunghezza di un albo normale, e conquista la cover dell'albo, che con una lacera bandiera inglese evidenzia il valore di icona pop di un Dylan stanco ma ancora non vinto dalle orde di zombie prevalenti.

Le altre storie sono in tono relativamente minore, sia pure in vari gradi: "La vicina di casa", sceneggiata da Ruju, è ben strutturata, ma è troppo un gioco di iniziati su un episodio tutto sommato minore, confinato comunque in una storiella breve, un virtuosismo oltretutto poco horrorifico.

"Più forte della carne", dignitosa storia dylaniata classica di respiro da albo normale, ha dalla sua la forza dei disegni di Casertano sul formato che li valorizza.

L'ultima, sceneggiata da Gualdoni, l'editor in chief spodestato da Recchioni, è gustosa, in quanto è un piccolo divertissment contro le innovazioni recchioniane, tra cui un maggiore uso della tecnologia: il rifiuto di Dylan di usare il cellulare è rafforzato da un episodio legato a un cellulare maledetto che stermina un gruppo di ragazze cui Dylan si è casualmente accompagnato, nella migliore tradizione dell'horror americano.

Insomma, due storie regolari ma in grande formato, di cui una eccezionale per la sceneggiatura e la portata nella continuity, una per i disegni, più le due storielle minori. Un modo, anche con lo speciale, di ribadire il nuovo corso nel segno della tradizione (Più forte della carne) e del rinnovamento (l'Old Boy di Bilotta). Nel complesso una terza prova valida, che conferma le ragioni di interesse di questo reload.


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