Rorschach



LORENZO BARBERIS.

Da un po' di tempo scrivo meno sul blog. Sia qui che sul duplicato in Wordpress. Wordpress è figo, e la resa estetica del blog mi soddisfa molto. Però è più complesso, più da sito che non da blog, che richiede un aggiornamento rapido e senza troppo sforzo. E poi, oltre a seguire il sito "Margutte" (la parte artistica e quella informatica), ho ripreso a insegnare lettere, fuori Mondovì, cosa che mi ha tolto parte del tempo che avevo prima per condurre il blog, e parte della motivazione.

Infatti, le rare "belle lezioni" che riesco a fare - ma almeno una a settimana di solito c'è - mi soddisfano sufficientemente per diminuire lo stimolo a quella "lezione alternativa" che è, per me, il blog post (anche il numero medio di lettori, i 25 cari a Manzoni, sono più o meno una classe media). Una lezione ideale, tra l'altro: parla a un pubblico silenzioso, attento, che ogni tanto, con discrezione, si complimenta per qualche intervento riuscito (i classici allievi "che non ti accorgi di avere in classe"). E i seccatori, sul blog, possono essere facilmente silenziati, come ho fatto io, eliminando il problema alla radice: niente commenti (altrimenti, altri blog, più di successo, sono classi interessate ma assolutamente turbolente, tra troll e flame in corso).

Però alla fine al blog mi sono affezionato, e quindi credo che continuerò a scriverci. Per cui, finita questa riflessione personale (ma in teoria i blog servono proprio per questo), prendo spunto dal doodle d Google di oggi, dedicato a Rorschach, per qualche annotazione su questo personaggio, divenuto un'icona, volente o nolente, della cultura di massa.

*

Hermann Roschach (1884 - 1922) a Zurigo, la "Roma della psichiatria" (come Ginevra fu la "Roma della Riforma), ci nasce proprio. Figlio di un'insegnante d'arte, si appassiona fin da giovane alla klecksografia, quel giochetto che tutti abbiamo fatto nelle ore di educazione artistica alle medie, con le tempere: si mette della tempera (o altro materiale pittorico idoneo) su un foglio, lo si piega in due, si imprime ed ecco una bellissima macchia, monocroma o multicolore a seconda delle tempere usate. Per R. deve diventare qualcosa di più di un gioco infantile: lo soprannominano infatti Klecks, "macchia".

Klecksografia indica infatti una scrittura (grafia) compiuta con le macchie (klecks, in tedesco). 

Il pioniere del genere fu il poeta Justinos Kerner (1786 - 1862). Medico laureato a Tubinga nel 1808 (fin dall'origine, le macchie si associano al curativo), come potevamo solo immaginare prima di quest'immagine - ma con relativa certezza - l'inventore delle macchie ha interessi medico-psicologici di grande eterodossia. Divenuto medico di ruolo nel 1818, il suo caso più famoso è l'indagine su Federica Hauffe, figlia di un prevosto sofferente di sonnambulismo, nel 1826 (The Seeress of Prevorst, revelations of the human inner life and about the penetrations of the spirit world into ours, 1829). Ella durante le sue crisi parlava una sorta di lingua immaginaria con consistenti elementi di matrice ebraica: cosa che, per il Kerner, era ovviamente tutt'altro che uno stato negativo, ma una situazione di chiaroveggenza che consente di comunicare col mondo degli spiriti. 

Un discepolo di Mesmer, in sostanza, il cui padre aveva tra l'altro aiutato nel 1803 il mistico Johann Rapp a fuggire in America per sfuggire alle persecuzioni religiose luterane. Qui Rapp avrebbe poi fondato la sua confraternita teosofica, la Harmony Society, che vedeva nelle opere di Kerner uno dei propri riferimenti fondanti. Veneratori gnostici dell'Harmonia personificata (e della Virgin Sophia, in altre versioni), fonderanno diversi omonimi insediamenti in USA, che sopravvivino tuttora. Il culto si è invece estinto, nel 1905, dopo un secolo esatto dalla fondazione.



Tutto per dire che probabilmente anche le klecksografie di Kerner non erano prive di afflati mistici; accompagnate a testi poetici, probabilmente erano già una porta verso l'Inner World che la pupilla Federica Hauffe esplorava tramite le libere associazioni sonnamboliche. Quella sopra, ha inoltre grande somiglianza con la "falena" del test di Rorscharch. Forse casuale, forse no.  Comunque, se volete, qui c'è il testo originario, in un'agile versione tedesca in caratteri gotici. Chi fosse interessato, può usarla per sottoporsi al vero Rorschach original, in una divertente sessione di autoanalisi (tranne i tedescofoni, per loro non vale).

Kerner comunque compie questo suo studio poetico, intitolato appunto "Klecksografie", nel 1857; ma la morte nel 1862 interrompe la pubblicazione, che avverrà solo nel 1879. Samo quindi, ormai, alle soglie del fermento magmatico da cui nascerà la psicanalisi: e sono infatti appunto i vari psico-analisti delle origini a interessarsi particolarmente a Kerner e al suo libro.

Il primo è il serioso Alfred Binet, associato all'immagine della rigorosa psicologia cognitiva, opposto alla frivola e salottiera psicologia emotiva di Freud o peggio Jung, a sostenere nel 1895 che le macchie possono essere utilizzate per la psicoanalisi.

Ma sarà proprio il nostro R. a sviluppare questa idea. Dopo la laurea in medicina nel 1909, si specializza in psichiatria con Bleuer, dove è compagno di Carl Gustav Jung, sul cui ermetismo psicanalitico poco vi è da dire. Tra l'altro, l'elemento cruciale dell'esoterismo junghiano è l'uso dei tarocchi come strumento analitico: come una zingara o un ciarlatano da strada, lo psicologo junghiano sottopone alla lettura tarologica il suo analizzando, per vedere come si approccia con gli archetipi che vi sono rappresentati.

Se Jung si pone in continuità con la tradizione ermetica, il nostro Klecks si ricollega dunque a uno degli ultimi ritrovati dell'occultismo ottocentesco, che non aveva disdegnato di utilizzare le nuove tecniche ai fini di ricerca spiritica (sopra ogni cosa, la fotografia per immortalare gli spiriti, e il codice Morse del telegrafo per farli parlare).

La sua ricerca si concentra quindi sulle Macchie, sottoponendo per circa un decennio i suoi pazienti alle variazioni di macchie cromatiche. Da questo ricava il suo testo fondamentale, "Psicodiagnostica" (1921). Testo fondamentale e unico, perché R. muore l'anno successivo, nel 1922, a soli 38 anni. Per un anno non rientra così nel "club 37", il novero degli artisti morti esattamente a 37 anni d'età. Ma del resto anche Caravaggio sfora di un anno in eccesso, quindi direi che anche R. può essere nominato socio onorario.

R. diviene infatti, in questo modo, il vero rifondatore dell'arte moderna. Anche se, ovviamente, un fondatore che al tempo stesso la rinnega. Il negatore più stolido dell'arte contemporanea dice: "Non si capisce nulla: è solo una macchia sul foglio". Il vero assertore dell'astrazione lo rimbecca dandogli pienamente ragione: "Proprio così, amico mio. Macchie sul foglio, nulla di più". Il sostenitore volenteroso ma ingenuo, oppure ambiguamente ironico, assume una posizione intermedia: "Ma no, l'etichetta dice che è arte. Un qualche significato deve esserci: dunque troviamolo". E la macchia sul foglio si riempie dei significati che gli attribuiamo, dimostrando il fallimento del pittore astratto e del suo rifiuto di attribuire un senso: l'arte moderna finisce, inizia il post-moderno. 

Negli anni seguenti alla morte del nostro, molti giovani psicanalisti riprendono le teorie di R., cui la prematura scomparsa fornisce implicitamente un ruolo romantico da rockstar. Nel 1927 il libro è pubblicato: R. era scettico sull'uso indifferenziato - ogni paziente richiedeva nuove macchie, come nel rito artigianale di uno sciamano che ogni volta ricrea per voi la precisa combinazione di sassolini e foglie in grado di interpretarvi - ma  nemmeno lui può sfuggire alla standardizzazione di ogni culto, specie nell'età industriale. Nel 1939, il suo test diviene un test proiettivo standard. 
.


In precedenza, erano più diffusi test proiettivi in situazione, come quelli che fa Alex nel finale di Arancia Meccanica (1971, ma il romanzo è del 1962), per dimostrare di aver riacquisito la sua capacità aggressiva dopo la discutibile cura Ludovico.

Il test di Rorschach appare invece in un fondamentale della SF scritta, "Fiori per Algernon" di Daniel Keyes, più o meno degli stessi anni (racconto del 1959, romanzo del 1966, film del 1968). Il protagonista, a parte il topo Algernon che diviene la sua proiezione, è un idiota clinico che viene sottoposto a un processo che lo rende super-intelligente, fino a sfiorare il superuomo. Quando però il topo Algernon muore (da cui i fiori), per umanità gli scienziati sospendono la cura, facendolo ripiombare nell'orrore dell'imbecillità. Con, ovviamente, l'aggravante di aver conosciuto l'intelligenza: l'inferno perfetto deve includere una finestrella sul paradiso.

Ecco, in "Algernon", per verificare l'idiozia del soggetto, viene sottoposto al test di Rorschach. La sua incapacità di leggere in alcun modo le macchie, se non in modo letterale, è vista come un chiaro segno della sua stupidità, e quindi viene scelto per il potenziamento cerebrale (i dottori non si attendono l'accelerazione incredibile che la sua mente ottiene, si aspettano un blando miglioramento curativo). Probabilmente è la prima volta che R. appare in letteratura come archetipo, e infatti è citato in modo sbagliato. L'errore è però più interessante di una esposizione esatta del test: per il positivismo (sia pur pessimista) della SF americana, un test psicologico alla fine misura il Q.I..

Da qui il rischio del "complesso d'intelligenza" per l'analista che usa il test di R.: il soggetto, specie se colto, non dà la pura e vera impressione, ma deve dimostrare la sua abilità nel leggere il quadro astratto. Quindi, il paziente coglie i dettagli perché è un caso psichiatrico da ricovero coatto e immediato a Villa Fiorita, o è solo l'effetto di un narcisismo sociologicamente normale? Io penso sarei un soggetto da incubo, ad esempio.

L'arte, quella vera, ormai perdente nell'età postmoderna, diffida infatti invece di R.: e se tutto era nato da un poeta tedesco, è un poeta tedesco ad attaccare la Klecksografia, con una lirica ironica (nell'edizione critica in cui l'ho trovata, non mi pare si sia colta né l'ironia, né  il riferimento a Kerner, poeticamente rilevante.


Potrebbe dunque accadere ciò che sogniamo:
la rima è la Klecksografia dell'orecchio,
la macchia vuol rimare con l'occhio.
Gentilissimo pubblico,
fidatevi dell'abbaglio dei sensi.

Se però nel 1982 appare la condanna dell'ingenuo pubblico che vuole la rima in poesia, vuole il "significato" in arte, nel 1986 avviene la consacrazione definitiva di R. quale padre del postmoderno, quel processo che Keyes aveva solo avviato, senza pieno successo.


"Watchmen" (1986) di Alan Moore.
Il capolavoro letterario (a fumetti, ma con valenza universale) del postmoderno ha al suo centro la caparbia indagine di Rorscharch, lo psicotico "eroe mascherato" protagonista della vicenda (è lui che avvia l'indagine, e nel finale intuiamo che sarà lui a vincere, la sua posizione di "never compromise, even in front of Armageddon). Lo psicotico eroe prende il suo nome dalla maschera che si è creato, formata di macchie fluttuanti come appunto nel test proiettivo da cui assume il suo nome.

Egli sarà anche sottoposto a una seduta di analisi, in cui effettuerà il suddetto test. Alla fine, confrontatosi con l'orrore assoluto del non-senso (che R., come pochi altri nel fumetto, vede negli occhi: il Comico, Ozymandias, Dr. Manhattan), lo psicanalista comprende che l'orrore non è ciò che possiamo vedere sul foglio, ma che sono solo macchie nere su fondo bianco. Il test è annullato nel suo valore, e torna alla sua concezione moderna.



In questo, Watchmen è problematico come romanzo a fumetti postmoderno: poiché tutta l'opera è intrisa di simboli che rimandano (rimando esplicitato da relativa citazione) alla "fearful simmetry" di William Blake, resta esplicita dalla tavola centrale, assolutamente simmetrica (l'unica splash page della storia): simmetria simbolo degli innumeri rimandi interni tra simboli (il cerchio-orologio-simbolo nucleare-smile su tutti) e nel dualismo di testi e disegni (che rimandano sempre a una doppia connessione, quella ovvia, letterale, e una seconda allegorico-simbolica).

Simboli posti appositamente per invogliare il lettore ad indagarli: ma con R., Moore pare dirci che sono solo "macchie nere su foglio bianco" e, citando Nietzche, Moore ci ribadisce che se ne guardiamo davvero l'abisso di non-senso, l'abisso guarderà in noi.


(Post-scriptum: Tra l'altro, tra le figure minori di Watchmen appare Mothman, l'Uomo-Falena, un supereroe particolarmente ridicolo che finisce pazzo e suicida per problemi psichiatrici. La prima delle dieci carte del test ha tra le possibili letture quella della Falena (vedi wiki) anche se il test vi cela, volutamente, una figura umana: e dal 1940 in poi chi non sia totalmente avulso dalla cultura di massa non può non vederci Batman o, inconsciamente, ridurlo a "pipistrello", più socialmente accettabile nel momento solenne dell'analisi. Probabilmente Moore intende, con questo, ribadire il tema centrale dell'opera, sottolineando come il fumetto supereroico non sia altro che una proiezione delle psicosi del lettore. Una posizione in lunga continuità con la psicanalisi repressiva di Wertham e soci, dal 1954 in poi, che Moore ovviamente rovescia in positivo: Watchmen, come ogni grande letteratura, è un'ottima sessione di analisi, anche se alla fine - o proprio perché alla fine - ci porta al riconoscimento del non-senso del fatto psicologico).

Post più popolari