Maturità



LORENZO BARBERIS.

Ho finito un paio di settimane fa il mio primo esame di maturità dall'altra parte della barricata, nello stesso Liceo dove ho compiuto gli studi. Doveva succedere, prima o poi, e il fatto che il mio esame da studente sia avvenuto esattamente mezza vita fa (19 anni quando ho sostenuto l'esame, quasi 38 ora che esamino) non è forse così rilevante. Però un po' fa impressione, obiettivamente.

Anche perché il ritorno avviene in uno spazio onusto di storia, il chiostro dell'antico Convento francescano di Nostra Donna. Sorto nel 1478, consacrato nel 1535, il convento dal 1583 servì per seppellirvi le più eminenti famiglie monregalesi, e nel 1639 un anonimo monaco realizzò i dipinti della vita del santo (della stessa epoca l'adorazione dei magi e dei pastori contenuti nella cappella del convento e oggi del Liceo, per la quale si è scomodato il nome del Moncalvo).


Uno degli affreschi meglio conservati è quello qui sopra, quando il papa decide di autorizzare il nuovo ordine, che con la sua aria vagamente inquisitoriale era perfettamente adatto al clima di esami. In seguito molti affreschi sono scialbati e quindi ricoperti da busti successivi.

La peste era passata, a Mondovì come altrove, nel 1630, nove anni prima degli stessi; la cancellazione quindi potrebbe avvenire più probabilmente sotto Napoleone, venuto in città personalmente nel 1796 a vincere con la battaglia di Mondovì l'intera campagna d'Italia.

Con la restaurazione e quindi l'avvento del Liceo Classico nel 1825 il locale torna in parte alla sua antica funzione: luogo di sepoltura - per cinque ore al giorno, per cinque anni - delle famiglie altolocate monregalesi. La copertura degli affreschi avviene in questo periodo, verso il 1850, quando alla Torre del Belvedere vengono anche aggiunti i padelloni di orologio.

Gli affreschi vengono riscoperti solo nel 1920, quando ormai, in poco meno di un secolo, la frenesia ottocentesca per lapidi e decorazioni ha coperto interamente le ampie arcate, tra le lamentele di Mercurino Sappa.

Il Billò, storico cittadino di Mondovì, le dà in alcuni articoli come se non fossero mai state coperte e quindi deturpate consapevolmente, quasi per laicismo massonico, anche se sembra troppo grossa. Anche se, possibile che quei dotti sublimi di un tempo, sempre magnificati per la loro arguzia, non si rendessero conto che un ex-convento poteva almeno in teoria prevedere una decorazione in quel luogo?




Tornando agli affreschi, va detto che non sono oggettivamente eccezionali. Lo stile manierista fa presupporre che il 1639, unica data rinvenuta, rappresenti la fine dei lavori piuttosto che l'inizio; ogni rimando al barocco, anche ingenuo, è totalmente assente. Ma non mancano alcune scene interessanti, come i demoni che affliggono la città prima che il Santo provveda a cacciarli; o, all'opposto, il trionfo sul carro solare di Elia, novello Fetonte.


Più che gli affreschi in sé, ripeto, sono i secoli di storia monregalese che guardano severi dall'alto di quelle mura che mi colpiscono e stimolano una riflessione.

In ordine cronologico, la prima figura onorata è quella di Dante, il cui busto poggia sopra la propria stessa opera, come sarà anche dei notabili monregalesi inseriti in questo pantheon della cultura. La biblioteca storica del Classico, ove abbiamo tenuto gli esami, mostrava gli ex libris dell'epoca, personalizzati in un logo del Liceo come tempio classico, onorato dalla triplice dizione "Omero - Virgilio - Dante". Ultimo e terzo tra cotanto senno, l'Altissimo Poeta presiedeva come mentore alle schiere dei minori che erano venuti dopo di loro nel Mondovì.

Un paio di lapidi, senza però figure, ricordano le glorie monregalesi: l'arte della stampa nel '400, l'università sabauda nel '500 (e fino al 1719).




Il primo Grande, questa volta monregalese, ad essere eternato è il Cardinale Bona (1609-1674). Un busto romano del 1788, portato a Mondovì nel 1874, nel bicentenario della morte, che celebra il potentissimo cardinale monregalese, quasi divenuto papa e comunque influentissima eminenza grigia della curia romana, con "notevoli entrature nel Sant'Uffizio e nella Congregazione dell'Indice" (Billò). Tra l'altro, il 1874 non è una data a caso per un simile sacco piemontese in terra romana: nel 1870, con la Breccia di Porta Pia, la Nuova Italia ha fatto prigioniero il papa, appena divenuto Infallibile.

Ernesto Billò sull'Unione Monregalese ha riportato ipotesi che vogliono il busto addirittura di mano del Bernini, coevo in effetti del grande prelato, e vivente a Roma nel suo stesso periodo, nelle stesse cerchie della curia romana, con ruoli ovviamente diversi.


Nel 1632, a inizio carriera, il Bernini aveva realizzato il ritratto scultoreo del Cardinale Scipione Borghese, che è senz'altro uno dei modelli che lo scultore di questo busto ha in mente.


Nel 1674, anno della morte di Bona, l'anziano Bernini era ancora attivo e anzi realizza uno dei suoi capolavori, la sensuale morte della beata Ludovica Albertoni che richiama la più nota e iconica estasi di Santa Teresa (1645-54).

La scritta, prudentemente, si ferma al 1788, ma in occasione della posta Felice Garelli pare abbia fatto riferimenti al Bernini, ipotesi ripresa nel 1909 e poi accantonata per prudenza. Sarebbe il secondo possibile Bernini in città, dopo il bel crocifisso in avorio scampato ai saccheggi napoleonici e infine ottenuto nel 1826 dal vescovo Buglione.

La fase immediatamente successiva, quella del '700, è rappresentata dall'omaggio di prammatica al Marchese d'Ormea, che cardinale non riuscì a diventare - ci avrebbe tenuto tantissimo, ma i Savoia non volevano un Mazzarino o un Richelieu come proprio primo ministro, troppo potente e autonomo - e al genio dell'architetto Francesco Gallo, oltre che ai due altri grandi, il Vasco e il Cigna, che avranno l'intitolazione rispettivamente del Liceo Scientifico e dell'Istituto Tecnico monregalesi.


Si tratta di quattro medaglioni che, nei progetti originari, avrebbero dovuto decorare la Funicolare eretta nel 1886, prodigio della scienza e della tecnica e tuttora massima gloria di Mondovì (se la visitate, nella stazione a valle di Breo si vedono ancora gli spazi vuoti che avrebbero dovuto accogliere l'elogio marmoreo delle glorie patrie). Francesco Gallo, il sommo architetto (e uno dei rari nomi tautologici italiani famosi) tutto sommato è collocato al centro di una serie di personaggi che ammirano lui al posto del Santo, e va bene.



Ben più criptico invece il Marchese d'Ormea, che viene celebrato in un dipinto con qualche miracolo legato a un Pozzo. Il Pozzo potrebbe essere rebus di Andrea Pozzo, il massimo pittore gesuita, trentino che iniziò la sua carriera a Mondovì. L'affresco così li metterebbe segretamente in connessione. Oppure c'è un significato meno enigmistico e più enigmatico, il Pozzo come la "tradizione profonda" a cui il divino Marchese attinge segretamente, e così via.





Aggiungiamo anche il grande assente, ma perché già degnamente celebrato davanti al liceo e nel nome: l'abate Beccaria, scopritore monregalese dell'elettricismo naturale, secondo solo a Franklin negli studi elettrici moderni sul finire del '700. Anche nella sua statua tardo-ottocentesca tra l'altro vi è un libro, segno degli studi compiuti, anche se dissimulato sul retro della scultura lasciando il posto, in mano, a un più massonico compasso.



Seguirà la teoria degli Ottocenteschi, che si celebrano a vicenda nel tentativo di porsi nella grande tradizione monregalese che vanno creando.


Grandissimo risalto ottiene, con una nicchia pari a quella del Bona, Giuseppe Francesco Baruffi (1801-1875), canonico di più modesta entità. Beneficiato anche di una ricca voce sulla Treccani, Baruffi, cui andrà l'intitolazione dell'istituto di ragioneria e geometri della città, era figlio di "Margherita Gastone, cugina di quel Michele Gastone che fu uno dei capi delle società segrete in Piemonte durante la Restaurazione". In verità non si deve all'entratura massonica (non solo, almeno) il suo particolare encomio scultoreo: ma al fatto di essere il primo degli Ottocenteschi, scomparso l'anno dopo la collocazione del Bona quale mentore del Regio Liceo della Nuova Italia (una retorica avviatasi dopo il 1861, e ancor più segnatamente dopo il 1870). Baruffi deve la sua notorietà ai resoconti dei viaggi, il primo da Londra, seguito da molti altri.


Il secondo, per anno di nascita, è Antonio Roascio (1809-1886), unico artista (non figura il teoricamente più noto Quadrone, forse perché la pittura è meno classicamente nobile).

Il bassorilievo dello scultore monregalese, tra l'altro, va curiosamente a inserirsi su una scena difficilmente decifrabile, che però potrebbe quasi essere scambiata per il Sogno di Costantino (che non è), a cui l'attuale pittore monregalese Marco Roascio (non imparentato) ha dedicato un vasto ciclo interpretativo nel centenario del 2013.

L'omaggio a Roascio è minore, solo un bassorilievo, forse perché solo scultore e non letterato, forse perché tardivo: muore nell'anno della funicolare, il busto è quindi più o meno coevo dei bassorilievi pensati per essa, e quindi non si poteva dare ormai più risalto a lui che ai quattro grandi del glorioso '700 monregalese.


Giuseppe Borio (1812 Mondovì - 1887 Torino) però è dello stesso periodo, come morte, e gode di nicchia di gran pregio. Si era laureato in ingegneria ma poi, gravato dal titolo inutile, pensa bene di diplomarsi al conservatorio, cosa che gli dà modo di guadagnarsi eccellentemente il pane: gira il mondo, si sposa in Grecia con un'italiana, passa i teatri d'Europa, dirige il conservatorio di Madrid in Spagna. Ma nel 1847 torna in patria, partecipa al Risorgimento, e nel 1853 il Cavour lo vuole ministro delle Finanze. Fonda un periodico, "L'Economia Rurale", ricordato nel basamento del busto. "Rimangono abbozzi ed appunti di un'opera di vaste proporzioni, che meditava di scrivere, per dimostrare il procedimento di evoluzione in tutte le fasi della storia universale o per additare il lungo cammino percorso dal genere umano" (Dizionario Rosi).



Michele Peyrone (1813 - 1883) è il medico e chimico scopritore del Cisplatino, da lui sintetizzato nel 1845 dopo il suo lavoro nel laboratorio di Liebig (1842-44) e ancora oggi usato come base dei farmaci anticancro. Docente di chimica all'università di Genova dal 1854 in poi, la sua caduta nell'oblio monregalese (salvo qualche super-addetto ai lavori storici, penso) è singolare: le uniche pagine che si trovano su di lui sono in inglese, siti americani di storia della scienza. La sua lapide deturpa un singolare paesaggio arcadico, che non riuscirei, nemmeno con sforzo, a ricondurre a qualche episodio della vita di San Francesco. Anche per Peirone, bassorilievo gemello a Roascio. Anche la scienza non assurge alla dignità del tutto tondo.



Vincenzo Garelli (Nato a Mondovì il 08/05/1818 e qui morto l'08/08/1879), era docente di Filosofia all'università di Torino e membro dell'Accademia delle Scienze sabauda. "Della Pena e dell'Emenda", il suo testo principe, in bella mostra tra altri quattro volumi, che rimandano presumibilmente ad altrettante opere. Il busto è simmetrico a quello del Borio, scomparso una decina d'anni dopo, nel 1887, e ha di nuovo un bel risalto.

La biblioteca di Harward, in USA, possiede il testo dell'opera e lo ha scansionato, rendendolo disponibile online (qui); il titolo si pone come un dialogo a distanza col "Dei delitti e delle pene" settecentesco dell'altro grande Beccaria, nonno del Manzoni.

Librinlinea attesta addirittura 28 testi diversi, ma alcuni sono contributi più occasionali. Di maggior rilievo mi paiono una biografia di Vincenzo Gioberti e una di Antonio Rosmini, oggi su Google Books e il Della Logica, o Teoria della Scienza, libri tre. Altri scritti sono più d'occasione, o contributi pedagogici in favore soprattutto delle scuole e delle biblioteche rurali, perorate come metodo di diffusione dell'istruzione.


Con Felice Garelli (1831 - 1903) arriviamo al '900. Il senatore monregalese è qui ricordato per una sfilza di meriti in ordine sparso, che gli hanno valso anche l'intitolazione di una scuola, il Professionale monregalese.


Il fratello maggiore Giovanni Garelli (1825 - 1881) ottenne un monumento ancor più prestigioso, davanti al Municipio monregalese, per premiare i suoi maggiori meriti, in primis il suo spendersi con successo per ottenere a Mondovì le connessioni ferroviarie indispensabili per non restare isolata nel quadro del nascente Piemonte industriale con al centro Torino.


Mercurino Sappa è una figura affascinante, per me, fin dal nome, così ermetico in senso proprio etimologico.

Nato a Torino il 4 aprile 1853, morto a Mondovì il 7 gennaio 1926, fece parte del gruppo letterario piemontese, che fiorì dopo la scapigliatura romantica, e al positivismo contrappose lo spiritualismo, alla negazione dei valori civili e politici la più ardente italianità. Allievo di Arturo Graf, pubblicò studi su Dante e su Parini.

Scrisse: Poesie (Reggio Emilia 1884); Le pie rime (Torino 1896); Le Monregalesi (Saluzzo 1899); ma l'opera sua più caratteristica sono le Ballatette (Torino 1904), brevi componimenti idillici, nei quali a viva intonazione lirica si unisce repentinamente una movenza ironica, vicina ai crepuscolari. Le sue liriche sono state raccolte nei volumi: Il Manipolo (Torino 1908); Poesie edite ed inedite (ivi 1926).

La lapide, del 1926, gli tributa solo gli onori del bassorilievo, e non sfregia nemmeno più gli affreschi secenteschi. La sua passione bellicosa per l'interventismo lo rendeva comunque gradito al fascismo, che gli tributa così questa celebrazione.



E a proposito d'interventismo, questa lapide parrebbe celebrare Romano Prodi e i suoi trattati con Gheddafi (più dissimulati di quelli di Silvio B., ma non assenti); ma in verità si riferisce alla guerra di Libia del 1912. L'immagine sovrastante, col suo santo senza testa, non è un ermetico commento, ma mostra, credo l'episodio di Francesco che si spoglia nudo, coprendosi poi di un rozzo saio.


L'ultima deturpazione è quella per i caduti della Grande Guerra tra gli allievi della scuola monregalese. Ancora niente simboli littori, anche se vi è già un Gladio, e l'uso delle V al posto delle U, che è un portato del regime. Lo stile dei caratteri è ancora florale.


E chiudiamo la carrellata di storia patria con la principale lapide fascista.

Il fascismo fa quasi bella figura, con le sue iscrizioni forzatamente rispettose degli affreschi. Tra l'altro poche le celebrazioni littorie, in una città che non è mai stata fascistissima anche negli anni del regime. Gli unici due fasci ciclopici e vagamente geometrico-futuristici, con un bel pugno nell'occhio borghese dell'osservatore, sono i due che circondano il memoriale di Havis De Giorgio (1914-1939), figura a suo modo interessante.

Nato in Tunisia egli è figlio dell'esoterista Guido Lupo De Giorgio, nato a San Lupo nel 1890. De Giorgio si era recato in Tunisia come insegnante di Italiano, dopo analoga esperienza a Parigi dove conobbe e collaborò con Guenon. Le sue opere esoteriche per le riviste di Evola le firmava come Havismat, cosa che rende inquietante il nome Havis dato al figlio, poiché in Sanscrito (la lingua sacra amata dal gruppo di Ur) Havismat significa "offrire un offerta" e Havis "offerta", cosa che rende il tutto gravido di un senso di inquietante profezia.

Negli anni '20 Guido De Giorgio torna a Mondovì e qui il figlio studia e si diploma appunto al locale Liceo, ma nei primi anni '30 interrompe gli studi per diventare camicia nera e arruolarsi nell'impresa coloniale. A capo dei suoi ascari si distingue in imprese in Corno d'Africa, dove muore nel '39 nel corso di un'azione. Mussolini in persona consegna al padre la medaglia d'oro, mentre nel 1941 gli è concessa una laurea postuma in lettere all'università di Torino.

Nel 1945 si rifà il rifugio Mondovì, costruito nel 1929, e c'è tempo per rinominarlo in suo onore. Nel secondo dopoguerra la dizione non sarà mai ufficialmente cancellata, ma ci si limiterà a rimanere ancorati al nome storico. Di recente si è ripreso a parlare di Rifugio Havis de Giorgio - Mondovì, a dimostrazione che il "passato che non passa", come ricordava Levi, a volte invece passa.


E con le inquiete figure del fascismo ermetico lascio il Regio Ginnasio.

Noi fummo, ed ora sei tu, sembrano dirmi i volti delle glorie del passato, coi loro severi sguardi di pietra. Sic transit gloria mundi: Omero-Virgilio-Dante sono immortali, dal '500 al '700 la storia patria è tutelata dagli appassionati locali, Beccaria, Vasco, Cigna, Baruffi, Garelli sono rimasti, ma sono ormai flatus vocis delle scuole locali. Borio, Peyrone, Havis, sono ormai nomi privi di senso, credo, per il monregalese colto. Roascio sopravvive di più, nelle sue opere, e online certo per l'azione dell'artista moderno.

Il secondo dopoguerra cessò di eternarsi nei marmi del Liceo, forse anche per distacco verso la retorica del regime.

Oggi Renzi, con la sua riforma della scuola (ci vuole un governo di sinistra per fare le riforme di destra, andrebbe scolpito appunto nel marmo), intende tagliare, per risparmio, di un anno il percorso superiore italiano, cancellando di conseguenza anche il Ginnasio, ultimo residuo vetusto di un tempo che fu.

E' estate, ma un vento freddo mi taglia mentre esco dal Liceo, sotto il cielo gravido di nubi.
Il vento gelido di questa strana maturità.

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