I Catari di Roccavione



LORENZO BARBERIS

Mi capita di rado di trovare riferimenti all'esoterismo del cuneese che mi siano ancora totalmente ignoti; ma quando succede è per me un piacere elaborare una nuova scheda dei miei "Misteri di Mondovì" (e dintorni).

In questo caso, il merito va all'ottimo blog "Vento Largo", e al suo studio sui Catari.

Dei catari di Monforte ero anch'io al corrente, e avevo parlato nei miei "Misteri di Mondovì" (2005) e a più riprese qui sul blog. Il blog di Guido Araldo riprende la storia della loro cattura e del loro rogo a Milano, nella località che prende poi il nome di Borgo Monforte. Un evento avvenuto, stando alle fonti, attorno al 1030: e già mi era capitato di ipotizzare che fosse considerato l'atteso evento apocalittico dagli ambienti esoterici e cataro-gnostici, a mille anni non dalla nascita di Cristo, ma dalla sua morte.

Ma oltre cento anni dopo si torna a parlare di catari nell'ambito del cuneese.

Siamo negli anni successivi alla caduta di Montsegur, nel 1243, esito della crociata contro gli albigesi iniziata nel 1209. In effetti io sapevo che Cuneo era considerata "porta girevole dell'eresia", in quanto i catari albigesi tornarono in città e da qui si smistarono poi in tutto il nord Italia.

Appare invece che sia più precisamente Roccavione il centro della propagazione di tali dottrine, che si sarebbero ovviamente poi quasi subito diffuse nel vicino e più grande centro di Cuneo, neonato comune (nel 1198, come Mondovì) noto per dare ospitalità ai catari in fuga dalla Provenza in fiamme.

Questo il passo citato da Araldo:

"Un notaio d’Avignone indirizzò un certo Marcus, forse di origine lombarda (all’epoca il Piemonte era noto come la Lombardia Superiore o Occidentale), da lui stesso convertito alla “dottrina dei puri”, a recarsi “ad Rocavien et est locus apud Cuneum, ubi stabant cathari, qui venerant de Francia et habitandum ibi” “a Roccavione e questa località è presso Cuneo, dove stavano i Catari che provenivano dalla Francia e ci abitano”. (A Dondaine: La hiérarchie cathare en Italie, II, dal “tractatus de ereticis” d’Anselme d’Alexandrie, scritto tra il 1267 e il 1270, custodito presso l’Archivium Fratrum Predicatorum, XX (1950), p. 308.)

Stando a Wikipedia, Marcus fu il primo vescovo della chiesa càtara italiana che partecipò al Concilio di Saint Félix de Lauragais, presso Tolosa, e con tre compagni contribuì a diffondere, in forma segreta, la dottrina catara nell'Italia settentrionale. Inizialmente su posizioni dualistiche moderate, dopo il concilio aderì a posizioni dualistiche radicali, sul modello dei bogomili e prima di loro degli gnostici. Alla sua morte precoce, tuttavia, il catarismo italiano si spezzerà prima in due tronconi, poi nelle sei conventicole note, favorendo la sua distruzione ad opera della chiesa. (vedi eresie.it, alla voce relativa).

Sempre stando al prezioso studio di Araldo, i catari cuneesi potrebbero aver poi ottenuto ospitalità presso i marchesi di Saluzzo, e più precisamente nell'area di Castelmagno, dove esiste una frazione detta Narbona, nome di un'antica città catara. Tra i numerosi elementi interessanti, curioso il rifiuto, a quanto pare, di pronunciare la S e la T nella parlata locale, che Araldo collega al rifiuto di pronunciare "le prime due consonanti di Satan". Una teoria che appare affascinante, dato che consideriamo che i catari veneravano Satana come principio dualistico, che sarebbe così stato omaggiato con la mancata pronuncia del nome, secondo prescrizione biblica. Addirittura, fa pensare a un riferimento, più che a Satan, direttamente a Seth, il dio egizio del Sole Oscuro da cui il satana ebraico deriva.

Castelmagno è inoltre, in effetti, area sacra per antiche memorie, essendo considerata, fin dagli albori dell'età cristiana, il luogo di culto per San Magno, uno dei cavalieri della Legione Tebea. La cosa più curiosa, di cui ho già scritto qui, è l'Ultima Cena effigiata nel Santuario, la cui immagine è riportata in copertina del post.

Il pittore Giovanni Botoneri ha realizzato, ormai nel 1514, una figurazione eretica per eccellenza: nell'Ultima Cena, difatti, Giuda (che sta spezzando il pane con Cristo, corretta figurazione del testo evangelico) è raffigurato con tanto di aureola.

Un chiaro riferimento all'eresia gnostica, che venerava Giuda come santo - e seguiva il suo ipotetico vangelo, il Vangelo di Giuda, poi proclamato apocrifo - in quanto la sua azione era stata necessaria al compimento del piano divino e, essi ritenevano, concordata. Per il resto, come al solito Giuda è l'unico personaggio dai marcati tratti supposti ebraici - "giudei", appunto - e la borsa del denaro è messa in massima evidenza. Va notato che la mano di Cristo e di Giuda si toccano nei pressi del Sale, elemento alchemico per eccellenza, e forse anche gli altri oggetti presenti sul tavolo hanno una disposizione simbolica, come il tavolo del Bagatto nei tarocchi.

L'agnello nella coppa sacrificale, più che un Agnello, sembrerebbe quasi una Porcellino d'India, animale usato in modo sostitutivo nelle figurazioni dell'Ultima Cena in America Latina, dove l'agnello era sconosciuto. (correttamente, si trova in un catino per la macellazione kosher, però). Per il resto, la figurazione è impeccabile: San Giovanni / Maddalena riposa in grembo a Cristo, un apostolo (incongruamente, Paolo!) a mani giunte implora devoto il maestro di rivelare chi lo tradirà. Insomma, tutto dimostra un pittore dallo stile gotico, ma estremamente competente sul soggetto della figurazione.

La figurazione, che avevo sempre trovato affascinante nella sua eterodossia, si colloca adesso in un quadro che potrebbe giustificarla in modo molto più logico.




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