La lunga estate degli Outsiders.


LORENZO BARBERIS.

"Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti, / non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche / "...in verità derido l’inetto che si dice / buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti..."

(Spoiler alert). Recensire un romanzo che ci vede come personaggi è sempre un'impresa inquietante, benché nel mio caso io non sia, almeno, la figura centrale. Può un personaggio prendere la parola e parlare del suo Autore? Un dilemma pirandelliano che non saprei come risolvere, se non praticamente: scrivendo, cioè, questa recensione.

Sarebbe intrigante sciogliere le corrispondenze abbastanza evidenti; tuttavia ho deciso di leggere quest'opera, in quest'analisi, con uno sguardo diverso dalla prima lettura, come memoria generazionale, e considerarlo appunto come un romanzo dove i personaggi abbiano, al di là della loro matrice originaria, un ruolo simbolico che li trascende. Una rilettura diversa e quindi più interessante, anche se ovviamente, come detto sopra, di certo molto partigiana e parziale.

Del resto, "La stagione degli Outsiders" si apre con la dichiarazione di prammatica che "Qualsiasi riferimento a cose e persone è puramente casuale"; ma questo è in verità solo un caveat legale, perché in quelle pagine è descritto, ovviamente dal punto di vista parzialissimo del suo autore, uno squarcio significativo della controcultura tra Mondovì (trasformata, non so perché, in Savigliano, tranne in un punto importante) e Fossano, nella seconda metà degli anni Novanta.

Mai come in questo caso il volto dell'autore - in prima pagina: scelta grafica dell'Editrice Core per questa sua collana - sembra davvero sovrapporsi con quello del protagonista, ovviamente deformato dalla rilettura letteraria (anche lo stilema grafico vagamente anni '60 è appropriato, in questo caso). Come neppure il Dante personaggio della Commedia coincide col Dante autore, così Joe Pignatta non è ovviamente il suo autore; o meglio, lo è quanto Zeno Cosini coincide con Ettore Schmidt: cioè pochissimo, e per spaeculum et in aenigmate.

Protagonista dal nome programmatico, tra l'altro: Pignatta rimanda a un oggetto da colpire nelle fiere di paese per ricavarne ricchi premi, e per Joe Pignatta la città di Fossano è una Recanati personalizzata ed attualizzata al 1992, dove l'eroe è perennemente attaccato dalla società che lo circonda. Un Joe Cool  (la maschera liceale di Snoopy) rovesciato, per citare quei Peanuts che il protagonista dichiara di apprezzare.

Joe è all'inizio di un estenuante percorso liceale, tra professori tronfi ed incompetenti (eccetto la luminosa figura del professor Laghetto, il docente di religione) e odiosi compagni fighetti di buona famiglia. L'arrivo nella classe di un minaccioso ripetente da Savigliano, Olivero Vicario detto "Olio" (p. 48), rovescia parzialmente la situazione, almeno nelle ore di religione, in cui i due si trovano a poter contrastare l'egemonia culturale del qualunquismo consumista dei compagni, piccoloborghesi dentro.

Tramite Olio, Joe viene introdotto nella cerchia di "Outsiders" del titolo, un gruppo di giovini artisti maledetti, e tramite il professor Laghetto - e il suo compagno Pippo, il geniale grafico della rivista - i due entrano invece in "Ulisse", faro della controcultura fossanese, dove accanto ai due mentori si aggrega una cultura sia beat che della borghesia più intelligente. Gli Outsiders come società dei Poeti Estinti?

Ciò appare anche confermato dalla battuta di Pixis, disegnatore e musicista (il suo avatar deriva dal nome di un compositore tedesco), che fa da quarta di copertina al volume e incita a suggere il midollo della vita: "Se ci si suicidasse. Impossibile. Troppo allitterante. (...) la vita è nostra e noi dobbiamo perforarla, passarci attraverso come fosse pasta di sogno". 

Ma già in questo avvio sono presenti i germi della corruzione portata dal conformismo sociale, rappresentati dall'altoborghese Ludovica, ospite della redazione di "Ulisse" nella sua sfarzosa, astorica casa tra tappeti di broccato e cristalli di Boemia, e negli Outsiders, in parte, dal personaggio di Giona, più benestante e palestrato.

La prima parte termina con la maturità, a pagina cento, e la seconda si apre con una citazione di Nietzche già ripresa da Gozzano in Totò Merumeni (l'autontimerumenos, il "punitore di sé stesso"): "Derido l'inetto che si dice buono perché non ha le unghie abbastanza forti".

Usciti dal cosmo opprimente del Liceo, per gli Outsiders si apre un'estate trionfale, quasi mitologica, che rappresenta il momento ideale del gruppo e che dà il titolo al romanzo: il viaggio in Sardegna.

Joe Pignatta paragona il fortunoso viaggio verso l'isola all'Odissea, paragone non casuale, dato che la rivista culturale sullo sfondo delle vicende è intitolata appunto a Ulisse, e alcuni brani dell'Odissea - l'incontro coi Lestrigoni, giganti cannibali, e quello con Nausicaa - sono collocati da alcuni interpreti sull'isola stessa.

Non è forse un caso che la partenza per la Sardegna sia anche il momento in cui (per errore? non credo) si disvela il mascheramento di Savigliano in Mondovì, in quanto Pignatta incontra gli amici nella stazione ferroviaria monregalese, successiva a Fossano, e non viceversa come sarebbe successo se essi fossero partiti da Savigliano (p. 107). Si decifra anche in questa sede il soprannome del deuteragonista Olio tramite il parallelo con Oliver Hardy, in un disvelamento parallelo a quello della città natale cui è indistricabilmente associato.

Curioso notare che anche altre figure concorrono alla metafora acquatica come sottotema predominante: il professor Laghetto, il Keating della rivista "Ulisse", è identificato appunto col bacino d'acqua ristretto, illusorio facilmente consolatorio dell'"Ulisse" (nonostante non sia mai scalfita, neppure per un attimo, la sua granitica immagine, appunto pura e limpida). Giona, il più borghese degli Outsiders (benché capace, forse proprio per questo, di episodici colpi di testa), rimanda al profeta biblico che in mare viene inghiottito dalla balena, simbolo appunto della normalità incombente come un terrifico colombre.

Nonostante l'eterna presenza di elementi di imperfezione introdotti dal borghese Giona, l'ospite, e della tirannica fidanzata Katia, la vacanza costituisce in qualche modo l'acme dell'esperienza del gruppo. "Forse io Olio e Pixis formavamo il cuore del gruppo" (p. 154) azzarda speranzoso Joe Pignatta, prima della disillusione.

Al ritorno a Fossano, il gruppo inizia infatti a disgregarsi, secondo una parabola critica che rimanda quasi al pessimismo verista del Verga dei Malavoglia, a quello naturalista dell'Assommoir di Zola. 

L'incontro col - poco amato - personaggio di Lucio (in cui l'autore mi raffigura) segna in qualche modo la transizione al mondo universitario, dove gli Outsiders cessano di essere tali: se al Liceo abbiamo avuto piccoli borghesi rapaci e convenzionalisti opposti agli Outsiders come poeti maledetti della nuova beat generation, in Lucio appare una figura che, integrata al sistema (descritto, ad esempio, infastidito dall'eccessiva anticonvenzionalità degli Outsiders), li frequenta apprezzandone l'intelligenza e le vedute artistiche, ma senza condividerne il modello controculturale, anzi: allontanandoli dalla contro-cultura verso la cultura tout court. La cultura universitaria tollera, e normalizza: più pericolosa della ghettizzazione di provincia.

D'altro canto, Olio frequenta Lucio, secondo Joe, per ottenere una sorta di patina di normalità agli occhi dei genitori e della città:  e quindi è l'elemento che sta conducendolo verso la borghesizzazione. Più avanti, Olio giungerà addirittura a volersi vestire con giacca e cravatta, in una normalizzazione per Joe "fascista".

Appare curioso anche un elemento numerologico. Se la scissione tra le due parti è posta, come detto, a p. 100, Lucio appare a p. 166; e il romanzo si apre con una citazione di Henry Miller, che afferma che a 66 anni si sente più ribelle che a 16 (166 = 16 + 66?). Forse un caso, ma subito dopo i protagonisti vengono coinvolti in una discussione sull'età a cui morire: Olio dichiara di voler morire a 27 anni, come le grandi rockstar, Pixis, in modo già più opportunistico, dice di voler morire a 42, alla vigilia della laurea (come Carlo Michaelsteder), senza aver mai lavorato un giorno in vita sua, mentre Lucio dichiara di voler godersi la pensione, rifiutando quindi il "maledettismo biografico".

Intanto, si è chiusa l'esperienza di "Ulisse"; i quattro cercano di ricreare una nuova avanguardia, che segnerebbe il passaggio generazionale dalla weltanschaaung della vecchia generazione a quella nuova degli Outsiders, che giungerebbe così a una certa maturità. Ma si manifesta l'impossibilità di costituire con loro l'avanguardia sognata e Joe se ne distacca definitivamente. 

"Babbo Natale non esiste", conclude Joe, secondo un refrain che contraddistingue l'intera opera, distaccandosi, senza rancore, dal gruppo di outsiders ormai non più così tale, ed in particolare dal mentore Olio, maggiormente identificabile con la figura fallacemente consolatoria di Babbo Natale quale vicario di un Dio inesistente ("Perché Dio esiste e Babbo Natale no?" si interrogava, a inizio romanzo, il Joe di un flashback infantile. Qui invece, in conclusione, cita l'inutile attesa del God-ot di Beckett, deludente dio minore).



Dantescamente, la quarta di copertina si chiude con una foto di Luca Volpe, "Kosmos", che evoca ironicamente scarpe femminee e una una volta stellata. "E quindi uscimmo a riveder le stelle". Gli anni '90 sbiadiscono come la civiltà di Atlantide, lontani ormai un millennio da noi. La breve Stagione degli Outsiders è terminata.

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