Le siepi del male


LORENZO BARBERIS.

Ho di recente recensito la bella mostra retrospettiva organizzata a Mondovì in onore di Giovanna Calleri, la prima pittrice importante della tradizione locale. Avevo in quella sede accennato della sorella Rosalia, che aveva seguito più direttamente le orme artistiche del padre, il poeta Celestino, diventando anch'essa una poetessa (anche qui: la prima poetessa importante, credo, del monregalese).

Come il padre, Rosalia è di solito incasellata in una poesia rivolta all'infanzia, anche per la comune professione di maestri elementari  (anche Giovanna era nel mondo dell'insegnamento).

Quello che è indubbio è che i loro testi ebbero un grande successo, una diffusione nazionale, com'è testimoniato oggi dal fatto che, cercando online dei riferimenti, troviamo la Calleri citata da blog personali di ogni parte d'Italia, segno che il personaggio, pur confinato in una dimensione di poesia minore, non è rimasto però confinato su una scala locale, a differenza di molti altri.

Questo deriva indubbiamente dalla ripresa di Celestino e Rosalia su molti sussidiari per l'infanzia della nuova Italia unita, essendo in effetti le loro poesie perfettamente adatte alla lettura infantile. Molte volte, tra l'altro, questa ripresa avveniva senza pagamento di diritti e senza citazione esplicita dei due autori, con anche una coda, pare, di cause legali avviate per ottenere il legittimo riconoscimento, economico e non. Ma in molti casi, evidentemente, almeno l'autorialità sarà stata riconosciuta, da cui la diffusione capillare dei testi poetici di Rosalia (e del padre).

Nonostante questo, relativo successo, manca una biografia online di Rosalia. I dati sono scarsi e frammentari, e quasi tutti derivabili, come al solito, dalle numerose opere storiche, artistiche e letterarie del professor Ernesto Billò, integrate con alcune precisazioni rinvenute online, in primis dall'OPAC nazionale SBN, che dovrebbe avere un certo canone di oggettività.

Rosalia Calleri (1874 - 1960) era quindi la primogenita (nata un anno prima della sorella pittrice) di Celestino Calleri (1844-1925), maestro elementare di Carrù poi divenuto titolare di Lettere presso l'Istituto professionale monregalese nel 1876, nato due anni prima, allora fucina dei grandi artisti locali.



Le poesie di Celestino, rimasto precocemente vedovo, erano inizialmente pensate per le figlie, soprattutto le due primogenite Rosalia e Giovanna (la pittrice), prima di essere pubblicate, dal 1879 in poi.

La biblioteca nazionale di Firenze fornisce un elenco notevole di opere, talvolta curiose. La prima, nel 1875, è la commediola "I piccoli disertori", testo che sembra una novella deamicisiana rovesciata. Singolare anche la raccolta poetica "I paria d'Italia" (1875), lo stesso anno.

 Seguono "Poesie di Celestino Calleri di Carrù" (1876) presso la tipografia Fracchia; le già dette "Margheritine" (1879, ristampato nel 1900 dalla Tipografia Schioppo a Mondovì), poi con "I bimbi d'Italia" (1883, scene teatrali in versi e prosa); "Commedie storiche per fanciulli" (1884), in versi martelliani; "Canzoniere dei Bambini" e il gemello "Canzoniere dei fanciulli" (1885), stampati presso il tipografo monregalese Edoardo Ghiotti, "Il paradiso dei bambini" (1886), novelle illustrate con ben 100 incisioni.

Stando a "La poesia per ragazzi in Italia", consultato online, in "Margheritine" si troverebbe la prima versione a stampa di una celeberrima cantilena per bambini: "Trotta trotta cavallino..." (solitamente poi interpretato liberamente, e ancora un classico nella mia infanzia).

Nel 1891 la tipografia vescovile stampa un discorso in onore di Umberto I, tenuto in occasione della presenza del re in città per l'inaugurazione del monumento al suo avo davanti al Santuario di Vico da questi voluto. Un fatto interessante, perché come vedremo anche la Calleri tornerà su questo tema, durante la visita del nipote Umberto di Savoia, nel 1927.

Nel 1892 il maestro Calleri dà alle stampe numerosi testi scolastici: un Sillabario con varie guide allegate, che rivendica un metodo innovativo per l'insegnamento simultaneo della letto-scrittura; i cinque volumi di "Cuore e mente", antologia per la scuola elementare urbana, che richiama fin dal titolo l'inevitabile modello deamicisiano; e "Il ragazzo campagnuolo", rivolto invece alle scuole rurali, più semplificato, secondo la distinzione allora esistente tra scuole di campagna e di città.

Nel 1894 pubblica "Le tre filatrici: novella meravigliosa". "Novelle allegre: il riso fa buon sangue" (1895) pare un passaggio a una novellistica non necessariamente infantile, come pure la commedia "I due caporali reduci d'Africa" (1898), di argomento coloniale che anche la figlia tratterà (Celestino scriverà anche rime su Dogali, poi musicate).

Nel 1907 un nuovo saggio teorico, su "Studi classici e scuole industriali", per i venticinque anni delle scuole professionali di Mondovì. Le professionali di Mondovì erano nate nel 1874: quindi il discorso doveva risalire al 1899. Nel 1911 pubblica poi, per la tipografia vescovile, i "Canti Danteschi", che fa pensare sempre al suo nuovo ruolo di docente di lettere; nel 1916 i "Canti Educativi", che sono dati come musica a stampa. Questa apparirebbe la sua ultima pubblicazione, prima della scomparsa nel 1925, a chiudere una produzione comunque vasta, a cui si aggiunge la pubblicistica sulla stampa locale con il modesto pseudonimo di "Magister Veritas". Mondovì gli ha dedicato una scuola elementare, giustamente, e nel 2011 è apparsa una tesi di Francesca Boetti, "Maestro e scrittore: vita e opere di Celestino Calleri" discussa presso scienze della formazione di Torino.

La numerosa famiglia di Celestino vide dunque la nascita infatti di molte fanciulle: dopo le prime due, più celebri, vennero Francesca (1880-1964), Margherita (1877-1955), l'unica a sposarsi; Luisa (1884-1963), figlia della Carità a Torino e compositrice di musica sacra; Angiolina (1885-1957), segretaria delle Dame di Carità; Celestina (1886-1934), autrice di una guida al santuario della Madonna di Vico, e Mario (1888-1980), autore anch'egli di alcuni minori scritti poetici.

La precoce scomparsa della madre, a soli 35 anni, condizionerà la famiglia, confinando probabilmente in parte le due sorelle maggiori in un ruolo materno surrogato: soprattutto Rosalia, che rimase maggiormente legata alla realtà monregalese della sorella.

Nel 1892 Rosalia si diplomava infatti maestra all'Istituto Magistrale di Mondovì (come farà poi Giovanna l'anno dopo); la sua prima pubblicazione di cui abbiamo notizia è probabilmente "Il maestro attraverso i tempi", lettura fatta, trentenne, all'Associazione Magistrale Monregalese il 24 agosto 1905 al Santuario di Mondovì, poi pubblicato nel 1906 dalla Tipografia monregalese Fracchia.  Nel 1908, terrà una nuova conferenza poi stampata da Fracchia, "La gentilezza come elemento di felicità nella vita donna".


Segue "Uccelli di bosco" (1910), sempre per la Paravia di Torino (ristampato nel 1918 e 1927), un "racconto per la gioventù"; stando alle indicazioni dell'SBN nazionale, si tratta della prima opera letteraria dell'autrice.

Nel 1912, altra conferenza scolastica poi andata a stampa, "I nostri scolari"; lo stesso anno, l'autrice tiene una significativa commemorazione di Giovanni Pascoli presso la società "Dante Alighieri". Un'ultima di queste conferenze, "Crisantemi", sarà tenuta nel 1915, in occasione del 4 novembre.

Segue, nel 1913, "Come l'uccello canta", una raccolta di strofe uscita per la Paravia di Torino, con "versi, monologhi e scene per bambini e fanciulli": quindi un'opera mista di poesia e teatro, infantile e giovanile (di teatro si era occupato anche Celestino); opera ristampata nel 1922.

Nel 1924 scrive i versi del curioso "A.B.Cirio": Album di formato 13x27 cm., di 24 pagine illustrate da Paola Bologna. L'album con l'alfabeto illustrato da colorare veniva spedito ai bambini dietro l'invio di un'etichetta del prodotto Cirio. In quarta di copertina Carta geografica d'Italia con indicati i centri di produzione della Cirio.


"Le canzoni dell'anno" escono nel 1927, raccolta di poesie per l'editrice sociale Treviglio, di Milano, segue "Il teatrino della scuola" (1928), presumibilmente nuovi lavori teatrali, sempre per la Treviglio.

L'ultima opera, del 1937, "Siepe in fiore", è in qualche modo il punto di arrivo poetico di Rosalia, l'ultima testimonianza della sua azione poetica, ormai oltre i sessant'anni di età. Tuttavia, a differenza della sorella, Rosalia vivrà ancora a lungo dopo la fine della guerra, fino al 1960, continuando ad occuparsi, tra l'altro, della società Dante Alighieri, in continuità con quanto fatto in età fascista; è accreditata anche come collaboratrice della rinata "Gazzetta di Mondovì" (l'attuale "Provincia Granda"), espressione della destra liberale cittadina.

Rosalia aveva dunque lavorato per editori, come visto, nazionali; quest'ultima opera invece, che ha marcati riferimenti monregalesi, esce per le edizioni della Tipografia Fracchia di Mondovì, con sede in Corso Statuto 16. Il prezzo è di 6 lire (una lira del 1937 ne vale 1387 del 1998; quindi 8.322 lire del '98 circa).

Bella, tra l'altro, la marca tipografia dei Fracchia, nell'ultima pagina, con un'Ancora che richiama quella celeberrima di Aldo Manuzio, e il motto "Spes sibi quisque", "Ciascuno speri in sé stesso".

La sobria copertina riporta invece il titolo (sottotitolo: "Nuova raccolta di versi per bambini e ragazzi"), e lo stilizzato disegno, puntinato, di una siepe fiorita. La data è ovviamente doppia: 1937, XVI dell'era fascista.

Nell'introduzione "ai piccoli lettori" la Calleri rievoca la ragione della raccolta, insistendo sulla metafora dei "semplici fiori sbocciati lungo le siepi" come simbolo della sua poesia. Un'immagine che risente del simbolismo pascoliano, che nel 1891 aveva intitolato la sua prima, influentissima raccolta poetica "Myricae" (ripubblicata, con minime variazioni, fino al 1911): nome che deriva dalle umili tamerici (e ripreso dal Virgilio della IV Bucolica).

Del resto, essendo l'autrice Rosa-lia, doveva necessariamente essere sedotta da questa in fondo facile metafora floreale (le rose, tra l'altro, erano uno dei migliori soggetti della pittrice Giovanna: un ut pictura poesis all'interno della famiglia?).
Il pubblico dunque è dichiaratamente infantile, al massimo con l'estensione alle "maestre" e alle "mamme" che possono usare tali componimenti nell'educazione dei fanciulli.

Viene tuttavia il sospetto di una certa influenza, non dichiarata, della poetica pascoliana del Fanciullino: parlare al bambino esteriore, all'apparenza, per parlare al fanciullo interiore del lettore anche adulto.

Da un lato, le liriche sono quasi sempre smaccatamente educative e didascaliche, ma con alcune astuzie pedagogiche abbastanza smaliziate.

La raccolta ad esempio si apre con "Varie", e con una poesia dedicata alla "Piccola mamma": è una bambina che parla alla sua bambola, invitandola ad apprezzare la vita povera ma sana che ella conduce (una povertà di vestiti che riecheggia quella del Valentino pascoliano). Evidente l'espediente pedagogico per insegnare alla piccola lettrice la virtù della frugalità.

O bambolina mia, di ragnatelo
sembri vestita, e c'è la neve e il gelo!
Cercherò in questo sacco, se non trovo
qualche straccetto per vestirti a nuovo.

La scelta di un inizio così leziosamente al femminile (specie nella "virilissima" età fascista...) fa pensare a una destinazione prevalentemente rivolta al gentil sesso, come la condivisione della dedicatoria alle maestre e alle mamme. Siamo del resto in età di classi rigorosamente divise, dove possibile.

Curioso però che in verità fosse il padre, maestro, a educare le fanciulle Calleri alla poesia infantile. In una critica di tipo psicanalitico, si potrebbe trovare in questa rimozione un qualcosa di molto comune ai complessi pascoliani (la metafora delle bambole portate alle bambine come simbolo della famiglia spezzata, tra l'altro, è centrale nella fondamentale lirica "X Agosto").

Seguono infatti filastrocche infantili dedicate allo schizzinoso Giromino, a Lisetta finalmente accolta al tavolo dei grandi, al bucato; ma protagonista è sempre la mamma, servizievole ed educatrice. Non manca la celebrazione della nonna (in "Nottata") come mamma al quadrato, ancor più amorevole verso il nipotino, e la celebrazione della scuola (questa, con un protagonista fanciullo maschile).
Particolarmente riuscita è Rose, dove la metafora educativa è, pur evidente, più sfumata nella descrizione del dato naturale. Da un tema floreale di tipo lieto si giunge nella seconda parte del componimento a una riflessione in fondo amara. E anche qui è possibile un secondo piano di lettura freudiano abbastanza evidente (senza nemmeno scomodare l'autore viennese: il simbolo sensuale della Rosa è centrale in poesia dal Roman de la Rose in poi), come nel "Gelsomino notturno" del Pascoli, in una lettura simmetrica, al femminile (forse addirittura con "il poeta" si pensa a lui?). Anche la Calleri del resto, pare di capire, non si era sposata.

Rose

Dice maggio: Da mazzi e ghirlande
dolce olezzo d'intorno si spande
rose, rose, regine dei fiori
trionfate, fiorite con me!

Marzo dona giacinti e viole,
fior gentili nel pallido sole;
ma la rosa ha più vaghi colori,
e corolla più bella non v'è.

Il poeta assomiglia alla rosa

il sembiante di giovane sposa;
chiama rose le bimbe innocenti
che han la grazia di tenera età,

e se mai ti pungesse la spina,
che accompagna dei fior la regina,
pensa, o bimba dagli occhi ridenti,
che la gioia perfetta non v'ha.

Seguono una poesia dedicata alla pignatta che cuoce sul fuoco, guardata con devozione dal bambino (anche qui, evidente metafora della cura materna), "Caduto dal nido", che raccontando la sventurata vicenda di un rondinotto (figlio della rondine del "X Agosto"?) diviene un monito pascoliano a non lasciare il nido. Riecheggiano perfino, pur con diverso ruolo, le identiche parole-chiave della lirica ("Perdono!"). La conclusione, però, sarà lieta.

Prima che l'ale lo sappian portare
un rondinotto ha provato a volare.
Un gesto, un attimo, un tonfo e un grido:
il rondinotto è caduto dal nido.
Volò la rondine al triste richiamo,
ma che può fare pel figlio suo gramo?
Esso le dice: "Perdono, perdono!
nel nido portami ancor: sarò buono!"

Vi sono poi ovviamente molteplici altre liriche dedicate alla natura, letta sempre con lo sguardo didattico di cui abbiam detto; numerose liriche però sono poi dedicati agli oggetti quotidiani, della casa e ancor più della scuola: il fiammifero, il salvadanaio, la cartella, il quaderno (che cita in tribunale il fanciullo che lo maltratta), perfino, con una certa modernità (anche qui, sulla scia di Pascoli...), il palo del telegrafo:

In alto, su fili d'argento,
è un magico e lungo sentiero,
e rapido più d'ogni vento
vi passa l'umano pensiero.
Al palo sottile, con atto gentile
il bimbo riaccosta la faccia,
l'ascolta e più stretto l'abbraccia.

Dedicata alle fanciulle è ovviamente la poesia sull'Ago, dove torna il rimando inevitabile alla silente rassegnazione:

L'ago

Son piccolo, gentile

strumento di lavoro
passa un filo sottile
nella cruna mia d'oro.

Una pungente spina

fu l'ava mia lontana:
nei secoli m'affina
l'intelligenza umana.

Alla fanciulla dico:

Se ben mi tratti sono
il tuo fedele amico
e l'opra mia ti dono.

Lavoro e non mi stanco,

baleno agile e pronto,
rallento, mi rinfranco
e i punti miei non conto.

Ma attenta e sempre all'erta!

Io pungo. E se talora
ferisco l'inesperta
manina che lavora,

pensando la scortese

lontana mia parente
da cui tutta discese
la stirpe di mia gente,

tu mi perdona, o cara,

e con la tua manina
a offrir la rosa impara
mandata da ogni spina.

Invece al fanciullo è dedicata un'altra lirica, che anticipa già quella che sarà l'ultima sezione, dedicata all'amor patrio.

Fucile

Ha la canna lucente,

Il cane e il grilletto,
si vede a primo aspetto
che non gli manca niente.

La palla è fabbricata

col sughero più fino
e un braccio di cordino
ne fissa la portata.

Il bimbo si è creato

di colpo generale,
poi fece il caporale,
poi ritornò soldato,

e inonda tutta l'aria

di strepito e di gloria,
portando alla vittoria
la truppa immaginaria.

Ma quando l'ombra scende,

il quadro più gentile
fanno bimbo e fucile
per chi li guarda e intende.

L'immagine del bambino che gioca col fucile che rappresenta "il quadro più gentile" per chi è in grado di intenderlo (ovvero: il fanciullo si prepara al suo destino di soldato al servizio della patria fascista...) ha un che di inquietante.

"Leggende e storielle", la sezione seguente, alterna storielle bucoliche - simili, di fatto, a quelle della prima sezione, ma un poco più lunghe - a vicende della vita di Gesù.

La prima, "Le rondini di Gesù", mostra il divin Bambino che forgia delle rondinelle dal fango, e poi dà loro vita. Difficile dire se abbia avuto influenza, ma a Saliceto, non lontano da Mondovì, presso la chiesa di Sant'Agostino, si trova una figurazione di un Bambino con rondine, usuale ma non diffusissima (la Rondine è simbolo dell'Eterno Ritorno, e quindi della futura resurrezione: motivo per cui ritorna anche nella suddetta X Agosto del Pascoli).

Curiosa è la lirica dedicata alle Tre Coppe di Noé, che ricalca la leggenda dell'invenzione del vino. Tra i vari moralismi che pervadono il testo, nella Calleri la condanna del bere è la più blanda (piuttosto comprensibile, se la collochiamo nella cultura monregalese e piemontese del tempo, e non solo): già nella poesia dedicata al Denaro, il bevitore era visto con simpatia.
Noé quindi inventa il vino, ma il diavolo versa nel primo vitigno il sangue di tre animali:

Le radici della vite
bevver sangue di pavone;
furon poi rinvigorite
con del sangue di leone;
poi trovaron naturale
di ber sangue di maiale.
Qui lo spirito maligno
pago fù,
e partì col bel sogghigno
che sa fare Belzebù.

Vien dal primo bicchieretto

il brillante e gaio umore;
il secondo nel tuo petto
di leone mette il core;
ma se poi continui a bere
un veleno è nel bicchiere
contro cui ragion non vale
e ti fa
somigliante all'animale
che nel brago cade e va.

"Le piccolissime" ritornano sui soliti temi di filastrocche infantili, con componimenti lievemente più brevi e più infantili. Anche qui inizia ad occhieggiare lo spirito dell'ultima sezione, quella patriottica, come nella moderna lirica all'Aeroplano, a cui il bambino protagonista della lirica chiede, ovviamente, di passare a Roma e portare un saluto "al Duce e al Re".

La sezione più interessante è ovviamente l'ultima, "Date e ricordi", poesie d'occasione legate all'età fascista. L'avvio della produzione poetica della Calleri è precedente, come già detto, ma in questa raccolta appare la parte legata all'ultimo decennio (siamo nel 1937, la precedente raccolta è del 1927), quello segnato dal potere del Fascismo.

Sono le liriche più inquietanti, e per questo anche, innegabilmente, più affascinati in una prospettiva storica. E anche, ovviamente, quelle più sottaciute nell'immagine oleografica che a volte si associa, a livello locale, al ricordo dell'autrice. Anche in questo la poetessa si rivela, in qualche modo, pascoliana: il grande poeta, associato all'idea di bucolica mitezza, aveva salutato con entusiasmo ("La grande proletaria si è mossa!") le imprese coloniali di Libia. Cosa rende ancora più disturbanti queste rime della Calleri è la prospettiva dichiaratamente "femminile", materna in cui si inseriscono, coerente col piano dell'opera. Nell'ingentilire la propaganda bellica e fascisteggiante (col garbo poetico che le è innegabile) la poetessa la rende ancora più stridente che non nella forma tronfia, "maschile" che siamo soliti conoscere.


Domenica del Corriere sull'istituzione del "Milite Ignoto":
La retorica della Madre era fondante nel mito,
indipendentemente dalla Calleri.

La sezione si apre dunque con "Due medaglie", dove un fanciullo porta alla mamma una medaglia al merito vinta a scuola, che diviene profezia della seguente medaglia che otterrà, morendo nella grande guerra per la Madre Patria. La madre, ovviamente "il segno dell'onor, fiera nel pianto / bacia con un sorriso ed uno schianto".
Così anche in "4 Novembre 1918", la lirica seguente, che ripercorre i pensieri delle donne alla notizia della vittoria nella Grande Guerra. Tutte liete e felici, salvo l'ultima:

Chiusa nel velo suo bruno
una rimane, ed è quella
o madre, o sposa, o sorella
che non aspetta nessuno.
Piange, ma senza conforto
non è la grande sua pena:
l'anima, fatta serena,
prega pensando a quel morto.
Al tuo diletto sia gloria,
ed anche a te gloria sia.
Chi cadde, aperse la via
dove passò la Vittoria.

Così pure nella lirica "Al soldato ignoto", che ribadisce per la terza volta il concetto: "più non pensarne in solitaria landa / la fredda spoglia. Ad alto onor levata / la saluta di Roma il chiaro sole".


La Torre di Mondovì in una cartolina del 1931,
poco dopo la composizione della lirica seguente.

"O vecchia Torre!", invece, coniuga il patriottismo alla poesia d'occasione monregalese.

O vecchia torre del Monteregale,

o torre dei Bressani, a cui sull'ale
del desiderio torna ogni lontano;
o scolta vigilante il verde piano
che ancor volgi la fronte ai quattro venti,
sfidando altera ogni tempesta, e ancora
l'ampio orizzonte scruti ad ogni aurora,
un fremito novello oggi non senti?

Ti voglio rammentare un dì passato,

Il dì solenne, che un Sovrano amato
ti vide tra una gloria di bandiere,
e le tue genti vide, a schiere, a schiere,
acclamarlo commosse e riverenti.
Umberto si chiamava, era il re buono;
dalla campana tua maggiore il suono
alto ondeggiava nell'aria lucente.

O Torre dei Bressani, o vecchia scolta

sciogli la tua campana un'altra volta.
La tua città, in palpito di gioia
saluta un altro Umberto di Savoia.
E' il Principe gentile, è l'avvenire
della Casa Sabauda e della terra
che l'amò nella pace e nella guerra.

O Umberto di Savoia, dal fiorire

di tua gagliarda giovinezza bella
fino all'estremo giorno tuo remoto
non s'oscuri giammai la pura stella
degli Avi Tuoi. E' questo il nostro voto.
Campana grande, suona ai quattro venti,
chiama a raccolta tutte le tue genti!


La lirica collega dunque l'arrivo a Mondovì di Umberto I di Savoia, il 23 agosto 1891, con la visita, l'11 settembre 1927, del principe Umberto, che sarà poi il Re di Maggio, venuto a inaugurare il monumento ai caduti della Grande Guerra, dello scultore Malfatti.

Già la visita del 1891 era stata collegata alla lunga fedeltà sabauda monregalese (incrinatasi in parte coi fatti delle Guerre del Sale...), rievocando la figura di Carlo Emanuele I, fondatore del Santuario che Umberto I, nel 1880, aveva reso monumento nazionale.

Bellissima, tra l'altro,  l'incisione che decorava la cartolina celebrativa del 1891: ricordava infatti il momento in cui Testa d'Feu (com'era detto il duca) getta ai piedi dell'ambasciatore spagnolo il Toson d'Oro, l'altissima (e per molti ermetica) onorificenza imperiale ottenuta, con gran vanto, dalla dinastia nel 1430. Quest'episodio, oggi estremamente minore, era rievocato all'epoca come proto-risorgimento: il Duca di Savoia, respingendo nel 1612 le mire della Spagna, avrebbe voluto mettersi alla testa di un risorgimento italico, ma si trovò isolato e il suo generoso tentativo ingiustamente fallì, e alla sua morte nel 1630 il ducato faticosamente edificato dal padre Testa d'Fer era in rovina, e in mano francese (questa almeno la versione risorgimentale: dati gli anni, ci mancava solo Don Rodrigo come comparsa ai funerali del sovrano).

Ma torniamo alla poesia: la Calleri in questa lirica si dimostra in grado di effettuare la necessaria elevazione stilistica: i versi sono ovviamente convenzionali, ma scorrono, e forse le sue radici nella poesia infantile (basata in le, come visto, sulla personificazione d'oggetti) l'aiutano a ingentilire la retorica con l'immagine efficace della Torre, simbolo di Mondovì, che fa da filo conduttore alla vicenda.



Umberto di Savoia, circa anni '30

Detto dell'elevazione stilistica, va detto che in questo caso invece l'assenza di scaramanzia è poco prudente: si augura infatti a Umberto "non s'oscuri giammai la pura stella degli avi tuoi": il principe invece regnerà per un mese, e poi sarà cacciato da un referendum. Tra l'altro, anche l'avvicinamento "profetico" con Umberto I, il nonno, non doveva rassicurarlo più di tanto, dato che nove anni dopo della sua venuta a Mondovì, nel 1900, venne assassinato a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci. Nove anni dopo la pubblicazione della lirica della Calleri (1937-1946) Umberto II invece sarà cacciato dal suo regno. C'era di mezzo anche la nota maledizione di Don Bosco ("la casa che si oppone al Signore non giunge alla quarta generazione!") ma comunque direi che sono lieto che la Calleri non mi abbia dedicato un sonetto.


L'affascinante Maria José, circa anni '30

Simmetricamente, nel 1930, la Calleri celebra il matrimonio con Maria José del Belgio, la futura Regina di Maggio. Felice poeticamente, ma meno forse del componimento sulla visita monregalese, poesia d'occasione sicuramente più rilevante a Mondovì. Col senno di poi, è facile anche qui leggere diverse ingenuità: "E quando la sorte dell'armi / due popoli fuse in un core / fraterno, e a vittoria li spinse / con fascino dolce t'avvinse / la classica terra del fiore / la classica terra dei carmi.".

Siamo nel 1937 quando l'opera è pubblicata: due anni dopo, Hitler avvierà la seconda guerra mondiale violando, tra le altre cose, la neutralità del Belgio. L'amore eterno Italo-belga era finito; Maria José si adoperò molto per favorire il distacco della monarchia dal fascismo, che intuiva avrebbe trascinato il paese al disastro militare, ma fu fermata nei suoi incontri con gli antifascisti liberali dai secchi ordini del suocero, che nel fascismo vedeva ancora brillare la sua speranza di gloria imperiale.

Nel 1933, stando al Billò, Rosalia Calleri aveva celebrato coi suoi versi l'arrivo della ferrovia in città: "Oggi è il trionfo: passi la Fortuna / sulle rotaie lucide..."; ma questa lirica, pur interessante, non è presente in questa raccolta.



Ferro alla patria dai bimbi...



Oro alla patria dalle mamme...


...E la patria, spettro inquietante, crea un deposito stile Zio Paperone per le sue guerre imperiali.

"Il dono dei bimbi", nel 1935, invita anche i bambini a donare ferro alla patria; "Oro ed Armi", dello stesso anno, rivolge lo stesso invito alle loro madri, con tono più alto. Affascinante appare il rovesciamento totale, sia pure nella licenza poetica, di ogni prospettiva realistica:
"Vi fu un tempo una grande Regina
come bella sì buona ed amata;
la sua terra un dì venne assediata
con minaccia di morte e rovina:
di ogni gente si chiede il tesoro:
"coll'armi, ci vuole dell'oro!"

E si continua con toni di fiaba, che lasciano intendere un paese minacciato da soverchianti avversari esterni. Cosa che, nel caso delle campagne di guerra fasciste nel Corno d'Africa, appare particolarmente risibile.

Anche qui, torna la prospettiva femminile: normale però del resto, dato che la campagna per l'Oro alla Patria era rivolto appunto alle donne.


La Madonnina di Milano arruolata nella prima guerra mondiale (1915 c.)

"Regina Montis Regalis" (sottotitolo "A Macallè") è invece inquietante nel suo
fondere insieme il riferimento al territorio monregalese, l'idealizzazione femminile calleriana, il tema religioso e il tema del patriottismo fascista. In un ossimoro insistito, la Regina del Monteregale è associata a Giuseppe Galliano, l'eroe di Macallé. Curiosamente, non solo entrambi monregalesi, ma entrambi di Vicoforte, il comune da cui originò, nel Medioevo, il primo nucleo del Mondovì, il Monte di Vico appunto. Così la lirica:

In terra africana ove audace

si afferma la nostra bandiera
o dolce Regina di pace
proteggi la vindice schiera.
Saluto di sposa e di madre
tu sei, di sorella e di figlia,
lo porta alle giovani squadre,
conforta, sorreggi, consiglia.
Saluto dal Monteregale
tu sei pei soldati dal fronte:
difendili tu da ogni male,
purissima Tu, tra le fonti
di grazia, accompagnali e guida
e ispira sul campo d'onore,
che a te, o Benedetta, si affida
di donna fedele ogni cuore.

Là attende un Eroe del passato,

là devi restare, o Maria,
e dirgli che mai l'ha scordato
la terra di dove partìa.
L'Eroe non si conta tra i morti,
ché viva una fiaccola accese,
Tu nostra Madonna gli porti
il cuore del nostro Paese.

L'esempio del prode Galliano

fu seme di gloria pugnace:
o Vergine, sia la tua mano
a dar la corona di Pace.


Monumento a Galliano a Vicoforte

Giuseppe Galliano (Vicoforte 1846 - Adua 1896), figlio di ufficiale partecipante ai moti del '21, nel 1866 combatte già la terza guerra d'Indipendenza contro l'Austria, ma lega la sua celebrità alle imprese coloniali in corno d'Africa. Vi viene inviato una prima volta nel 1887, vi torna nel 1890, quando compie le sue imprese gloriose: nel 1893, infatti, sbaraglia i dervisci ad Agordat, strappandone anche la bandiera, con loro somma umiliazione. Premiato per ciò con una medaglia da Umberto I, insiste per tornare subito al fronte, dove nel 1895 si distingue a Coatt e a Macallé, ottenendone una medaglia d'argento al valor militare e l'iscrizione all'Ordine di San Maurizio e Lazzaro, ordine cavalleresco della dinastia, per un "motu proprio" di Umberto I. Nel 1896 cade infine ad Adua, dove per il suo eroico comportamento ottiene una seconda medaglia d'oro al valor militare. E' la prima volta che un ufficiale sabaudo ottiene una doppia onorificenza di tale genere, a segnare l'eccezionalità della figura. Ma forse ancor più significativa è la menzione nel Liquore Galliano, tuttora in produzione, con pubblicità ovviamente oggi meno colonialiste.




Probabilmente l'eccezionalità del culto di Galliano, morto in battaglia, doveva anche servire a mascherare la cocente umiliazione della sconfitta. La sottovalutazione dell'astuto Negus Menelik II, meno sprovveduto militarmente di quanto si pensasse, e il conseguente invio di un modesto corpo d'armata consentirono al Negus si sbaragliare l'esercito sabaudo con 100.000 uomini contro i 17.000 italiani, ponendo fine alla prima guerra coloniale d'Etiopia. Crispi, il premier, fu costretto alle dimissioni (aveva spinto lui a uno scontro aperto, dichiarando di fronte alla vittoria che stentava ad arrivare: "questa non è una guerra, è una tisi militare"); Baratieri, il comandante in capo, fu processato da un tribunale militare, che non poté condannarlo - si era in fondo limitato ad eseguire i velati ordini errati di Crispi - e si limitò a un giudizio sprezzante e severo, che pose fine alla sua carriera.

La vittoria di Menelik segnava la prima volta che un paese arretrato vinceva contro il colonialismo occidentale: sconfitta particolarmente bruciante per le ambizioni dei Savoia. Umberto II non sarebbe sopravvissuto a lungo al suo eroe, per cui ebbe un'oggettiva predilezione: nel 1898 ordinò al fossanese Bava Beccaris di cannoneggiare i manifestanti di Milano per disperderli, firmando la sua condanna a morte per mano di Bresci. Il figlio Vittorio Emanuele III, detto "sciaboletta" per la bassa statura che ne aveva imposto una sciabola accorciata, ansioso di grandezza, voleva dal Fascismo l'Impero. E la vendetta della sconfitta nella guerra precedente faceva parte di quel percorso.



Schizofrenie fasciste: feroce razzismo contro i nemici,
ma esaltazione del valore fascista degli Ascari italiani.

Ecco quindi che il 3 ottobre 1935, a seguito di scaramucce mai sopite tra i confini italiani e il dominio del nuovo Negus, il ras Hailé Salassié, il fascismo schierò, senza dichiarazione preventiva di guerra, un nuovo contingente bellico, questa volta di 100.000 uomini, con cui vendicare nel sangue l'umiliazione subita quarant'anni prima. Il 6 ottobre, tre contingenti italiani conquistavano Adua, vendicando Galliani, proseguendo poi in una serie di nette vittorie.


L'orrore dei gas, in una delle più orrende vignette razziali di regime.

Le sanzioni applicate dalla debole Società delle Nazioni il 7 ottobre finirono per rafforzare il regime, che poté presentarsi come vittorioso su una gigantesca ragnatela plutocratica internazionale, invece che contro uno stato incredibilmente più arretrato come l'Etiopia. Determinante, nella vittoria, fu tra l'altro l'impiego massiccio dei gas asfissianti (alcuni sostengono addirittura che Mussolini pensasse alla guerra batteriologica, ma non vi sono prove al riguardo). Comunque sia, nel maggio 1936 il fascismo può consentire alla Corona di proclamare l'Anno Uno dell'Impero: e la Calleri li anticipa con la festosa lirica suddetta, risalente all'aprile 1936.

A chi, come me, è cresciuto nella nuova concezione della chiesa post-Vaticano II, non manca mai di colpire la stretta associazione tra valori religiosi e valori bellici presente nella cultura dell'epoca. Dato che la Vergine di Mondovì era stata dichiarata Vergine della Pace (l'avvio del suo culto si legava a una momentanea pace tra i Savoia e la Francia), la Calleri è costretta a giocare, senza particolari problemi, di ossimori sulla "Regina di pace" che protegge la "vindice schiera" (vendicatrice, poiché appunto vendica Macallè); la "gloria pugnace" di Galliano va premiata dalla Vergine in persona con una "corona di pace". In fondo, tuttavia, la Calleri fa propria l'opzione retorica del regime, che nella "Pace" leggeva solo la Pax romana, quella appunto dell'Impero: la Pace conseguente alla sconfitta di ogni nemico. Hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato pace, riconosceva Tacito, e così anche la Vergine della Pace poteva essere arruolata nel conflitto (come già era avvenuto della Madonna nella propaganda della Grande Guerra, nonostante Benedetto XV che inascoltato pregava contro "l'inutile strage").



Sempre di Aprile è "Bandiera", sottotitolata di nuovo "da Vicoforte a Macallè". L'immagine è abbastanza ovvia, quella del tricolore triumphans, ma la Calleri riecheggia perfettamente la copertina scelta dalla "Domenica del Corriere" del tempo.


E' il tricolore difeso da Galliano,
fregiato è dalla Croce di Savoia,
e alzarsi vuol con impeto di gioia
dove cadde l'Eroe di Macallè.
Vuol salutar chi non combatté invano
e avanza di vittoria incoronato
e già si sente benedetto e amato
dal nuovo impero che all'Italia diè.

Parti, o bandiera dai colori santi,

verso più vasti, esotici orizzonti,
col ricordo gentil dei nostri monti
e il lieto augurio di sereni dì.
Per la più grande Italia, avanti, avanti!
Sotto più azzurri cieli e sol più ardente:
ti segue il cuore della nostra gente,
col saluto di Vico e Mondovì.

Son quarant'anni, bella bandiera,

che il cuore di Galliano aspetta e spera!
Noi col pensier veniam con te,
e ti vediamo sventolar su Macallè!


Complesse geometrie per dar forma a un Impero.

Conclude la "trilogia dell'Impero" una terza lirica, "Adunata!", del maggio 1936, ispirata alla proclamazione imperiale trepidamente attesa dall'autrice.

S'ode il suon dell'adunata

per la magica parola
che da Roma parte e vola,
e l'Italia è tutta in pié.
Quell'Italia sanzionata
che riunita in un sol core
da una fede che non muore
ha saputo far da sé.

Parla il Duce: al mondo intero

va una pagina di storia,
va una pagina di gloria
che nessuno offuscherà.
dice il crollo di un Impero
che a se stesso fu nemico,
e il mutar di giogo antico
in giustizia e libertà.

O bandiere che ai balconi

di ogni casa sventolate,
il vessillo salutate
che l'Armata accompagnò.
Sulle Italiche Legioni
la Vittoria spiegò l'Ale
ed in marcia trionfale
l'avanzata si cambiò.

Fior d'Etiopia, il frutto vedi

dell'unione e del valore,
un novello Imperatore
Mussolini dona a te,
e l'Italia, ritta in piedi,
nuovi allori nella chioma,
plaude all'Aquila di Roma,
al suo Duce ed al suo Re.

Suon di campana e di sirena,

segnal di pena tu non sei più,
la folla italica ti ascolta lieta
perché la meta raggiunta fu.

Ancora una volta, una poesia poco scaramantica nell'evocare (a due anni dalla guerra mondiale) la "campana e la sirena" come un segnale che non è più di pena.
La gioia del raggiungimento dell'Impero si prolunga nella felicità della nascita del principino (1937), che diviene (di nuovo con poca scaramanzia) ovviamente il segno della continuità eterna della dinastia, "col Padre della Patria e il Re Soldato".

Altre due liriche "di pace" conchiudono la raccolta in un segno meno guerresco, più femminile, come un lieto fine dopo gli ardori della vittoria: una dedicata al Boschetto dell'Impero ("come simbol di vita nel pensiero / fosti del Duce, e il gesto / che alla zolla ti affida, e per te chiede / rugiada e sole, e vivo atto di fede".), nato in celebrazione sempre dei trionfi imperiali. L'ultima lirica tratta della bonifica dell'Agro Pontino, che veniva completata in quello stesso 1937: iniziata nel 1924, è il grande trionfo di pace del Fascismo, specie in clima di sanzioni e di autarchia.

Sull'ondeggiare delle spighe d'oro
echeggian le campane di Littoria
e di Sabaudia. Celebran la gloria
dell'umano ardimento e del lavoro,
e la voce argentina par che canti:
"O Popolo d'Italia, sempre avanti!"

Con questa strofa beneaugurale si chiude la breve (ma non brevissima: 151 pagine) raccolta poetica. Siamo nel 1937, sulla soglia del baratro: nel 1938 verranno le leggi razziali, ad imitazione dell'alleato hitleriano. Poi la guerra (1939), e dopo un anno, l'intervento dell'Italia fascista, ben presto rivelatosi disastroso.

Nel 1942 Rosalia Calleri comporrà ancora i testi di un libro di musica a stampa, "Eclissi: coro a tre voci uguali senza accompagnamento", di Pietro Dentella, uscito a Bergamo. A Mondovì, invece, uscirà un suo breve saggio su "La chiesa di Sant'Anna Avagnina", nel 1943.

La sorella Giovanna Calleri ci testimonierà le conseguenze del conflitto nelle sue ultime opere, prima di scomparire nel 1946. Di Rosalia, invece, che pure sopravvive, tace ormai la voce poetica, e la poetessa di casa Calleri ci lascia solo queste ultime rime garbate, dove nel lussureggiare della Siepe in Fiore si annidano anche i seducenti fiori del male.



Giovanna Calleri, "La città ferita", Mondovì nel 1946. 

In copertina, rose di Giovanna Calleri.

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