Belvedere 1963




LORENZO BARBERIS.

Ripubblico qui il mio articolo su "Margutte" che parla del "Belvedere", la rivista culturale di Mondovì dal 1963 al 1993. In copertina, satira antimassonica del "Belvedere" (1963).

Con questo 2013 che volge al termine si conclude anche questo anno uno di “Margutte”, non-rivista letteraria online erede di una fertile tradizione di stampa alternativa dell’area cuneese.

In questa stampa alternativa, in tempi diversi, vari esponenti della redazione hanno avuto modo di intrecciare già in passato i loro rapporti: “Una tazza di the” (anni ’70), “Poesia sulla strada” (anni ’80), “Weltanschaaung” (anni ’90).

Ma questo articolo nasce per ricordare un’altra fondamentale rivista culturale, sorta come il “Margutte” a Mondovì, come il “Margutte” dotata di uno sguardo più ampio, fin dal titolo: “Il Belvedere”.

“Il Belvedere” nasce infatti nel 1963, esattamente cinquant’anni fa, e chiude nel 1993, vent’anni orsono. La raccolta completa racchiude trent’anni della nostra storia, dal Boom Economico, massima gloria della Prima Repubblica, fino a Tangentopoli, che ne è la fine ingloriosa. Si tratta di una corposa e qualificata testimonianza su un punto di vista privilegiato sulla città di Mondovì, ma anche su quegli anni formidabili, colti certo da uno dei tanti punti di vista possibili, forse periferico, ma non certo provinciale, e sicuramente interessante.

Il primo numero è del Luglio 1963. Il primo editoriale, “I nostri propositi”, a firma collettiva redazionale, è tutto volto ad evitare la riduzione del mensile ad “house organ” della sinistra DC, a cui oggettivamente appartenevano i suoi redattori.
L’intento di sottolineare la sua natura di spazio aperto di discussione può forse suonare retorico e convenzionale, ma non era forse tale in un’Italia che stava venendo scossa dalle aperture del Concilio Vaticano II, richiamato nell’articolo. “Crediamo nel potere della parola”, dicono gli uomini del Belvedere, e in quest’asciutta dichiarazione c’è quella parte di spirito quasi illuminista che a tratti il giornale sembra rivelare.
Lo stesso titolo, lo stesso logo (con l’azzeccata soluzione di non adottare la torre del Belvedere monregalese, ma una rosa dei venti che, ironizzerà lo stesso direttore Ernesto Billò in un suo pezzo satirico, ricorda quella della CIA) rimandano all’idea di un’apertura di sguardi a 360 gradi.

In effetti, in questa lettura – certo parziale – che si è cercato di fare, oggi, sfogliando le pagine della rivista per cogliere quello che ancora può dirci, mi è capitato di cogliere questa dimensione che oserei dire “illuminista” del Belvedere: la volontà di non porsi solo come foglio partitico o peggio “di corrente”, ma di porsi soprattutto come foglio di approfondimento culturale, sia pure con uno sguardo privilegiato alla cultura politica e amministrativa; ma sempre con uno sguardo ampio, e nel segno di una insistita razionalità e di un rifiuto della retorica rozza o pomposa.

Mario Giusta precisa meglio quest’idea nell’articolo “Pluralismo e Tolleranza”, che amplifica tali considerazioni, come anche la citazione del nuovo papa Paolo VI, di cui si citano le parole più rivoluzionarie e “conciliari”: “Ameremo i cattolici, i protestanti, gli indifferenti, gli atei, i musulmani”.

Due gli articoli in prima pagina: uno segnala l’arrivo della Ferodo in città, importante passo verso l’industrializzazione e la modernizzazione (similmente, in pagine interne, si parlerà del nuovo istituto Baruffi, l’edificio progettato da Gabetti ed Isola); l’altro, di più ampio respiro, analizza il fenomeno della migrazione interna dal Sud al Nord d’Italia, che andava concludendosi con quel 1963 ultimo anno del boom economico industriale. C’è ovviamente nel servizio (poi ripreso e ampliato, nei numeri successivi, in una inchiesta a puntate) riferimento particolare a Mondovì ma con uno sguardo più ampio e, soprattutto, con una certa aspirazione di oggettività scientifica.

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Ciò rimane evidente soprattutto nel vasto servizio centrale, anonimo, programmaticamente intitolato “Mondovì in cifre”, dove il saldo demografico e migratorio della città è analizzato con dovizia di tabelle, grafici, schemi riassuntivi, in una volontà di razionalizzazione e oggettività rinforzata dalla grafica del giornale, elegante ed essenziale, a tratti anche non priva di un certo gusto ironico. E’ già quello che tornerà in tutti i numeri successivi e, dal numero 5, diverrà “Il Paginone”, rubrica riconosciuta di approfondimento tematico.

La dimensione della politica in senso restrittivo, il gossip diremmo oggi, è confinato e, direi quasi, contenuto nella rubrica “Quattrociance”, che nel riferire delle polemichette locali in tono allusivo, sussiegoso e quasi un po’ pudico le rende spesso, agli occhi di un lettore di oggi non così addentro ai giochi di cinquant’anni fa, piuttosto criptiche ed iniziatiche. Appare del resto evidente l’intento di ridimensionarle, mentre invece si manifesta fin da subito l’importanza della prospettiva aerea del “Cannocchiale”, destinato alle questioni di politica nazionale o internazionale, quasi sempre a firma diVico Cuniberti, in seguito segretario della DC cittadina. Su una dimensione intermedia, “Mondovì Mese” riporta le notizie amministrative cittadine, mentre“Dibattito Aperto” è lo spazio di discussione con interventi di esterni che interloquiscono con la rivista: una rubrica fissa, segno anche questo di un’apertura programmatica.

L’impronta culturale della rivista è sottolineata fin da subito dall’ampio spazio riservato all’approfondimento storico di Albino Morandini, che avvia su questo numero il suo studio sulla caduta del fascismo monregalese. Sono vent’anni esatti dal luglio 1943, del resto, e il Belvedere inizia con questo una sua riflessione storica di alto livello che verrà poi raccolta dallo stesso in celebri volumi di storia locale editi negli anni successivi.

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Ampio spazio ha anche un articolo di Ernesto Billò, direttore e vera e propria anima della rivista, dedicato all’arte infantile. Una bambina di otto anni di Mondovì, Vanda Rossi, ha vinto un premio internazionale di arte infantile. Billò non si esime del tutto dall’ineffabile ironia che contraddistingue i suoi scritti (“Vanda Rossi, notate questo nome: è quello della nostra unica personalità artistica di portata internazionale”), ma si addentra anche in considerazioni molto acute sul portato dell’arte infantile, consapevole degli studi “di Klee e Dubuffet” e non priva di un raffinato sguardo critico sull’estetizzazione dell’espressione grafica infantile.

“Rette, tondi, triangoli sono figure facili da tracciare… induce a pensare che il disegno infantile sia scrittura, più che pittura e immagine.”

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L’attenzione all’arte contemporanea, specie come impegno sociale.
Oltre all’arte infantile, l’arte astratta avrà dal Belvedere, già in questi primi anni, uno sguardo attento, specialmente quando si associa all’impegno civile: attenzione ai sacrari partigiani e a quello della shoah, ma anche uno sguardo alla Pop Art e alle mostre de “La Meridiana”, inserzionista ricorrente, tra l’altro, nel giornale.

Il “disegno come scrittura” è inoltre una suggestione che sembra informare di sé anche la grafica della rivista, austera ma non priva di una certa eleganza optical, molto anni ’60. Il minimalismo grafico certo è un portato dai limiti oggettivi della stampa pre-digitale, che costringe ad un’ideazione grafica (ad opera, credo con ogni probabilità, dello stesso direttore Billò) stringata ed essenziale. Le illustrazioni prevalenti sono quasi solo le pubblicità dei vari sponsor, anch’esse a loro modo il quadro di un’epoca (la Vespa, le utilitarie, lavatrici e frigoriferi, l’Italia delle cambiali insomma); un po’ di respiro grafico viene dalla titolazione, a grandi caratteri piuttosto vari nella scelta, con bel gioco di composizione. Qualche rara illustrazione, spesso di servizio al testo (e anche tutti i grafici, che danno aria di rigore, non avranno anche una finalità di equilibrio visivo?): più xilografie, efficaci nel contrasto optical B/N, che non foto.

A fianco di questo sguardo consapevole dell’evoluzione del discorso artistico contemporaneo, il Belvedere si premura, fin dal primo numero, di ricordare anche, in un talloncino, il “Barocco Piemontese”, celebrato a Torino in quei giorni da una mostra ispirata da due importanti docenti universitari monregalesi di storia dell’arte: Nino Carboneri e Andreina Griseri. Una riscoperta, quello del barocco pedemontano, che ha uno dei suoi fulcri più rilevanti proprio nella scena di Mondovì, aspetto che il Belvedere approfondirà, con ampi e dettagliati studi, soprattutto nell’anno successivo, il 1964. Ne scriverà comunque, anche nel 1963, l’architetto Renzo Bertone, in medaglioni informativi di singoli eventi e pubblicazioni.

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Le illustrazioni del Belvedere: austere, astrattizzanti, vagamente optical.

I due aspetti – la politica contemporanea, e lo sguardo culturale e storico – si compenetrano oltretutto con equilibrio, parendo due facce della stessa medaglia. Il Belvedere sembra, con Italo Calvino, voler “leggere gli antichi come fossero moderni, e i moderni come fossero antichi”: ovvero, con uno sguardo rigoroso e critico rivolto in modo equanime alle due direzioni.

La prima “Comica Finale”, la rubrica satirica dell’ultima pagina, a firma di Gigi (Campogrande, altro redattore di allora?), è priva del mordente che le darà, dal numero 2, il direttore Ernesto Billò. L’idea stessa della rubrica di satira diviene un modo brillante di dar corpo alle polemiche confinate in “Quattrociance” con un piglio letterario, spesso colto nei suoi divertissment, e che Billò saprà portare, in numerosi casi, a pagine satiriche corrosive ed efficaci ancora oggi.

“Noblesse oblige”, questo il titolo del primo racconto umoristico, è interessante come specchio dei tempi: un’irrisione di una certa alta borghesia, quando non aristocrazia nera, clericale, monarchica e nostalgica, ossessionata dalla nuova chiesa “comunista” e stretta intorno al reazionario canonico Mimpiccio. Un pezzo curiosamente quasi ottocentesco, il più polveroso della rivista, ma che probabilmente riflette timori realmente esistenti, perché ritornerà, in una piccola saga, in numeri successivi, e che quasi anticipa i futuri scontri del Belvedere col gran reazionario, l’arcivescovo Maccari, a Mondovì nell’anno seguente.

Sul numero 2, l’articolo di fondo spetta al sindaco, Memo Martinetti, che lo intitola ottimisticamente “Guardare al futuro”: ottimismo cauto e razionale, come suo solito, ma comunque con uno sguardo allora positivo, nell’Italia del boom industriale, rasserenato ulteriormente dall’arrivo della Ferodo che è il tema principale del numero.
Arrivano anche le prime reazioni: Michelangelo Pellegrino riconosce implicitamente il valore della nuova rivista, pur attribuendole una certa “civetteria anticonformista”. Un parere che conforta l’idea emersa, da questa lettura a mezzo secolo di distanza, di una voglia di modernità, di rigore, di razionalità che poteva parere all’epoca quasi rivoluzionaria.

In effetti, quegli hipster del Belvedere nella nota politica danno spazio, a fianco al parere della DC, a quello del PSI (annunciato per il numero successivo) ed anche del PCI, per il quale Aldo Manassero precisa il contrasto ideologico internazionale del PCI italiano, vicino all’URSS, con le posizioni di Mao.

Anche il redattore Vico Cuniberti scrive delle speranze di pace tra USA e URSS nella lenta distensione che si va profilando, in “Cannocchiale”, rubrica che guarda dal Belvedere alla scena internazionale; lo studio sulla resistenza di Morandini, invece, è associato al bozzetto per il modernissimo monumento alla Resistenza di Cuneo: “un varco verso nuove prospettive”, monumento come riquadro vuoto, volto a incorniciare la Bisalta, dell’architetto romano Elia Manieri, quasi una tela squarciata alla Fontana, trasposta in arte plastica. In verità, non sarà poi questo il monumento realizzato, ma un’opera, comunque, ugualmente contemporaneistica.

La comica finale, “Un incubo”, è per la prima volta a firma di Billò, poi titolare della rubrica: un pezzo (metaletterario) tra i più riusciti e i meno invecchiati, sui rischi del rimanere invischiati nelle deformazioni giornalistiche. Forse B. pensa a polemiche d’allora, ma riesce a trasfigurarle nella satira efficace, garbata e corrosiva a un tempo, che qualifica i suoi pezzi migliori.

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Le pubblicità del Belvedere, optical, ma alcune ancora anni ’50 nell’immaginario proposto…
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Altre pubblicità del Belvedere.

Il numero 3, a settembre, riflette sulla crisi della ceramica monregalese e su questioni di urbanistica (anche qui, con dovizia di mappe e cartografie). Dopo la buona accettazione, in sostanza, dell’ambiente socialista cittadino, appare la reazione dei liberali, con un articolo del professor Francesco Sicardi sulla “Gazzetta del Popolo” (non ancora l’attuale Provincia Granda), in cui si parla di “intolleranza rivoluzionaria” del gruppo del Belvedere, per le sue eccessive – a suo avviso – aperture a sinistra. Probabilmente era stata poco gradita l’apertura a PSI e addirittura a PCI del numero precedente, la “civetteria anticonformista” identificata anche da Pellegrino.
Quasi con civetteria, manco a farlo apposta, “Il Belvedere” si apre con un editoriale di Gigi Campogrande, dedicato al ventennale della Resistenza cui il giornale sta dando in quest’anno centrale sguardo storico. E l’editoriale si apre con queste parole: “I partigiani sono soldati di un esercito nuovo e rivoluzionario, l’Esercito di Liberazione Nazionale”. In tutto l’editoriale si rivendica il carattere rivoluzionario della Resistenza, e la necessità di portarne avanti le lotte e le giuste aspirazioni di trasformazione sociale ben oltre la cacciata dei cascami del regime fascista e dell’invasore nazista.
Forse, nel rovesciare in “intolleranza” la sbandierata (e di fatto, tutto sommato, praticata) “tolleranza” illuminista del preambolo del giornale, Sicardi pensa inoltre anche alla satira pungente che promana dalla “Comica finale” ma che informa, in modo più anglosassone, tutto il giornale del direttore Billò. Non ci sono ancora le foto ricontestualizzate in chiave satirica, che saranno un elemento dominante dall’anno successivo; ma una certa ironia a stento rattenuta affiora qua e là nel rigore del corpo del giornale, rendendolo in qualche modo da un lato più datato (per l’incomprensibilità, spesso, di frecciate e riferimenti pungenti), dall’altro più vivo.

“Capitale: Mondovì”, in questo numero, è un altro capolavoro di satira “ernestiana”, che coglie in sostanza, al di là degli sketch d’epoca, la spinta di Mondovì a considerarsi caput mundi (su cui, in modo più prolisso e postmoderno, temo meno efficace, ho ironizzato anch’io nei miei “Misteri di Mondovì”). Non a caso Billò chiosa deluso dicendo: “I benpensanti mi dicono che sono diventato serio…” forse con riferimento alle accuse di cui sopra, o ad altre simili.

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Anche il Banco Levi tra gli inserzionisti del Belvedere.

Il numero di ottobre, il quarto, parla inevitabilmente di scuola, e in particolare della Nuova Scuola Media inauguratasi con la riforma di quell’anno, affrontata in un ampio servizio diPiero Golinelli, che esamina tutti i vari aspetti con interviste a personalità del mondo scolastico, pubblico e privato. L’analisi della crisi del regime fascista invece si amplia con l’esame della tragedia degli Alpini in Russia, cui va anche l’editoriale.
Il numero di novembre 1963, il quinto, si apre con un reportage sulla tragedia del Vajont. A relazionare, Silvano Gregoli, firma oggi del nostro “Margutte”, allora studente universitario e soccorritore volontario. Pagine razionali e prive di retorica, proprio quando la tentazione sarebbe più forte (ed è evidente la partecipazione dell’autore, pur nello sforzo alla lucidità e all’asciuttezza stilistica). “Il paginone”, la rubrica dell’approfondimento nella pagina centrale (per la prima volta etichettata come rubrica fissa) viene dedicata al collegamento autostradale con Ceva e Fossano, anche qui con ricchezza di dati tecnici e cartografie dedicate.

L’editoriale, di nuovo del sindaco Martinetti, analizza la “questione morale” della politica nazionale con grande lucidità e schiettezza, ampliando in parte un suo articolo nel numero precedente, sulla necessaria riforma della pubblica amministrazione.
Ma il numero anticipa una notizia di cui si parlerà con più ampiezza nell’ultimo numero del 1963: l’arrivo dell’arcivescovo ad personam Carlo Maccari, nuovo titolare della Cattedra di San Pio V a Mondovì.

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Al nuovo vescovo sarà dedicato il numero del Dicembre 1963, il 6, che si apre con una foto e un ricordo sentito di Kennedy (“A Dallas, in maniera così tragica, ognuno di noi ha perso qualcosa”). Al nuovo vescovo, oltre a un benvenuto sentito – ma non clericalmente prono, anzi piuttosto laico e sintetico – è collegato un ampio servizio storico di Albino Morandini sui vescovi monregalesi, con ampia analisi dei vari mandati. Quasi come un monito, e un presagio dei futuri scontri, l’editoriale di Mario Giusta parla del tema “Laicità politica e chiesa”, in cui appare netto il rifiuto del clericalismo.
“Il paginone” del mese va alla questione agricola, ove la crisi del settore primario viene associata alla necessaria modernizzazione e riconversione industriale. Anche qui, vasto ricorso a dati statistici, tabelle ed evoluzioni cronologiche.

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Tra molteplici altri articoli di taglio politico, spicca un trafiletto dedicato a una nuova mostra della “Meridiana”, allora attiva come galleria (ed oggi, in qualche modo, rinata come “Meridiana – Tempo”, sempre nella Piazza San Pietro che già allora la ospitava): “Arte a Rate”, con brillante e sintetico anagramma (degno del nostro odierno cabalinguista, Marco Roascio), e un riferimento storico all’Italia delle cambiali, usate certo per i simboli più immediati del benessere, gli elettrodomestici, ma anche probabilmente, nella piccola borghesia intellettuale, per qualche segno di prestigio come l’acquisto di un quadro, magari astratto. Frequenti, del resto, anche le sobrie pubblicità de La Meridiana sul Belvedere.

La comica finale, invece, sfugge per una volta a Billò, e si chiude, con Gigi, com’era cominciata, nel segno dei decadenti nobili monarchici e del canonico Mimpiccio che li rappresentava. Vico Cuniberti, eletto (se ne dà notizia sul numero) segretario della DC cittadina con una schiacciante maggioranza, celebra con soddisfazione nel “Cannocchiale” la nascita del centro-sinistra voluto da Moro. In un’intervista da neo-segretario infatti rivendica: “ci siamo sempre battuti per portare avanti la linea politica che si sta oggi attuando in campo nazionale”.

E così finisce l’anno uno del “Belvedere”. Un anno su trenta, e per giunta incompleto; ma significativo nel dare il quadro del giornale, della sua struttura, dei suoi intenti. Sfogliando i numeri immediatamente successivi non si coglie una radicale tramutazione dell’impostazione, fatto salvo ovviamente l’adeguamento alle trasformazioni sociali di cui il giornale dà conto, cercando di interpretarle. E ovviamente, un’analisi più rigorosa, più sistematica potrebbe portare a considerazioni più pertinenti, magari in uno spoglio annata per annata, che non escludo, in assoluto, di riprendere.

Per il resto, valgono le considerazioni fatte in apertura: pur nell’evidente interesse al fatto storico-politico, emerge nel giornale un interesse a tutto campo e un’attenzione a non rinchiudersi in una nicchia correntistica in cui si poteva rischiare di essere agevolmente ristretti. L’interesse culturale (amplificato nel 1964 dall’ampliarsi dello studio sulla Resistenza in studio sul Fascismo monregalese, e con l’apparire di più ampli inserti di studio sul Barocco monregalese, ad opera dell’insigne Nino Carboneri e dell’architetto Lorenzo Bertone, per dire di due elementi) è sempre correlato ad un’esigenza di esattezza scientifica, anche numerica, vista come garanzia quasi illuministica del rigore, dell’onestà del discorso.

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Ma a tutto non manca un certo gusto per l’ironia, più british nel corpo della rivista, più libero nei raccontini della rubrica de “La comica finale”, ad opera però, significativamente, del direttore Billò. La parabola fascista monregalese sarà definita, ad esempio, “La rivoluzione al caffé”, con esattezza storiografica ma con il gusto di una certa legittima, impeccabile perfidia. Dal 1964, inizierà la consuetudine di inserire immagini fotografiche di repertorio usate, con un detournement, per commentare l’attualità, con un effetto ironico abbastanza efficace e abbastanza spiazzante per la sua surrealtà. Di solito l’immagine va in un senso, e la didascalia in senso completamente contraddittorio, segnando appunto l’ironia evidenziata. Ve ne sono diverse, gustose, che riportiamo nella galleria sottostante.

Ne cito qui sopra solo una, particolarmente intrigante, perché piuttosto criptica, e legata ai “Misteri di Mondovì” di cui sono un cultore: per segnalare che la lista di indipendenti “cattolici” opposta alla DC è guidata da un notissimo liberale in odore di massoneria, si evidenzia come le “grandi personalità” della lista “cattolica” siano i faraoni ospiti in effigie al Museo Egizio di Torino (è notorio che la massoneria fa ascendere le sue origini mitiche nei segreti dei costruttori delle piramidi).

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A volte, però, l’uso della fotografia è anche di denuncia, come in questo forte attacco al leader della destre repubblicana di allora, Goldwater, associato alle violenze della polizia statunitense contro i sostenitori dei diritti civili.

Ironia e rigore ritornano anche nell’impostazione grafica, cui si aggiunge, come già detto, il guizzo creativo e bizzarro nell’uso giocoso di foto ricontestualizzate in un detournement che non sarebbe spiaciuto ai futuristi.

Nel complesso, quindi, emerge un “Belvedere” più laico di quanto avrei detto (molti grafici, niente agiografia), ancor più deciso nell’avocare a sé una storiografia rigorosa su Fascismo e Resistenza, in polemica con la destra postfascista ma anche, probabilmente, con l’egemonia della sinistra comunista.

“Il Belvedere” chiuse poi, come detto, nel 1993, a fronte della fine dell’esperienza della DC cui, nel bene e nel male, si sentiva legato. Oggi, mentre scrivo, un erede della vasta tradizione del progressismo cattolico ha preso le redini della sinistra italiana,  scalzando (per ora) in modo nettissimo il predominio dell’area ex-PCI. Non so però quanto Matteo Renzi riconoscerebbe le sue radici nel “Belvedere”, o quanto il “Belvedere” si riconoscerebbe in lui.

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