L'unità didattica "Simone Tempia"



LORENZO BARBERIS.

(Doppio spoiler alert: si parla del racconto qui sopra, che oltretutto, per le regole di Simone Tempia, si può ottenere solo con una mail all'autore presso contemporaneoindispensabile@gmail.com. Ma è una eccezione alla regola che ha autorizzato lui, giuro)

Sono quindici anni che insegno, eppure è la prima volta che faccio leggere in classe un autore che conosco di persona (di persona: via facebook, diciamo).

Lo spunto mi è venuto dopo aver letto l'ultimo racconto di Simone Tempia, "La telefonata". A me Tempia ricorda Buzzati, per alcune cose, e in particolare avevo appena fatto leggere in classe "La giacca stregata", che presenta un dilemma morale simile (molto più semplice: un patto con il diavolo classico. Ogni volta che prendi tot soldi dalla giacca, qualcuno muore).

Mi è capitato di dirgli che la storia avrebbe funzionato bene per il lavoro in classe, in quanto si prestava a  una riscrittura da parte degli allievi, e Tempia mi ha autorizzato a violare le regole del fight club che lui stesso ha creato (come è noto, lo scrittore passa i racconti solo via mail, e dietro promessa di non divulgarli).
Così ho letto ai suoi venticinque (venti, in verità) lettori la storia in questione.

Un libro di testo, come sa chi insegna, va provato sul campo. Ho avuto la conferma della mia intuizione.
Tempia funziona. Oltre alla struttura che sviluppa un mistero (i ragazzi si disinteressano molto in fretta di ciò che è già scritto dalla prima riga) e si chiude con un potenziale dilemma morale (ideale per un minimo di dibattito in classe), Tempia ha una scrittura semplice ma non banale (difficile non viene capito, troppo piatto annoia).

Conclusa la lettura, commento il racconto, facendo emergere i punti essenziali con qualche domanda, qualche precisazione.

Poi si propone la traccia di scrittura sull'opera stessa.

Chiedo agli allievi le seguenti cose:

1) Che nome daresti alla ditta che opera lo scambio di vite? Inventa anche uno slogan
2) Che vita potrebbero proporti per convincerti ad accettare lo scambio?
3) Tu accetteresti?
4) Immaginiamo che accetti. Cosa succede dopo?

La prima domanda è una variazione sul classico del "dai un tuo titolo al racconto".
I ragazzi si dividono qui in tre grandi possibili suddivisioni:

1) Nomi in italiano, che mi ricordano un po' l'insegna di una bottega di paese.

"Vita e morte", "Cambio d'esistenza", "Diavolo & Co." (qualcuno ha preso alla lettera il discorso sul patto col diavolo), "La vita in meglio", che è uno slogan che, nella sgrammaticatura, mi fa pensare alle false pubblicità di Maccio Capatonda.

2) Nomi in inglese, brevi e vincenti. Solitamente efficaci. La soluzione prevalente, molte volte uguali anche tra
allievi che non possono aver copiato. Quasi sempre c'è l'idea di vita, ovviamente.
"OtherLife", "Sellyourlife", "ChangeLife", "Betterlife" e via così.
I miei preferiti sono "LifeSeller", che fa pensare al Bestseller, e "aLterLife" che
gioca anche graficamente sulla modificazione di Afterlife. L'afterlife del suicida diventa l'alterlife di un altro.

3) Nomi da finanziaria italiana, in italiano ma brevi. Sono quelli che trovo più adatti.
CAMBIAVITA. VITAPERM, NOVAVITA e un inconsueto "Mischianima", che non saprei se collocare tra questi (ha un che di troppo vetusto) o in una riuscita insegna da negozietto dell'orrore, stile il Safarà di Dylan Dog.

Gli slogan sono più uniformati: "Quando una vita non è abbastanza"; "Quando la vita non ti sorride",
"La tua vita non ti soddisfa?" e variazioni sul tema. Gli slogan sono tutti abbastanza corretti (la cultura pubblicitaria si è radicata a fondo), pochi optano per scelte ironiche, le migliori forse sono:
"Ti doniamo una miglior vita" (giocando sull'eufemismo per la morte, ovviamente) e, più esplicito,
"Cambia, o ammazzati!" (una situazione win win per l'azienda: in un caso ha un cliente, nell'altro un nuovo "monolocale sfitto").

Interessanti anche le risposte sull'offerta che non si può rifiutare.

Avevo pensato a una risposta schiacciata sui soldi, e i soldi ci sono, ma quasi sempre in funzione di un progetto di realizzazione.  Certo, si può sospettare di captatio benevolentiae rispetto all'adulto, ma personalmente non credo: il compito è senza valutazione (se c'è la valutazione, c'è una scrittura più impegnata, migliore, più ampia, come è ovvio: ma minore sincerità).

Uno parla di diventare ricco, ma non per godersi la ricchezza, dice, che prima o poi finisce, ma avere capitali da investire in un'azienda sua. Altri parlano di soldi, ma "per realizzare i miei sogni", "perché sono un sognatore", perché "sono pieno di desideri".

C'è qualcuno che ammette "vorrei fare la bella vita" o esplicita di volere "uno yacht, belle ragazze, e uno squalo personale" (si vede che ha visto Kick Ass 2), ma sono in minoranza, un paio di persone su una classe di venti.

Uno dice di volere soprattutto una "vita attiva", uno cita involontariamente il Leopardi del dialogo del venditore di almanacchi ("cambierei solo con la vita di un neonato, che ha tutto il futuro davanti a sé"). Un altro ancora vorrebbe "la vita di un diciottenne con tutta la vita da vincere".

Uno vuole essere un cantante a inizio carriera, sul punto di sfondare, uno "una persona importante", uno "un genio incompreso", per poter "cambiare la società" con le sue invenzioni (in parte rubando le idee del genio incompreso spacciandole come sue e diventando, lui, compreso e famoso, ma poi subentrando con le proprie innovazioni). Uno, visto che l'appartamento è vacante, si farebbe offrire la vita di Steve Jobs.

Molti parlano di viaggi, quasi tutti di "molti amici", uno solo vorrebbe "una famiglia molto unita". Molto pochi si concentrano sull'aspetto sentimentale-erotico: oltre a quello dello squalo, circondato di ragazze, c'è un altro che si vuole un  "playboy milionario" (ma magari come copertura per fare Batman, chissà) e un altro che vorrebbe "una fidanzata carina".

Tenuto conto che la storia indicava questa direzione (ciò che convince Giulio è il combinato illusorio bionda seducente + voce innamorata al telefono) siamo su un tasso relativamente basso.

Passiamo all'accettazione o meno del patto.

Premettiamo che il patto con il sarto Alfonso Corticella (Buzzati, "La giacca stregata") l'avevano accettato quasi tutti.  Su questo sono più dubbiosi.

Possiamo dividere la classe in quattro parti quasi perfettamente uguali: un quarto accetta con entusiasmo ("certo che accetterei!" e cose simili), un quarto con formule di prudenza ("credo che in linea di massima accetterei"), un quarto si rifugia nell'equidistanza ("Una scelta difficile, non saprei.") e un quarto rifiuta nettamente. In definitiva, direi un 50% e 50%. Mi stupisce, il patto col diavolo esplicito sì, questo no? Il dubbio, espresso a voce in sede di correzione, è ovviamente legato rinunciare agli amici, alla famiglia, e cose così. In Buzzati morivano solo persone sconosciute, pazienza.

Ci sono conseguenze negative?

L'idea è poco gradita. Anche qui, "era meglio la giacca stregata", lamentano. Muore gente sconosciuta, il protagonista prende solo soldi, e si frega per i suoi assurdi sensi di colpa.
Molti chiedono se "per forza" deve andare male.
No, dico: sono liberi di scegliere.

Molti quindi, in modo consolatorio, fanno che va tutto bene. Al massimo, dicono che hanno "un po' di problemi ad adattarsi ai nuovi ritmi", "stanno attenti per eventuali fregature", uno ipotizza di chiedere "un periodo di transizione" tra vita vecchia e vita nuova.

L'allievo più bravo elabora una triplice risposta, ottimistica / pessimistica / realistica:
nella prima va tutto bene, nella seconda il protagonista viene assassinato dai nuovi parenti, in quella realistica lo stress dello shock dell'adattamento alla nuova vita lo porta a depressione/assunzione di psicofarmaci.

I più però ipotizzano un contrappasso di tipo economico (come quello del racconto di Tempia era appunto sentimentale). Quasi sempre la vita del benestante che hanno ottenuto è quella di un evasore fiscale, di un truffatore, di uno che ha lasciato montagne di debiti, inseguito dall'FBI o da altri servizi segreti (solo in un caso la minaccia sono ladri). Chissà da dove deriva questo modello sociale.

Più raramente, il contrappasso è malattia: in forma generica o, in modo molto freudiano, uno ipotizza di scoprire, dopo l'acquisto, che il ricco che va a sostituire è cieco, e per completare la transizione, in modo ormai irreversibile, bisogna operare. Trasferitevi a Colono, dicevano!

Ci sono poi due casi originali.

Uno rovescia il punto di vista: il contratto è la truffa perfetta, lo hanno illuso di cambiare vita, in verità gli hanno dato dei dati inesistenti, e intanto hanno tutte le sue password, le chiavi di casa, e lo ripuliscono completamente.

Uno  studente scrive invece che il vero finale è che il docente di italiano sta proponendo questi racconti sul  patto col diavolo per propiziare un accordo di tale tipo da parte dei suoi allievi. “Firmate il compito col sangue, per favore.”

Decisamente, se ci tengo al posto devo smettere con la scrittura creativa in classe.

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