Intervista con Carnovsky



LORENZO BARBERIS.

La mia intervista con Carnovsky, duo di designer milanesi formato da Silvia Quintanilla e Francesco Rugi, che uscirà online sul "Margutte" a metà gennaio.

(foto di copertina: Luca Volpe. Altre di questa serie qui)

1) Le parole sono importanti. Il riferimento a Gilbert Carnovsky / Nathan Zuckerman / Philip Roth ha un significato preciso, magari in riferimento a RGB (Tre immagini/identità sovrapposte...)?

La tua interpretazione di carnovsky/RGB è affascinante, però credo che le cose non stiano proprio così. Diciamo che all’epoca (verso la fine del 2006) avevamo appena deciso di metterci in proprio, di fare qualcosa di nostro. Non avevamo la minima idea di quello che avremmo fatto e per prima cosa abbiamo voluto darci un nome. Il gioco era quello di trovare un nome che fosse quasi più adatto ad una band musicale piuttosto che a uno studio di design per cui volevamo evitare assolutamente di usare in nostri veri nomi o classiche definizioni professionali del tipo “studio”, “design”, “creativi” ecc. In quel momento stavamo leggendo parecchio Roth e, guarda caso, capita questo nome di Carnovsky. Ci piaceva molto il suono centro europeo e ci piaceva il fatto che la fortuna letteraria di Zuckerman (e di Roth) nasceva proprio da questo leggendario libro: il Carnovsky. Per cui abbiamo deciso di chiamarci così, come forma di buon augurio per la nostra nuova impresa. Rgb in realtà nasce soltanto diversi mesi dopo per cui le cose non sono realmente collegate.

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L'immagine di copertina, scomposta con luce rossa (foto Luca Volpe).

2) La ricerca di RGB è incentrata sulla scomposizione della luce nei tre colori primari, genera un design psichedelico ed hi-tech, che ricorda quasi una certa fantascienza optical anni '60. Quali sono le ragioni della scelta di questo ambito di ricerca?

Per prima cosa vorremo cercare di sgomberare il campo da una delle più comuni interpretazioni sul nostro lavoro: la psichedelia non è assolutamente una cosa a cui siamo interessati, né è un movimento artistico-culturale verso il quale ci sentiamo vicini o simpatetici in un qualche modo. Detto questo, siamo stati molto spesso accostati alla psichedelia e forse lavorando sulla percezione e con luci colorate era inevitabile… forse il riferimento all’optical e più corretto tecnicamente, ma anche questa corrente non ci interessa poi moltissimo.
Comunque sia, non è che all’inizio avessimo chiaro cosa fare o che avremmo voluto andare in questa direzione, non è stata un scelta a tavolino. Diciamo che uno dei nostri abiti di interesse è sempre stata la grafica, e in più in generale la stampa nel senso delle varie tecniche di riproduzione, da quelle più antiche e quelle più nuove. Per cui ad un certo punto un per caso ci siamo ritrovati a sperimentare con i filtri colorati e a vedere cosa succedeva nell’interazione tra il colore la luce. Esperimenti del tipo ne erano già stati fatti parecchi e in vari ambiti, però credo che noi siamo riusciti ad estremizzare un po’ la cosa e a fare di una cosa sotto gli occhi di tutti un qualcosa che, almeno in questa forma, non si era mai visto. Poi c’è sempre un discorso della stratificazione del senso, concetto con cui noi giochiamo sempre, non soltanto nel discorso più ovvio delle tre immagini sovrapposte e della quarta che è la risultante delle tre, che crea il primo effetto di meraviglia di “wow” ma anche dei significati simbolici, dei riferimenti che noi utilizziamo nei nostri disegni che magari non sono accessibili a tutti, ma a qualcuno sicuramente sì.
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RGB con soggetti da bestiari rinascimentali (foto Luca Volpe)

3) Dal punto di vista delle immagini selezionate, RGB si sposa con immagini del Vesalio, degli erbari e dei bestiari rinascimentali, ancora sospesi tra il pensiero scientifico e quello magico-ermetico di tipo classico. Una scelta di continuità, o di contrasto?

Diciamo che ci piace molto questa interpretazione che dai: cioè crediamo proprio che quello che facciamo sia completamente sospeso a metà tra un pensiero scientifico e uno magico. Sono esattamente i due poli tra i quali ci muoviamo. Da una parte ci sono la scienza e la tecnica. Le leggi dell’ottica, la teoria dei colori, le tecniche di stampa, etc. ma anche la catalogazione, la tassonomia, la scienza naturale, il gusto della ricerca bibliofila, ecc. ma dall’altra c’è anche il gusto per il fantastico, per il metafisico e il soprannaturale, per la magia insomma. Per cui sì direi che tutte queste componenti si fondono nel nostro lavoro e non potrebbe essere altrimenti.

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Immagine della serie RGB Atmospheric. Altre immagini qui.

4) Molto suggestiva e d'impatto appare l'applicazione di RGB agli "Atmospheric", che sembrano ricondurre, a tratti, alla tradizione del trompe d'oeil virata in una declinazione lisergica.

Sì, Atmospherics è una nuova serie che amiamo molto. È forse il nostro lavoro più “pittorico”. Nasce da un parte dalla fascinazione per le incisioni di Dorè che sono il punto di origine di tutta la serie, dall’altra dall’esigenza di pervenire ad un risultato visivo molto diverso pur partendo dalle stesse regole di RGB, cioè dalla sovrapposizione di 3 immagini in colori primari. Il risultato è molto diverso perché, come si diceva prima, ci sembra che raggiunga delle vere e proprie qualità pittoriche (pur non essendo tecnicamente pittura) Diventa praticamente astratto nei dettagli, pur mantenendo una sua forza iconica e figurativa nell’insieme. Poi anche la gamma dei colori si ampia moltissimo. Essendo le texture di partenza molto fitte, molto intricate, i colori si mescolano incredibilmente creando un insieme di tonalità e quasi di sfumature molto più ampie degli altri disegni RGB. Ci sono di marroni, delle terre, degli ocra, etc, però se le vai a vedere da vicino vedi che i colori di base sono sempre i 3 primari. È un po’ come il processo di stampa tipografico, solo che al posto del retino fatto di punti più o meno fini noi qui abbiamo delle strisce di colore che si intrecciano e sovrappongono.
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Immagine della serie Atmospheric.

5) Una delle ultime ricerche di RGB appare invece quella volta ad applicare questa modalità produttiva all'arazzo. Quali caratteristiche assume, in questo caso, la scelta di RGB?

Ma vedi, noi abbiamo cominciato ad utilizzare il mezzo del wallpaper perché era medium che ci consentiva, con costi contenuti, di creare una sorta di affresco contemporaneo, ovvero di riprendere la pratica antica di decorare gli interni, le pareti degli edifici. Decorazione però non soltanto come ornamento ripetitivo ma anche come raffigurazione, come ciclo narrativo.

Pertanto ad un certo punto ci è sembrato naturale spostare l’attenzione su tutte quelle altre tecniche che sono state alternative a complementari a quelle dell’affresco, cioè tra le altre l’arazzo e il tappeto. Entrambe sono molto interessanti e antiche, mentre l’arazzo è più iscritto in una matrice culturale occidentale, il tappetto è per sua storia del tutto orientale.

Poi detto questo, qui la cosa interessante ma anche molto difficile è che ci confrontiamo con tecniche molto diverse da quelle con cui lavoriamo di solito, cioè la stampa. Per cui tentare di riprodurre i nostri disegni molto intricati e dettagliati in un tappeto è stata un rompicapo veramente difficile da risolvere. Per farti un esempio: i tappeti che stiamo facendo realizzare in India, sono parecchio grandi e ogni nodo è intrecciato a mano. Richiedono mesi di lavoro manuale per realizzarne uno ma se tu consideri ogni nodo come se fosse un pixel risulta che hai 196 nodi per pollice quadrato e quindi un risoluzione di soli 14pdi! All’inizio è stato un vero incubo confrontarci con una tecnica così low res. Sembrava impossibile riuscire a trasportare la ricchezza delle texture a un risoluzione così bassa, le immagini si spappolavano, perdevano ogni dettaglio. Poi a poco a poco abbiamo messo a punto delle tecniche di elaborazione delle immagini che ci hanno consentito di arrivare ad un risultato accettabile. In più gli artigiani non erano abituati a lavorare con i nostri sistemi. Pensa che all’inizio hanno tentato di rifare a mano uno dei nostri disegni, per usarlo come modello per il tappeto. È venuta fuori una cosa completamente diversa. Un lavoro folle, impossibile, oltre che inutile. Ma ovviamente non era quella la strada. Per cui abbiamo dovuto fornire dei cartoni in scala1.1, in cui c’è un griglia in cui si vede ogni singolo nodo e in quale colore. Anzi poi è risultato che erano troppo piccoli d leggere per cui sono stati fatti più grandi del vero. Per cui su un tappeto reale di 300x400 cm il cartone è risultato lungo quasi 7 m. Un cosa pazzesca.

Purtroppo non sono ancora pronti, ci vorranno ancora mesi ma speriamo di avere finalmente risolto la maggior parte dei problemi tecnici. Per ora è un po’ frustrante perché abbiamo dedicato a questo lavori mesi e mesi e ancora (a parte un piccolo tappeto di prova) non ci sono risultati tangibili. Però bisogna avere pazienza, siamo fiduciosi, devo dire che ci aspettiamo risultati straordinari… anche perché poi a parte i limiti della risoluzione il tappeto ha una sua ricchezza data dalla bellezza del materiale, i colori non sono piatti come nella stampa ma cangianti. Poi c’è la dimensione del tatto, insomma il mezzo aggiunge delle altre dimensioni sensoriali e dimensionali (un tappeto è sì piatto ma non è bidimensionale, ha una sua terza dimensione) che una stampa non ha.


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