The Ancient Art Of the Vandals


LORENZO BARBERIS.


Altre riflessioni in seguito a quelle di ieri, su un tema parzialmente diverso ma ugualmente stimolante.
Il rapporto Arte / Vandalismo.

Lo spunto è la tesi di cui ho già detto e qualche conversazione avuta al riguardo.

Ovviamente, i graffiti sono tutti incentrati sull'antinomia arte / vandalismo, nella percezione sociale e nella realtà dei fatti.

Nella percezione sociale l'antinomia si dà come una contrapposizione tra, schematizzando ironicamente alla Nanni Moretti, un "visto da destra" (i graffiti sono vandalismo) e un "visto da sinistra" (i graffiti sono arte).

Si accentua cioè uno dei due poli che compongono il graffitismo storico: che è sia vandalismo, in quanto viola, senza consenso, una proprietà altrui senza una motivazione pragmatica, sia arte, in quanto crea un prodotto non funzionale, seguendo un preciso codice estetico.

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Fin qui, in estrema sintesi, lo spunto della tesi suddetta. Discutendone, mi ha però incuriosito il concetto di Vandalismo. Ovviamente, sapevo della sua derivazione dai Vandali di Genserico, autori nel 455 del terzo sacco di Roma.

Il primo, quello dei Galli del 390 a.C., si perdeva nella notte dei tempi, segno di una potenza romana ancora acerba, appena uscita dall'infanzia dell'età monarchica. Per quasi mille anni, Roma sarebbe stata il centro inespugnabile dell'Impero per eccellenza.

Il secondo sacco di Roma, quello del 410 d.C., ad opera dei Goti di Alarico, fu probabilmente uno shock culturale ancor più grande del saccheggio vandalico di mezzo secolo dopo. Gli Unni di Attila (430 d.C.), i più distruttivi dei barbari, saranno fermati dal distruggere Roma dal papa Leone I, che dimostra così per la prima volta il potere della chiesa. Pertanto non potevano divenire i distruttori per antonomasia. Attila è il simbolo di una furia demoniaca, "il flagello di Dio", ma ha una sua grandezza che lo separa, nella cultura di massa, dall'essere il simbolo della distruzione fine a sé stessa.

Invece il sacco dei Vandali, nel 455, è quello definitivo, dopo cui non resta altro da razziare, la vera fine dell'impero romano. La deposizione dell'imperatore bambino Romolo Augustolo, nel 476 d.C., ratifica una distruzione ormai avvenuta, e i Vandali diventano i custodi dell'Arte della Distruzione.

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Il loro recupero nell'immaginario collettivo nasce poco dopo che i Goti hanno ottenuto da Vasari (1550 c.) la patente di arte barbarica e medioevale per definizione, definendo (ben oltre la loro esistenza) il "gotico". Se i Goti sono la pars costruens dell'arte barbarica, i Vandali diverranno la pars destruens.

John Dryden (1631-1700) li cita infatti, in un suo poema del 1694, parlando della grandezza dell'arte classica.

Rome raised not art, but barely kept alive, 
And with old Greece unequally did strive:
Till Goths, and Vandals, a rude northern race,
Did all the matchless monuments deface.


Notiamo che anche su Roma il giudizio è severo, come tipico dei veri classicisti (specie nordici): Roma conserva solo ciò che i Greci fecero in modo insuperabile, finché i Goti e i Vandali non distruggono tutto quanto. I Goti sono lì sulla lezione del Vasari, probabilmente, di enorme autorevolezza anche attraverso indiretti meccanismi di ricezione; i Vandali, viene il sospetto, fanno il loro ingresso nella storia dell'arte per ragioni metriche.




Il '700 comunque è il secolo del Grand Tour, che porta intellettuali classicisti inglesi, francesi, tedeschi a visitare le rovine di Roma e della Grecia. Il culto per i classici si associa al culto per la rovina, in un gusto per il contrasto prodotto tra la grandezza delle civiltà classiche passate e l'attuale rovina. Nasce il concetto di "pittoresco" (degno di pittura, in pratica), che ha il suo centro nella rappresentazione dei resti di un'antica architettura (anche gotica, ma soprattutto classica) abbandonata alle forze della natura e popolata da ignari popolani, zingari, pastori.



Thomas Cole, "Il sacco di Roma" 1836


L'opera dei Vandali è implicitamente stigmatizzata in questi quadri, ma di fatto diventa un elemento estetizzante. La distruzione dei Vandali, di fatto, è una "bella distruzione", che piace di più ai viaggiatori europei in cerca di Sindrome di Stendhal che una piatta ricostruzione del Colosseo in 3D.

Il termine esplicito "Vandalisme" viene coniato però solo a fine secolo, dal vescovo francese Henri Gregoire (1794) per descrivere la distruzione d'opere d'arte durante la rivoluzione francese. Si trattava, in questo caso, della distruzione intenzionale di opere d'arte legate all'ancien regime, per ragioni ideologiche: in teoria un concetto ancora lievemente diverso dal vandalismo attualmente inteso, che è puro "appetite for destruction". Il vescovo, invece, vuole appiattire la distruzione dei rivoluzionari su una pura espressione di barbarie: è un modo in fondo per rifiutarsi polemicamente di indagarne le eventuali ragioni.




Dopo la definizione del pio vescovo, l'Ottocento rappresenterà quindi spesso la distruzione di Roma ad opera dei Vandali, un soggetto che sempre più soddisfaceva, del resto, la pulsione romantica allo Sturm Und Drang, al "tempesta ed impeto" di un violento sconvolgimento. Il dipinto di copertina del post, del russo Karl Briullov, è del 1833, quello dell'inglese Thomas Cole del 1836, quello del tedesco Heinrich Leutemann del 1860 circa. Notiamo che i Vandali, più che distruggere per il gusto fine a sé stesso, sembrano depredare, creando anche un parallelo voluto tra le donne rapite e le statue, ugualmente femminili, portate via a fine di saccheggio.




Nel 1871 sono i Comunardi della Comune di Parigi distruggono la Colonna Vendome creata in Place Vendome da Napoleone, nel 1806, per celebrare le sue vittorie. Il pittore Gustave Courbet fu il teorico di questa distruzione, da lui teorizzato come Vandalismo politico, in continuità con quello della rivoluzione francese stigmatizzato dal vescovo.

"In as much as the Vendôme column is a monument devoid of all artistic value, tending to perpetuate by its expression the ideas of war and conquest of the past imperial dynasty, which are reproved by a republican nation's sentiment, citizen Courbet expresses the wish that the National Defense government will authorise him to disassemble this column."

La distruzione non fu operata poi direttamente da Courbet, ma con la fine della Comune di Parigi e la relativa restaurazione dell'ordine preesistente, la ricostruzione della colonna fu addossata a Courbet, per la sua posizione al proposito. Egli fuggì in Svizzera per sfuggire a tale pagamento, ma le sue opere furono sequestrate e vendute dal governo, ed egli morì in povertà nel 1877, pagando fino in fondo il prezzo del suo vandalismo.

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Duchamp, 1919

Il valore estetico del Vandalismo preconizzato da Courbet sarà ripreso dalle avanguardie storiche. Appare perfino ovvio del Futurismo italiano di Tommaso Marinetti, che nel manifesto del 1909 propone di bruciare i musei e cementificare Venezia. Il culto della violenza come nuova estetica implica il vandalismo della vecchia estetica. Distruzione materiale.

Ma anche dadaismo e surrealismo opereranno una dissacrazione simbolica delle icone dell'arte, la più nota delle quali è la Gioconda riletta, ma è meglio dire deturpata, da Duchamp nel 1919. Distruzione concettuale.



Un concetto simile è quello del taglio di Fontana, dal 1949 in poi: il taglio è in fondo l'operazione principe dello sfregio, del vandalismo su una tela pittorica, che qui viene operato da Fontana, paradossalmente, su una tela bianca (l'unica che non merita di vandalizzare). Non mancheranno nella storia dell'arte dagli anni '50 in poi altre operazioni concettuali ruotanti intorno a questo concetto, con autori che distruggono opere loro o di altri autori come atto di dissacrazione artistica. Ma sono in fondo tutte variazioni sul tema.

Un'innovazione vera è appunto quella costituita dalla nascita del graffitismo, tra '60 e '70. La dissacrazione vandalica del graffitismo non è infatti pura operazione concettuale, ma si pone come risignificazione dello spazio urbano.

Forse, i graffitari sono i veri eredi di Courbet, e la vera arte è quella vandalica.
Ma forse è meglio non si sappia troppo in giro.

(In copertina, Karl Briullov, I vandali saccheggiano Roma, 1833).

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