La capitale delle mongolfiere. 2014.









LORENZO BARBERIS.

Quest'anno un post sulle mongolfiere un po' diverso.

La rassegna pura e semplice delle mongolfiere la trovate qui su Margutte, che dedica alle mongolfiere monregalese tutto uno speciale, che analizza la mongolfiera in arte e letteratura.

Qui invece trovate tutto lo speciale, che include anche un mio piccolo saggio sulla Mongolfiera nella fantascienza: una storia meno breve di quanto si potrebbe credere.

Lo riporto anche qui:

Montgolfier Unbound

La fantascienza ha da sempre, ovviamente, una passione naturale per qualsiasi mezzo volante. La regina del suo immaginario volante ovviamente è l’Astronave, quasi il simbolo stesso di tale genere letterario; e a seconda del rigore con cui definiamo questo mezzo arriviamo ad includere i carri di fuoco della tradizione biblica come punto di partenza di questa tradizione.

Se l’Astronave domina il macrocosmo, nel microcosmo, in modo parallelo, la principessa è l’Aeronave, la macchina volante, il flyer, il jet personale: insomma, una qualche specie di aereo divenuto mezzo di trasporto quotidiano. Fantascienza non è qui il progresso scientifico (aerei, ne abbiamo anche noi): ma la sua diffusione  sociologica. Come diceva Doc Emmet Brown in “Ritorno al futuro”, “dove stiamo andando non abbiamo bisogno di strade”. (sottogenere di questa ipotesi sono le città volanti, tipo la Laputa di Switf, in “Gulliver”, o le “Fortezze Volanti” che combattono l’eterna guerra tra opposti totalitarismi in “1984″ di Orwell).

Una terza casistica è costituita infine dal sogno dell’Uomo Volante, declinato in vari modi: evoluzione dell’archetipo dell’angelo (o del demone), l’uomo volante è tale grazie a un qualche superpotere da mutazione, o per una diversa linea evolutiva darwiniana da esseri volanti già in origine (gli Uomini Uccello di Flash Gordon e numerosi altri). Oppure, con strumenti tecnici, varie evoluzioni del tema dell’aliante. Nelle opere più moderne si applicano variazioni sul tema del jetpack degli astronauti; anche nelle forme di pattini o skateboard gravitazionali (presenti, ad esempio, sempre in “Back to the future”).
A cospetto di questa triade, il tema del volo tramite Pallone sembra minoritario. E invece è un quarto tema,  più nascosto, più esoterico, ma proprio per questo più interessante.

Le linee di Nazca, perfette piste d’atterraggio precolombiane. Per mongolfiere?
Innanzitutto, il tema della mongolfiera e del dirigibile si collega a quelle che potremmo definire le tesi “riduzioniste” dell’archeo-fantascienza, ovvero quella branca della science fiction che, prendendosi sul serio o in modo più giustamente letterario, va a supporre l’esistenza di civiltà avanzate in epoca antica, a partire dall’Atlantide di Platone (9000 a.C.), che non a caso possedeva “macchine volanti”.

Le letture intermedie pensano che gli Atlantidei possedessero una loro areonatica moderna, con aerei, elicotteri e cosi via; i più arditi includono la presenza di astronavi interstellari. I negazionisti, privi di fantasia scientifica, liquidano tutto come un mito. E poi c’è la voce del riduzionista di Science Fiction, che dice: “beh, magari erano una specie di mongolfiere”. E spiega così tutta una serie di accenni, nei vari miti, a presenze celesti di vario tipo, ricordandosi magari che già i cinesi usavano, prima di Cristo, palloni di carta ad aria calda per segnalazioni militari.

Il caso più celebre è quello delle Linee di Nazca, enormi allineamenti aztechi (gli Aztechi sono discendenti di Aztlan, ipotizzata come Atlantide…) che compongono un disegno visibile solo dall’alto del cielo, composti verso il 500 d.C.. I negazionisti dicono, ovviamente, che tutto questo era un tributo agli dei celesti ottenuto  tramite complessi calcoli geometrici da terra. Ma la tesi delle mongolfiere è abbastanza diffusa.

Atlantide a parte, il mondo antico e  medioevale non ha macchine volanti; è più l’uomo a volare, in modo magico, e comunque  condannato come atto di hybris o peccaminoso. Gli antichi salvano al limite Dedalo, volatore prudente, ma condannano Icaro, che si spinge fino al Sole; per il mondo cristiano, l’uomo-volante è Simone Mago, che sfida Simon Pietro a una gara di volo davanti a Nerone col suo aliante. Pietro prega Dio e fa sfracellare il rivale: uno a zero per lui (la scena è effigiata, tra l’altro, sulla facciata della principale chiesa di Mondovì Breo, San Pietro, da cui è tratta la raffigurazione qui sopra). Già Satana, del resto, tentava Cristo invitandolo a usare i suoi invisibili angeli per buttarsi giù da una rupe senza sfracellarsi.

Anche il rinascimento resterà dalle parti dell’Uomo Volante, dandogli però intanto un valore positivo. Leonardo da Vinci è il primo a studiare il problema in modo scientifico, con anticipazioni geniali dell’aliante, dell’elicottero, dell’aviazione e anche di una sorta di mongolfiera-paracadute, nell’immagine qui sopra.

Ma la rivoluzione scientifica porta a soluzioni più razionali, e già Cyrano de Bergerac, se ancora nel 1658 vola in cielo con una cintura di acqua alchemica (c’è già il principio del materiale più leggero dell’aria), nel 1662 immagina di raggiungere gli Imperi del Sole a bordo di una sorta di pallone volante. L’eliocentrismo galileiano tra l’altro apre le speranze di incontro con esseri degli altri “infiniti mondi” (Bruno), da una terra non più centro del cosmo. Allora alla trasmutazione in essere alato (angelo, o demone) si preferisce immaginare una aeronave concreta. E nel ’700 illuminista si avviano studi concreti al proposito, coronati nel 1783 dai Montgolfier. L’arte appare entusiasta della nuova scoperta: in Francia la mongolfiera è omaggiata perfino dalla scultura, e in tutti gli altri paesi artisti di grido ne dipingono le gesta.

Ancora nel 1781, tre soli anni prima della vera mongolfiera, lo scrittore francese Restif de la Bretonne immaginava il suo “Dedalo Francese” come un uomo volante tramite un complesso sistema di vele-ali: dopo di Montgolfier, il pallone diventa il fulcro dell’immaginario. Vincenzo Monti è il primo a salire al volo sul carro aerostatico del vincitore, e nel 1784 compone già un Ode al Signor di Montgolfier, il nuovo tiranno dei cieli che egli si affretta, prudenzialmente, ad omaggiare.

Ma anche Edgar Allan Poe, nel 1835, nello spedire il suo Hans Pfaall sulla Luna, non può fare a meno di dotarlo di un pallone volante, che poi anche un suo amico marziano usa per la prima, pacifica, invasione terrestre dallo spazio esterno.




De Chirico, Redon, Dalì, Magritte: la mongolfiera metafisica e surrealista.

Ancora nel 1900, il Mago di Oz (di Frank Baum) acquista la sua fama in questo regno fantastico per il suo esservi giunto a bordo di una mongolfiera, “magica” per quegli abitanti, arretrati tecnologicamente; e la metafisica di De Chirico (come poi ilsurrealismo riprenderà) offre negli anni 1910 alle sue muse inquietanti una testa di pallone che richiama, innegabilmente, la mongolfiera stessa.

Intanto, verso il 1850 si erano sviluppati i dirigibili, che iniziano ad essere utilizzati, con scopi di osservazione, nei conflitti tardoottocenteschi, ma novecenteschi: tra gli entusiasmi di Marinetti per i “palloni frenati” della guerra di Libia e poi della grande guerra ’15-18.

La grande guerra: maschere a gas, carri armati, cannoni giganti, cavalleria dell’aria, ma anche palloni frenati e dirigibili sospesi, come giganti minacciosi, sui campi di battaglia.
L’immaginario fantascientifico della guerra come orrore tecnologico nasce qui. Anche i razzi, principi della prima SF spaziale, vengono sviluppati in questo periodo: e proprio come strumenti per abbattere i dirigibili nemici, principalmente.

Nel primo dopoguerra, si apre una breve finestra di sviluppo commerciale dei dirigibili, con le trasvolate oceaniche degli Zeppelin germanici: finestra che si chiude nel 1937, con la tragedia dell’Hindenburg che porta all’abbandono di tale mezzo di trasporto.
Il più grande oggetto  volante della storia assume un senso di sinistra profezia, forse ancor più forte del più noto Titanic: esso porta infatti il nome del presidente della repubblica di Weimar, generale della grande guerra, che spiana di fatto la strada ad Hitler. La sua drammatica distruzione, alla soglia del conflitto mondiale, ha un sapore certamente poco beneaugurale, e favorisce una certa identificazione tra nazismo e dirigibili.

Da allora, quando nel secondo dopoguerra si evocherà un’Ucronia distopica, ovvero un mondo negativo (distopia) parallelo nel tempo al nostro (ucronia) dove i nazisti sono al potere, raramente si rinuncerà ad associare questo mondo all’uso dei dirigibili al posto dell’aeronautica attuale. Un modo per marcare subito, in modo facile, una differenza visiva tra due mondi; e anche, sottilmente per sottolineare una ipotetica, rassicurante arretratezza anche tecnologica  del mondo parallelo nazista.

Un altro pallone famoso appare poi nel 1947, all’interno di una delle più celebri “ipotesi riduzioniste” della fantascienza e  dell’alienologia: il presunto “pallone sonda metereologico” raccolto dai militari a Roswell, che per generazioni di complottisti è invece un primo disco volante alieno caduto sulla terra. “Sarà stato un pallone sonda” è una battuta (per iniziati complottisti) che indica la copertura governativa di un qualche evento misterioso, spesso ufologico ma non solo.

Nell’ambito puramente del fantastico non-scientifico, anche Calvino non rinuncia al fascino della mongolfiera, cui associa l’estremo saluto del suo Barone Rampante, nel1957. Vissuto sempre sugli alberi, il barone non può farsi seppellire, e lascia questo mondo su un pallone, diretto al cielo. Ma qui abbiamo la mongolfiera originaria, citazione propriamente illuminista e forse montiana (nel senso di Vincenzo).

L’Hindenburg in fiamme sulla prima cover dei Led Zeppelin.

Negli anni ’70, la forza del dirigibile come simbolo di un continuum spazio-temporale alternativo (ormai, a volte, non più strettamente nazista) si rinforza, probabilmente, dell’uso dello Zeppelin come simbolo di una delle più famose – e più esoteriche: ma questa è altra storia - band del nascente rock moderno, i Led Zeppelin. Il loro successo favorisce forse il mantenersi dell’archetipo, che torna in svariate opere.

La più celebre è “Blade Runner” (1982), film di Ridley Scott ispirato a Philip Dick, che introduce il filone del cyberpunk (fantascienza urbana, ipertecnologica ma decadente) al cinema. Uno degli archetipi del film sono i ciclopici dirigibili che recano sulle fiancate ossessivi schermi pubblicitari giapponesi, e che diventano uno specifico luogo comune di un futuro tecnologico e decadente.

Anche “Watchmen” (1986) di Alan Moore, fumetto su un mondo alternativo dove i supereroi sono apparsi davvero, presenta i dirigibili come elemento sullo sfondo di un continuum temporale diverso, forse con una strizzata d’occhio appunto al recente Blade Runner.

Col 1991, i fondatori del cyberpunk letterario, Gibson e Sterling, proclameranno conclusa l’esperienza fondando il nuovo movimento dello Steampunk: non un futuro decadente basato sugli sviluppi fantastici dell’informatica e della genetica, ma piuttosto un passato alternativo, un ’800 di un continuum diverso dove con la tecnologia del vapore (“steam”) si fosse sviluppata la rivoluzione informatica con 100-200 anni d’anticipo, complici le teorie di Charles Babbage, vero padre dell’informatica moderna in età vittoriana.

Anche qui, il dirigibile resta un simbolo cruciale, con un ruolo ancor più centrale: non è più un esotismo da realtà alternativa, ma l’unico modo per dare a questo “800 alternativo” delle macchine volanti più o meno plausibili fantascientificamente.
Tra le opere della corrente, sospesa tra fantasy e fantascienza, spicca “La Bussola d’Oro” (1995) di Pullman, in cui l’uso dei dirigibili come tecnologia alternativa è mantenuto e accentuato.

Oggi anche la parentesi steampunk si è chiusa, e si parla di una fantascienza genericamente “cyber”: meno incentrata sulla critica alla società tecnologica. Il dirigibile resta quindi ad esempio nel fortunato telefilm “Fringe” di J.J.Abrahms, giocato sul contrasto tra due dimensioni: quella a noi alternativa, ha ovviamente i dirigibili al posto degli aerei. Già nella sua precedente e più celebre opera televisiva, “Lost”, il super-cattivo della serie, Ben, dichiarava (mentendo) di esser giunto sull’isola  a bordo di una mongolfiera, con evidente citazione dell’ambigua figura del mago di Oz.

L’archetipo della mongolfiera e del dirigibile è quindi forte e sembra destinato a restare come archetipo di un certo peso nell’immaginario di fantascienza. E poi oggi pare che davvero si progetti il recupero di dirigibili tecnologicamente avanzati, quindi il futuro (alternativo) forse ormai è qui.

Copertina: Occhio-Mongolfiera di Odilon Redon.

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