Santuario della Madonna del Bricchetto



LORENZO BARBERIS.

Ho visitato la settimana scorsa il santuario della Madonna del Bricchetto a Morozzo, una delle tante testimonianze del gotico monregalese che non avevo ancora visto. In realtà ormai internet fornisce una discreta quantità di materiali, magari poco organica, anche su queste presenze relativamente minori, ma una visita di persona è ovviamente ancora preferibile, specie per chi come me ama scoprire piccoli dettagli significativi e talvolta misteriosi.

Il vero nome sarebbe Santa Maria di Castro Murato, in quanto la chiesa sorge sul luogo di una precedente fortificazione militare, legata al ruolo cruciale di Morozzo nelle comunicazioni altomedioevali. Il nome di Bricchetto deriva dal piemontesismo bric per indicare un'altura, quella su cui sorgeva il fortilizio e l'attuale chiesa.

L'elemento più pregiato al suo interno sono gli affreschi tardogotici di Giovanni Mazzucco, genius loci della pittura gotica monregalese, datati al 1491 da una scritta oggi scomparsa, che legava anche l'opera al committente Biagio Fauzone, e precisava la destinazione all'Assunzione della Vergine.



La chiesa nel suo insieme denuncia però un evidente rifacimento neogotico, legato al restauro del 1826; a questo periodo risalgono probabilmente anche le stazioni che accompagnano alla salita del monte.


Di gusto neogotico sono anche le vetrate della struttura, quattro, di cui solo tre visibili (una risulta coperta, ma pare dedicata, dal poco che si intravede e dalla logica, alla figura di Cristo). La prima coppia è la più interessante: da un lato l'Arca dell'Alleanza del Tempio di Gerusalemme, come vediamo qui sopra, con la dizione "Foederis Arca" e il nome di Aaron, Aronne, al centro, bene in evidenza. I due cherubim che la difendono sono effigiati in modo abbastanza fedele come due specie di sfingi.


Ancora più interessante la simmetrica figurazione della Chiesa cristiana, simmetrico tempio dell'età moderna, "Ianua Coeli", "porta del cielo" come è riportato nell'iscrizione semicancellata. Il ramo spinoso alla base forse è allusione alla corona di spine, mentre la M marmorea mostra la dedicazione della chiesa alla vergine. Oltre la porta celeste attente il triangolo divino con l'Occhio (mentre l'Arca è chiusa, la Chiesa è aperta), simbolo della trinità molto diffuso post Concilio tridentino, ma che oggi è stato associato anche all'occhio onniveggente degli Illuminati. In questo caso di speculazioni paramassoniche, la connessione dell'immagine con il Tempio di Salomone di templare memoria avrebbe un significato ermetico.

In verità la presenza del tema è mariano, e ancor più collegato agli affreschi, che vedremo, legati a Sant'Anna e San Gioacchino.

Come noto, Gioacchino fu cacciato dal tempio per l'assenza di figli, che lo rendeva indegno. Per tale ragione egli lascia la moglie e si reca nel deserto, finché un angelo non lo avverte che la moglie è rimasta miracolosamente incinta. Anna attese il ritorno del marito, che stava per diventare padre, sulla porta di casa e li si strinsero baciandosi. Tale porta diventò nelle varie elaborazioni della vicenda la porta aurea di Gerusalemme, simbolo della Ianua Coeli. La porta del cielo cioè, che sarà riaperta al genere umano per mezzo della Immacolata Concezione della Vergine, diventando un frequente attributo nell’iconografia dei due genitori.


Completa la sequela delle vetrate ottocentesche questa dedicata al Sacro Cuore di Maria (simmetrico, probabilmente, al Sacro Cuore di Gesù). La fiamma ardente dello spirito è simboleggiata anche dalla colomba discendente sopra il capo di Maria, mentre non so precisamente il significato delle fiammelle sopra le mani.


La sequenza degli affreschi si apre con la cacciata di San Gioacchino dal tempio. Come è ovvio, il contesto è pienamente medioevalizzato. Il sommo sacerdote sembra un papa, i suoi gregari dei chierici con tonsura, e la città sullo sfondo è una magnifica rappresentazione dell'immaginario della città medioevale, vera protagonista della scena. Gioacchino invece è effigiato come figura più biblica, con tanto di turbante orientaleggiante, mentre "alza le mani" rassegnandosi irritato alla cacciata.


Gioacchino si ritira nel deserto a pregare. Deserto che anche qui viene medioevalizzato e avvicinato all'esperienza coeva, trasformandosi nelle vallate pedemontane. Inoltre, essendo Gioacchino pastore, egli appare circondato dall'attività pastorizia svolta attorno a lui, che diviene per il Mazzucco un pretesto per raffgurare con dovizia di particolari l'arte della realizzazione dei formaggi. Il messaggio dell'angelo che lo spinge a ritornare a Gerusalemme passa quasi in secondo piano rispetto al trionfo caseario in prima fila, che rende quest'affresco il più ricordato del ciclo, giusta celebrazione della cultura gastronomica pedemontana.



Gioacchino ed Anna si ritrovano e si baciano presso la Ianua Coeli, come descritto sopra.



Segue la nascita di Maria, in un riquadro a prevalente composizione verticale, che qui ho spezzato nei due momenti essenziali: Sant'Anna nel letto del parto e Maria neonata lavata dalle ancelle. La presenza delle uova nella prima scena, richiamata poi anche nella scena del Tempio, sottolinea ovviamente l'elemento della vita.


Gioacchino ed Anna portano le loro offerte al tempio, per festeggiare la nascita di una figlia, tra cui vediamo la coppia di colombe e le uova. Notiamo il sacerdote ora in atteggiamento benedicente, mentre continua il predominio del tema della città medioevale, raffigurata in stile totalmente diverso (perfino la chiesa è cambiata).


L'educazione di Maria nel tempio è poi altro quadro di grandissimo interesse. In esso vediamo Maria, in bianco, come l'unica effettivamente devota allo studio della Bibbia, mentre le altre ragazze appaiono distratte. Una ha il libro chiuso, l'altra finge devozione ma tiene il libro al contrario, due chiacchierano tra loro. La maestra tiene in mano una frusta, tipico strumento associato al maestro medioevale, lo scettro simbolo del suo potere.



L'Annunciazione, in cui appare uno dei pochi cartigli presenti in questi affreschi, magnifici ma muti, è raffigurata ai due lati della scena centrale con Maria in trionfo.


Lo sposalizio della vergine con Giuseppe mostra nuovamente il tempio, più simile stavolta a quello della seconda scena dove appare. Nonostante la sua vecchia età, Giuseppe è il prescelto a sposare la bella Maria perché la sua verga è stata resa verde e fiorente, vincendo su quella degli avversari, che la spezzano con rabbia e invidia. Dietro Giuseppe, i musici coi classici strumenti musicali.


La nascita di Gesù vede di nuovo la presenza di un cartiglio, "Nuntio vobis gaudium magnum", di nuovo ad opera dell'angelo che sormonta la capannna della natività. Notiamo come la capanna sia chiusa da un recinto, che sparirà quando appariranno i magi: segno della rivelazione ancora celata in questo suo manifestarsi, che diviene pubblica dopo l'arrivo dei sapienti d'oriente. Sullo sfondo, in alto, i pastori che giungono per quella prima venerazione.


La circoncisione di Gesù è un episodio del vangelo secondo Luca, che mal si concilia con l'episodio seguente dei Magi, contenuto invece in Matteo. Secondo Luca, a otto giorni dalla nascita Gesù venne circonciso, come del resto normale per ogni ebreo. Ma ciò avviene a Gerusalemme, e ciò mal si sposa col fatto che i Magi, raggiunta la grotta di Betlemme, avvertano Maria e Giuseppe di fuggire.

In questo caso, comunque, le due figurazioni convivono affiancate. Notiamo la sproporzionata dimensione delle forbici imbracciate dal sacerdote: il tema della circoncisione, per un sottile spirito antiebraico, doveva sempre evidenziare la natura barbarica della pratica.


L'Adorazione dei Magi ci mostra l'arrivo dei sapienti, la sosta al castello di Erode, e poi la venerazione del bambino. La grotta è aperta, al collo il bambino porta il corallo, simbolo della passione. Tra i servitori dei re Magi uno vistosamente nero, e una scimmietta che siede o sul cavallo, in sella, o a cavalcioni del cappello di un mago.


La fuga in Egitto è occasione per mostrare il miracolo della palma piegata  Ancora una volta un episodio in cui il Bambino, mostrato sempre col corallo al collo, dedica una speciale attenzione alla Madre. Episodio apocrifo, non contenuto nei vangeli canonici, ma importante per la sua natura di primo miracolo e segno di devozione a Maria.


Con la strage degli innocenti si chiude, con una nota decisamente tragica, anche questo secondo ciclo dedicato all'infanzia di Gesù. Restano gli affreschi principali, dedicati al trionfo di Maria.


In basso, la Madonna in trono con Bambino, il quale tiene in mano un cardellino, simbolo del suo futuro martirio. Ai lati, abbiamo, da sinistra, un santo ignoto che sembra portare la cravatta, san Pietro martire da Verona, San Fiorenzo e Sant'Agata. Le corone di Madonna e Bambino sono fittizie, e meglio sarebbe stato, forse, dopo il furto, lasciarli a testa scoperta, piuttosto che con questi simulacri di plastica.


In alto, davanti a due fitte schiere di santi in marcia, Maria incoronata dal Figlio, dal Padre (con Sphaera Mundi) e dallo Spirito Santo, nel tripudio celestiale degli angeli musici.


Completano il ciclo alcuni affreschi devozionali minori, un Sant'Antonio Abate, un San Sebastiano e in particolare questo Beato GuglielmoFenoglio, certosino di Casotto, effigiato con la zampa di una mula che estrasse per farne arma contro i briganti che l'avevano assalito, suo massimo miracolo. Il beato, già singolare di per sé, risulta circondato da due Madonne con Bambino, entrambe con lo sguardo volto all'altare, pressoché identiche nella figurazione. Cambia solo il gesto del fanciullo, che ha un cardellino con sé e nella seconda immagine pare porgerlo alla madre.

Col tendaggio sullo sfondo e il senso di doppelganger, viene in mente la loggia nera di Twin Peaks. Ma è un riferimento che certo Giovanni Mazzucco non poteva aver presente.

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P.S.:

Uscendo, un'ultima interessante scoperta: questa lapide del 1763 che non sono riuscito a tradurre del tutto: "Due lapidi, da questo Castro Murato, sono state condotte a Torino in quest'anno 1763. Una all'ara della Sacra Matrona, l'altra al sepolcro dove (giace?) il capo della Medusa del Delfino" (se ho tradotto giusto, più la scritta finale che non saprei decifrare).


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