Il Pendolo di Torino



LORENZO BARBERIS.

In una mia recente recensione su Margutte, dedicata a una mostra monregalese dell'incisore Xavier de Maistre, mi è capitato di parlare del ruolo che Joseph de Maistre ha nel Pendolo di Foucault.

Nato nel 1753, cattolico ultrareazionario, nel 1774 De Maistre entra in Massoneria come Josebus A Floribus presso la loggia inglese dei "Trois Mortiers", dove si avvicina ai riti "scozzesi" di Saint Martin, che ambisce a dare al massonismo il senso di una rinascita templare, e nel 1778 (Eco non entra così nel dettaglio) si sposta nella sua loggia della Perfetta Amicizia.

Ma nel 1782 De Maistre partecipa al Convento di Wilhemsbad dove sconfessa l'idea della filiazione templare dell'ordine massonico, e invita inoltre ad abbandonare i riti di Memphis per limitarsi a una rinascita simbolica. I martinisti si trovano isolati e il templarismo non attecchisce.

Nel romanzo di Eco, la contraddizione è letta come parte di un piano di De Maistre (agli ordini, si può pensare, dei Savoia) per avere un ruolo più centrale nel piano di rinascita templare, eliminando gli avversari martinisti.

In effetti, storicamente, De Maistre entra nel senato sabaudo (1788) e viene inviato quindi in Russia come plenipotenziario dei Savoia (1802 - 1817), cercando, secondo Eco, un contatto con il gruppo templare ivi presente; ma fallisce e torna a Torino, dove è Cancelliere dei Savoia fino alla morte nel 1821.

Qui sotto, comunque, riporto l'intero testo in questione.

*

Si doveva rispondere alle seguenti domande: l’ordine ha davvero per origine un’antica società, e quale? ci sono davvero Superiori Sconosciuti, custodi della tradizione antica, e chi sono? quali sono i fini veri dell’ordine? questo fine è la restaurazione dell’ordine dei Templari? E via dicendo, compreso il problema se l’ordine dovesse occuparsi di scienze occulte. Willermoz aderisce entusiasta, finalmente avrebbe trovato risposta alle domande che si era posto, onesta-mente, per tutta la vita… E qui nasce il caso de Maistre.”

“Quale de Maistre?” chiesi. “Joseph o Xavier?”

“Joseph.”

“Il reazionario?”

“Se fu reazionario non lo fu abbastanza. Era un uomo curioso. Notate che questo sostenitore della chiesa cattolica, proprio mentre i primi pontefici incominciavano a emettere bolle contro la massoneria, si fa membro di una loggia, col nome di Josephus a Floribus. Anzi, si avvicina alla massoneria quando nel 1773 un breve papale condanna i gesuiti. Naturalmente de Maistre si avvicina alle logge di tipo scozzese, è ovvio, non è un illuminista borghese, è un illuminato — ma debbono porre attenzione a queste distinzioni, perché gli italiani chiamano illuministi i giacobini, mentre in altri paesi si chiamano con lo stesso nome i seguaci della tradizione — curiosa confusione…”

Stava sorseggiando il suo cognac, traeva da un portasigarette di metallo quasi bianco dei cigarillos di foggia inusitata (“me li confeziona il mio tabaccaio di Londra,” diceva, “come i sigari che avete trovato a casa mia, Prego, sono eccellenti…”), parlava con gli occhi perduti nei ricordi.

“De Maistre… Un uomo dal tratto squisito, ascoltarlo era un godimento spirituale. E aveva acquistato grande autorità nei circoli iniziatici. Eppure a Wilhelmsbad tradisce le aspettative di tutti. Invia una lettera al duca, dove nega decisamente la filiazione templare, i Superiori Sconosciuti e l’utilità delle scienze esoteriche. Rifiuta per fedeltà alla chiesa cattolica, ma lo fa con argomenti da enciclopedista borghese. Quando il duca ha letto la lettera in un cenacolo di intimi, nessuno voleva crederci. De Maistre ora affermava che il fine dell’ordine era solo una reintegrazione spirituale e che i cerimoniali e i riti tradizionali servivano solo a tener in allerta lo spirito mistico. Lodava tutti i nuovi simboli massonici ma diceva che l’immagine che rappresenta più cose non rappresenta più nulla. Il che – mi scusino – è contrario a tutta la tradizione ermetica, per-ché il simbolo tanto è più pieno, rivelante, possente, quanto più è ambiguo, fugace, altrimenti dove finisce lo spirito di Hermes, il dio dai mille volti? E a proposito dei Templari, de Maistre diceva che l’ordine del Tempio era stato creato dall’avarizia e l’avarizia lo aveva distrutto, ecco tutto. Il savoiardo non poteva dimenticare che l’ordine era stato distrutto con il consenso del papa. Mai fidarsi dei legittimisti cattolici, per quanto ardente sia la loro vocazione ermetica. Anche la risposta sui Superiori Sconosciuti era risibile: non ci sono, e la prova è che non li conosciamo. Gli fu obiettato che certamente non li conosciamo, altrimenti non sarebbero sconosciuti, pare loro che il suo fosse un bel modo di ragionare? Curioso come un credente di quella tempra fosse così impermeabile al senso del mistero. Dopo di che de Maistre lanciava l’appello finale, torniamo al vangelo e abbandoniamo le follie di Memphis. Non faceva che riproporre la linea millenaria della chiesa. Comprende in che clima sia avvenuta la riunione di Wilhelmsbad. Con la defezione di un’autorità come de Maistre, Willermoz venne messo in minoranza, e si poté realizzare al massimo un compromesso. Si mantenne il rito templare, si rinviò ogni conclusione circa le origini, insomma un fallimento. Fu in quel momento che lo scozzesismo perdette la sua occasione: se le cose fossero andate diversamente forse la storia del secolo a venire sarebbe stata diversa.”

E più avanti:

Bloccati da secoli nell’area slava, era naturale che í pauliciani si fossero riorganizzati sotto le varie etichette dei gruppi mistici russi. Uno dei consiglieri influenti di Alessandro I era il principe Galitzin, legato ad alcune sette di ispirazione martinista. E chi trovavamo in Russia, con ben dodici anni di anticipo su Napoleone, plenipotenziario dei Savoia, ad annodar legami coi cenacoli mistici di San Pietroburgo? De Maistre.

A quel punto egli ormai diffidava di ogni organizzazione d’illuminati, – che per lui faceva tutt’uno con gli illuministi, responsabili del bagno di sangue della rivoluzione. In quel periodo infatti parlava, ripetendo quasi alla lettera Barruel, di una setta satanica che voleva conquistare il mondo, e probabilmente pensava a Napoleone. Se quindi il nostro grande reazionario si proponeva di sedurre i gruppi martinisti era perché aveva lucidamente intuito che essi, pur ispirandosi alle stesse fonti del neotemplarismo francese e tedesco, erano però l’espressione dell’unico gruppo non ancora corrotto dal pensiero occidentale: í pauliciani.

Però il piano di de Maistre, a quanto pare, non era riuscito. Nel 1816 i gesuiti sono espulsi da Pietroburgo e de Maistre se ne torna a Torino.

*

Tale considerazione mi ha fatto riflettere sull'ambiguo rapporto del "Pendolo di Foucalt" con il Piemonte esoterico: rapporto assolutamente centrale e al tempo stesso assente. Il passo di De Maistre è l'unico caso in cui viene citata in modo esplicita l'azione dell'esoterismo sabaudo, in modo all'apparenza però relativamente marginale.

Ho quindi elaborato queste poche annotazioni, per vedere se questa ambivalenza possa avere un significato recondito, oppure no.

Umberto Eco, innanzitutto, è piemontese, originario di Alessandria d'Egitto.
Biograficamente, egli ha la stessa età di Jacopo Belbo, uno dei tre protagonisti, che lui stesso ha dichiarato di aver chiamato così in onore di Pavese, pensando addirittura in origine a Stefano Belbo come nome, poi scartato perché citazione troppo evidente.

Belbo è un Pavese che non si suicida, e quindi porta sulle proprie spalle il peso del proprio fallimento. Se Pavese si rimproverava spesso il ruolo passivo durante la Resistenza, lo stesso rimprovero in Belbo è attenuato dalla giovane età: è un ragazzino quando viene sfollato presso gli zii a ***, nel 1943: il paesino "tra Monferrato e Langhe" dove lo inviano i genitori per allontanarlo da Torino (qui solo "la città") e dai bombardamenti.

Il suo senso di colpa è quindi più astratto e meno rilevante; inoltre, l'età lo rende coetaneo di Eco, nato nel 1932. Il Monferrato è quello di Eco, le Langhe sono di Pavese. Curiosamente, il giovane Belbo entra in una banda di ragazzi capitanata da un tale Martinetti, cognome piemontese coincidente con quello del ramo materno della mia famiglia. Possibile l'omaggio a Piero Martinetti, filosofo kantiano antifascista, morto proprio nel 1943 dopo le persecuzioni del regime. Tuttavia la coincidenza personale mi ha sempre divertito.

Infatti il senso di colpa per aver "perduto le occasioni", troppo giovane per il '43 e la resistenza, troppo vecchio per il '68 con cui iniziano le vicende del romanzo, in realtà Belbo razionalizza con queste la vera occasione perduta, la Tromba da lui sognata. A sua volta, la tromba l'ha realmente posseduta, come scoprirà alla fine Casaubon, suonandola a celebrare la fine del conflitto in assenza di altri trombettieri ufficiali; anche questo dunque è dissimulazione di un simbolo fallico e del difficile rapporto con le donne, viste sempre come irraggiungibili e perdute.

Il pessimismo di Belbo si lega a filo doppio alla sua piemontesità, facendone il simbolo dello "scetticismo piemontese". Il portavoce di un'ironia razionale, di un approccio ludico all'esoterismo, che risulta vincente rispetto ai ciechi "true believers" dell'occulto. Già l'inflessione del piemontese, osserva il valdostano Casaubon, l'io narrante, fa sembrare ogni sua frase interrogativa, dubbiosa: poi quando vuole smontare l'interlocutore gli basta un cortese "Lei dice?" a distruggere ogni argomentazione con sguardo svagato. "Oh basta là!" è espressione di dissenso verso le sparate più deliranti degli esoterici interlocutori, ridotti al rango di minus habens, e l'ira si esprime nel "Gavte la nata", in piemontese nel testo, con cui smonta gli avversari più aggressivi, incluso Aglié sul finale.

Piemontese é anche Diotallevi, trovatello che si vorrebbe di origine ebraica. Nel Diotallevi wannabe ebraico vi è forse il senso del Piemonte come Israele delle Alpi, eclettico rispetto alla cattolicità, quasi eretico nel suo ondeggiare da Giansenio a Calvino. Certo il personaggio rappresenta soprattutto la Cabala e la numerologia nel romanzo: ma essa è comunque attribuita a un piemontese.

Casaubon, il narratore, è valdostano, e se Diotallevi è un ebreo wannabe, Casaubon è un wannabe piemontese, vorrebbe raggiungere lo scetticismo assoluto del mentore Belbo, ma non riesce.

Piemontese è però anche il rivale dei tre redattori che inventano il Piano come gioco letterario: Aglié, il presunto Conte di Saint Germain redivivo, o meglio Immortale, di origine piemontese (anche a livello storico). Egli si rivela come l'unico dei "diabolici" dotato di astuzia e pensiero critico, che invece di utilizzare per un semplice gioco letterario, come i tre redattori, volge al male usando la sua superiorità per dominare il mondo ermetico come detentore dei superiori segreti.

Aglié è un reale possedimento piemontese di Saint Germain, originario di Asti, di dove è originario Gozzano (e Aglié si circonda, in effetti, di "buone cose" ermetiche "di pessimo gusto".

Totalmente milanese è solo, tra le figure fisse della storia, l'editore Garamond, che è infatti figura macchiettistica dell'imprenditore bauscia. Ambientato a Milano, il Pendolo usa questa ambientazione per mostrarvi l'esilio del Piemonte ermetico nella capitale morale d'Italia.

Lo stesso Garamond, del resto, nell'avviare la collana esoterica che sarà l'inizio della fine, per i redattori e per il romanzo, cita non a caso due successi esoterici ambientati "nella Torino dell'automobile": "A che punto è la notte" di Fruttero e Lucentini, sulla Chiesa Gnostica, e i volumi di Giuditta Denbech sulla Torino oscura.

E "nel torinese", in collina, porta i tre redattori e Garamond lo stesso Aglié, da loro contattato come revisore editoriale della collana occultistica.

Qui essi assistono ai riti druidici delle Hallouines di Lisieux, di Clonmacnois e di Pino Torinese: una triade che ironicamente vuole porsi come bathos sarcastico, ma che conferma come l'esoterico si nasconda anche nel quotidiano della provincia piemontese. Esse "evocano correnti telluriche", dirà poi Casaubon rievocando la serata in Piemonte (dove, tra l'altro, anch'egli come Aglié si invaghisce di Lorenza Pellegrini, la bella compagna di Belbo).

Il dominio delle correnti telluriche è il grande segreto cosmico su cui si muove il Pendolo di Foucault, e quindi è ribadita la centralità del Piemonte ermetico. La "serata in Piemonte" sarà costantemente rievocata come l'accesso ai segreti del mondo esoterico dai tre protagonisti.

Lo stesso Umbilicus Mundi è posto nel Piemonte: ironicamente, Casaubon si chiede se esso si trovi per caso a "Baden Baden o a Cuneo". Dato che per Nietzche Torino era una "grossa Baden Baden", troviamo un rimando nuovamente piemontesistico.

La mappa per trovare l'Umbilicus Mundi che i tre redattori usano a titolo d'esempio è tratta inoltre, dicono le note del libro, dalla Biblioteca di Torino.

Napoleone III crea boulevard squadrati imitando la Torino dei Savoia per prevenire rivolte, riconda inoltre Belbo: e Parigi, dove si svolgerà il finale, è vista come una sorta di capitale europea dell'Occulto.

Tutti i personaggi rilevanti sono dunque piemontesi, e il Piemonte è il centro ermetico delle correnti telluriche, il probabile Umbilicus Mundi.

Tuttavia, tutta la storia ermetica dei Savoia è sottaciuta: l'unica citazione della Sindone è relativa a un lenzuolo apocrifo, non a quello custodito tra Duomo e Palazzo Reale.

L'unico cenno disvelatorio è, appunto, quello del De Maistre: che permette di ipotizzare che dietro all'occultista si muovessero i Savoia, attivi esotericamente almeno dal '300 sindonico.

Certo è possibile che il Piemonte esoterico sia sottaciuto essendovi già tanto "Piemonte biografico" nella trama: ma in un romanzo "esoterico" come il Pendolo la cosa potrebbe essere anche una mascheratura voluta. Anche se, come ci insegna proprio Eco, la sovrainterpretazione è sempre in agguato.



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