L'Arcano (di Piazza) Maggiore.



LORENZO BARBERIS.

Sono stati di recente restaurati, oltre alla cattedrale di Mondovì (di cui dovrò prima o poi parlare) gli affreschi della sala centrale dei Circolo di Lettura di Mondovì, presso l’antico Palazzo del Governatore (il palazzo degli stemmi sulla Piazza Maggiore).

Gli affreschi, realizzati da Nino Fracchia, gloria dell’arte locale (1888-1950) sono uno dei più alti esempi dell’arte monregalese nei primi del ’900 (ma ancora tardo ottocentesca per concezione).

Fracchia decora la sala creando un colonnato rosso in trompe l’oeil; ognuna delle quattro pareti mostra poi una allegoria femminile specifica, con riferimento al ruolo del Circolo di Lettura come spazio ricreativo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia monregalese della Belle Epoque. Le quattro allegorie femminili sono, forse per puro caso (quattro pareti è un numero fisso, in fondo), quasi in corrispondenza con le allegorie dei quattro continenti realizzate nel 1675 da Andrea Pozzo per la vicina chiesa gesuita di San Francesco Xaverio. Quasi una simmetrica allegoria con “continenti immaginari” della Beneficienza, della Lettura, della Musica e del Gioco, come vedremo, di tipo laico.

L’immagine presentata in copertina è l’allegoria più criptica: una fanciulla vestita come una vestale che elargisce liberamente le sue ricchezze, pescandole da un calderone regale che include due scettri e una corona (decorata a gigli di Francia), oltre a collane di perle e medaglioni. L’allegoria è un po’ oscura, ma credo possa essere figura della liberalità dell’associazione, che ha sovente scopi benefici. Infatti è la fanciulla più casta e seriosa, come si addice al suo ruolo di benefattrice.

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L’allegoria della Lettura ci mostra la donna intenta a leggere un libro, che non ci svela, mentre aperto e in bella vista vi è un libri d’arte illustrato con figure floreali, coadiuvata da un puttino con una ciclopica lente di ingrandimento che esamina un altro volume non visibile, ma che possiamo ritenere illustrato, dato che la lente può servire per apprezzare meglio la bellezza delle figure (forse allusione al fatto che le opere stesse di Fracchia vanno esaminate con cura alla ricerca di dettagli nascosti?). L’aria è ancora seriosa e ispirata, pur in un contesto maggiormente leggiadro. Altri tre amorini l’assistono: uno porta un fascio di fogli, uno legge un libro, mentre uno mostra un’immagine allo spettatore.
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La Musica è altro elemento allegorico che appare a decorare la sala, ovviamente in riferimento alle feste danzanti che si tenevano nel circolo stesso. La fanciulla appare decisamente più allegra e frivola, come è consono al tema festaiolo. Tre puttine danzano, riproducendo le tre grazie, mentre tre puttini a loro fianco suonano il tamburello e il flauto. Nascosto tra le gonne della fanciulla, un puttino suona invece la chitarra.
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Gli amorini travestiti, da Arlecchino, da diavoletto, da Pierrot, da cinesino (curiosa la figura del vecchio col cilindro e un lungo naso rubizzo: non sembra un fanciullo mascherato), confermano la natura carnevalesca di queste danze.
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Non mancano neanche alcuni amorini intenti a bere, a mostrare come la devozione a Bacco fosse elemento importante in questo genere di feste. Uno è completamente ubriaco e accasciato sonnolento a terra, uno lo indica ridendo ai compagni che osservano curiosi. La figura più strana è quella dell’amorino trasparente vicino alla cariatide, trattegiatto in azzurro e con un mano un calice vuoto. L’azzurro appare troppo carico per essere solo una velatura delle nebbie; possiamo quasi pensare che rappresenti l’amorino dormiente giunto all’estasi (ekstasis, ovvero letteralmente “uscita dal corpo”) tramite le libagioni, e che ora osservi l’intera scena col suo “corpo astrale”, vagamente perplesso.
Le cariatidi che separano la scena, come pure le colonne rosse in trompe l’oeil, rimandano a un nobilitante contesto classico. La maggiore ampiezza dedicata al ciclo delle Danze e della Festa indica forse una preminenza di tale elemento.
fortuna
Particolare interesse ha sempre avuto per me la quarta allegoria che chiude il cerchio, quella del Gioco. Vestita di una gonna a scacchi, la fanciulla regge in mano una Torre Nera e un Cavallo Bianco. Davanti a lei due amorini: uno osserva gli scacchi in mano della donna, con attenzione (La Torre Nera potrebbe rimandare alla Torre del Belvedere simbolo di Mondovì?), mentre dietro di lui un altro mostra ostentatamente un mazzo di comuni carte da gioco, che iniziano con l’asso di fiori. Dietro alla figura femminile, invece, un terzo amorino osserva perplesso il mazzo di tarocchi in basso. Potrebbe quasi indicare che, se le carte più visibili sono quelle classiche, quelle vere e nascoste sono i tarocchi.
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Grazie al restauro posso finalmente esaminare con cura tali figure. Esse sono colte dal Tarocco piemontese, e mi sono sempre domandato se avessero un significato ermetico. Anche ora non so dare una risposta, ma almeno posso identificare le figure con più chiarezza.
matto
Il primo, ben evidente, è il Matto, la carta più importante dei tarocchi.
respade
Sotto di lui, ancora abbastanza riconoscibile, vediamo il re di spade (i colori non corrispondono, ma questo è un elemento variabile. La figura sopra è ancora intera, prima del “dimezzamento piemontese”).
diavolo
Totalmente dissimulata, ai piedi del matto, troviamo la figura del diavolo.
bagatto
Alla destra troviamo invece il Bagatto, figura decisamente importante (negli arcani piemontesi, differentemente che nel modello francese, regge un bicchiere di vino rosso), che nasconde sotto di sé un frammento d’ala dell’angelo del giudizio.
Resta seminascosta una carta, che mostra solo un minimo dettaglio dell’angolo alto destro. Non sono riuscito a rinvenire quale sia: l’unica ipotesi che posso fare è quella di un’ala dell’Angelo del Giudizio, arcano numero XX. Ma mentre le altre figure sono identiche al mazzo piemontese in mio possesso, questa sarebbe del tutto eterodossa rispetto ad esso e alle versioni che ho rinvenuto online. Forse Fracchia ha voluto inserire una carta indecrifrabile a bella posta, per mostrare l’impossibilità di una comprensione completa dei misteri delle carte e della sua pittura.
Limitiamoci ai quattro elementi certi. Partendo da sinistra abbiamo Re di Spade, Matto, Bagatto, e sotto al matto il Diavolo.
La figura centrale del Matto rappresenta in certo senso i Tarocchi stessi, è la figura da cui tutto inizia e con cui tutto finisce. Quindi qui può rimandare ai tarocchi in sé, come citazione.
La figura del Bagatto spesso si lega a quella dell’Artista, colui che interpreta i tarocchi (il Bagatto, mago da fiera, sta facendo giochi di prestigio e potrebbe tra un attimo estrarre il suo mazzo di arcani) anche nel senso di operarne una riscrittura ridisegnandoli, come qui in certo senso fa lo stesso Fracchia.
Il diavolo, al di là della lettura tarologica, può collegarsi al Dragone diabolico usato come firma dal pittore Angelo Dragone di Mondovì, capostipite della scuola pittorica monregalese nel ’400. Può essere un modo di dirci che queste quattro carte sono una sorta di firma.
Il re di spade indica un uomo estremamente intelligente, ma ancora umano, non al livello di archetipo. La spada è simbolo di intelligenza tagliente, acuta, penetrante. Per convenzione, è rischioso paragonarsi direttamente a un archetipo, a un Arcano Maggiore; quindi se le quattro carte sono una firma, questa identifica l’autore stesso, anche per dirci che non si azzarda a paragonarsi a un Arcano Maggiore.
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Comunque è probabile che si tratti solo di speculazioni oziose; comunque gli affreschi sono molto belli, e consiglio a tutti di cogliere l’occasione di ammirarli.

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