Bonelli Reloaded



LORENZO BARBERIS.

(English Version here)

La casa editrice Bonelli è in buona sostanza il fulcro del fumetto italiano del secondo dopoguerra, da Tex (1948) in poi. Il fatto dunque che il fumetto Bonelli, oggi, sia sottoposto a una sostanziale riforma, se non a una vera e propria rivoluzione, è un fatto di grande interesse, anche oltre lo stretto ambito fumettistico.

L’innovazione in Bonelli è sempre graduale e parcellizzata, solitamente, cosa che le è valsa anche svariate accuse di immobilismo da parte della cerchia più stretta di appassionati del fumetto nostrano. Quest’apparente immobilismo è anche, per contro, alla base della buona tenuta della casa editrice, con una durata così ampia nel tempo.

Le due modifiche di questo ottobre 2013 sono il cambio di guardia alla guida di Dylan Dog (1986), la seconda testata Bonelli dopo Tex, dedicata all’horror, e l’avvio di una nuova serie di fantascienza, “Orfani” (2013), con la caratteristica di essere la prima serie bonelliana a colori, dopo vari tentativi in ordine sparso con la nascita di testate a colori di Tex, Zagor e soprattutto col Dylan Dog Horror Fest (per non contare la lunga tradizione del colore nei numeri celebrativi).

Un elemento che accentua l’impressione di una rivoluzione è il fatto che entrambe queste svolte siano affidate a un solo autore, il più valido nome, forse, emerso in Bonelli negli ultimi anni, Roberto Recchioni. Recchioni, nato nel 1974, ha legato il suo nome soprattutto alla serie di John Doe (2000 – 2012), il più importante bonellide degli anni 2000, con una durata complessiva di 100 numeri, cifra tonda di dantesca, e boccaccesca, memoria (quello che, secondo molti, doveva essere il progetto originario di Dylan Dog). Da diverso tempo, comunque, il suo lavoro è approdato in Bonelli, dove si è distinto in particolare proprio su Dylan Dog, con storie considerate tra le migliori delle ultime, stanche stagioni; in particolare “Mater Morbi” (2009).

Recchioni è un autore fortemente associato al post-moderno, e l’operazione che si attende sotto la sua guida è quella di un’innovazione piuttosto accentuata, rispetto ai minimi assestamenti tipici del colosso bonelliano.

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Per quanto riguarda “Orfani”, l’innovazione è immediatamente evidente: non solo nel colore, ma anche nelle scelte di un linguaggio che per la prima volta, senza dimenticare le radici letterarie (“Fanteria dello spazio” di Heinlein, 1959, soprattutto), dialoga con l’immaginario dei videogames fantascientifici nelle sequenze concitate, estremamente rapide, ricchissime di azioni e con dialoghi ridotti all’osso, scarni ed ironici.

Al di là della riuscita del prodotto, è evidente in quest’opera la scelta di un target decisamente giovanile, quello che la Bonelli rischia di perdere: non solo nel riferimento all’immaginario videoludico, ma anche nell’età dei giovani protagonisti, teenagers tra i 12 e i 16 anni.

Con una struttura alla Full Metal Jacket, l’albo ci mostra nella prima parte i ragazzi durante lo spietato training per prepararli allo scontro con gli invasori alieni che hanno attaccato a sorpresa il pianeta, e nella seconda quando, ormai adulti, affrontano i mostruosi invasori sul loro pianeta d’origine in una squadra d’assalto d’élite. Un meccanismo proiettivo perfetto per catturare l’immaginario degli adolescenti, si direbbe.

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In Dylan Dog la trasformazione appare più sfumata: sia perché non si tratta di una serie totalmente nuova, sia perché la nuova curatela di Recchioni va a intervenire su storie già esistenti, riorganizzandole e selezionandole, ma senza per ora incidere sulla produzione di nuove storie, una “fase due” che sarà affrontata dal prossimo anno.

Oltre a questo, però, Recchioni pare porre il segno, in questo caso, non sulla rottura, ma su, potremmo dire, la restaurazione. Il primo numero, “Una nuova vita”, che presenta un Dylan Dog nell’atto di togliersi le bende, come dopo un “cambio di volto”, gioca a creare quasi un voluto, ironico contrasto col relativo “tradimento” di tale immagine di copertina, offrendo poi invece una storia molto classica, ma di altissimo livello, affidata a un autore completo come Carlo Ambrosini. Un ritorno al grande “fumetto d’autore, fumetto d’orrore” che era stato lo slogan di lancio della testata, alla metà degli anni ’80.



Anche la cover è sempre del copertinista ormai storico di Dylan Dog, Angelo Stano: ma l’evoluzione del segno dell’autore, rispetto alle cover precedenti, è evidente. Non, però, in uno slancio verso il futuro, ma in un ritorno al passato, allo stile espressionistico degli anni ’90, ispirato al nervosismo esasperato del segno di Egon Schiele, come nell’inarrivabile “Storia di Nessuno”; su testi di Sclavi (1990).

Il secondo numero, “Sulla pelle”, accentua invece la dimensione pop di Dylan Dog, innegabilmente presente come in ogni grande icona del fumetto, approfittando al contempo della storia – un horror incentrato su tatuaggi ancestrali – per una metariflessione sul senso della scrittura che fa da cornice alla storia. Con una raffinata perfidia narrativa, lo sceneggiatore Bruno Enna fa conclude all’impersonale voce narrante “è bene non dimenticare mai che si tratta solo di un disegno”, chiudendo però una storia che evidenzia come questo disegno è, tuttavia, “tracciato sulla pelle”: facile immaginare un rimando volutamente ambivalente all’icona stessa di Dylan Dog (come nella copertina, a pagina 22 e, molto probabilmente, in vari casi reali).



Nelle sue note introduttive, di nuovo, Recchioni si sofferma molto sull’analisi delle scelte degli autori, il citato Enna e il bravissimo Dell’Agnol, confermando l’idea di un accentuazione della matrice autoriale presente fin dall’origine in questo fumetto. Una scelta che, diametralmente ad Orfani (dove pure tale elemento è presente, nelle dettagliate Bio dei due autori del numero, il disegnatore Mammuccari e lo stesso Recchioni), pare idonea a un pubblico di D.D. ormai tendenzialmente maturo, di 30-40enni.

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Una rivoluzione, dunque, con “Orfani”, e una restaurazione (ugualmente rivoluzionaria, per certi versi), con Dylan Dog? Potrebbe essere una linea di lettura. Eppure, fino a qui l’analisi pare identificare quasi una pura strategia di marketing, sia pure ispirata a due importanti numi tutelari quali la qualità del prodotto e il buon senso.

Però, in quest’operazione leggo sottotraccia qualcosa di più: qualcosa che rende questa nuova doppia lettura, gli Orfani e il nuovo corso “dylaniato”; obbligatoria e parallela.

In entrambi i primi due numeri (l’1 di Orfani, il 325 di Dylan Dog) leggo un parallelo, forse forzato, ma comunque a mio avviso affascinante, che potrebbe costituire un particolare, e specifico, piano di lettura.

L’albo di Dylan Dog, “Una nuova vita”, è incentrato su una specie di spirito ritornante dal tempo della grande guerra, in seguito a un patto col diavolo andato a pessimo fine (ma quando mai, del resto, ne riesce uno?).

Dalle trincee della Prima Guerra Mondiale dove il corpo putrescente e maledetto si decompone senza morire ci spostiamo alla Londra del 2013 dove lo spirito del soldato e del demone aleggia, possedendo un chirurgo di chiara fama per i suoi orridi scopi. Trait d’union simbolico tra i due mondi, oltre al sovrannaturale, il videogioco del ragazzo paraplegico protagonista, incentrato sulla grande guerra.

Il piano allegorico di Ambrosini è abbastanza trasparente: oltre al gusto per una buona storia d’orrore, lo “spirito della grande guerra” che incombe sull’Europa è quello dei ritorno di una mortifera distruzione, uno spettro che aleggia sempre più cupo e incombente sul nostro sempre più fragile benessere. Siamo alle soglie, ormai, dei cento anni del 1914: un riferimento quindi che appare tutt’altro che casuale.

E in fondo, al di là delle coincidenze numerologiche, è tutt’altro che campata in aria la percezione che quello che avviene ora abbia là le sue radici, la crisi di un certo imperialismo occidentale che affonda le sue origini nel suo stesso principio (almeno nella forma e nei modi industriali attuali), la Grande Guerra, la terribile macchina di morte moderna.

Tutto questo, ovviamente, non spiegato didascalicamente (potrebbe addirittura essere sovrainterpretazione, la mia), ma lasciato trasparire in un senso d’angoscia autenticamente unheimlich che pervade tutto il racconto.

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Anche “Orfani”, tuttavia, inizia con modalità simili, sia pure sviluppate in modo totalmente diverso. Un terrificante attacco alieno ha distrutto l’Europa, lasciando relativamente illesa l’America: la generazione dei giovani orfani sopravvissuti all’attacco viene cresciuta per combattere gli alieni.

La crisi non è quindi letta con uno sguardo al passato, troppo colto e respingente per le nuovissime generazioni; ma sotto il bellicismo da videogame si può leggere una sottile, irritante metafora sporta indirettamente ai giovani lettori: una minaccia aliena, estranea, totalmente incomprensibile per voi ha cancellato l’antico mondo del benessere, niente più orsacchiotti e parchi giochi per voi.

Il vostro mondo, ora, è una lotta spietata e senza quartiere per la sopravvivenza, contro nemici invisibili, e sotto la guida della generazione precedente di cui vi conviene, in massimo grado, diffidare: vi useranno come carne da cannone, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, le cose non sono come vi raccontano. Ma questo lo scoprirete solo leggendo: continua nel prossimo numero.

Se quindi “Una nuova vita” riflette sulla Crisi attuale dalla prospettiva decadente di chi ha ormai passato “il mezzo del cammin di nostra vita”, gli Orfani lo fa dal punto di vista delle giovanissime generazioni, ancora inconsapevoli, ma animate inconsciamente da una rabbia che Recchioni dice loro, sotto sotto, tutt’altro che ingiustificata. Un discorso pericoloso, ma non falso e posto in modo sottile: un qualcosa che, a quel che vedo (la mia cultura videoludica è ridotta: e lo riconosco come limite, non con affettazione), i giovanissimi non possono ancora trovare, per ora, nei videogame.

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Insomma, la premessa più interessante è che pare notare, in questa operazione, non un puro gioco di sfruttamento commerciale (elemento comunque assolutamente, e legittimamente, presente). Ma anche una volontà di utilizzare il fumetto, ancora una volta, per interpretare la società attuale, in questi “tempi interessanti” dell’età della grande crisi.

Del resto, niente di nuovo: l’ottimismo muscolare di Tex non riflette forse, in fondo, gli entusiasmi dell’età della ricostruzione e del boom? Una restaurazione-rivoluzione, quindi, quella di Casa Bonelli. Niente di nuovo sotto il sole: semplicemente Bonelli Reloaded.

Una rivoluzione-restaurazione che, nei limiti del possibile, cercherò di seguire. Del resto, Dylan Dog è, di fatto, l'esoterismo pop italiano che questo blog cerca, dalla fine degli anni 2000, di seguire.

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