Mercurius Unbound





LORENZO BARBERIS.
Per una nonrivista letteraria come “Margutte”, che ha la sua sede a Mondovì, la tradizione poetica monregalese ha un certo interesse. In verità Mondovì ha sviluppato più che altro una scuola, questa sì di livello regionale, di poesia in piemontese, che si potrà forse in un futuro anche indagare. Tuttavia non sono mancate figure poetiche in lingua italiana, tra cui sicuramente Mercurino Sappa è, nell’Ottocento, il nome probabilmente più importante.
Almeno, è l’unico tra i versificatori monregalesi a godere dell’indubbio onore di un busto tra i grandi della piccola patria nel chiostro del regio Liceo di Mondovì, già convento francescano di Nostra Donna, dove aveva insegnato; e ancor più di una voce sulla Treccani, pur necessariamente sintetica.
Nato a Torino il 4 aprile 1853, Mercurino Sappa era di nobili origini, barone per l’esattezza. Il nome completo sarebbe Francesco Giovanni Giacinto Igino Mercurino Sappa, stando almeno a questo blog che ne rispolvera la memoria. Poteva usare come primo nome Francesco, ne sarebbe uscito un fantastico Frank Sappa.
Il nome farebbe pensare a un certo spirito laico della famiglia, con un nome che omaggia più l’Hermes romano che non una figura cristiana (esiste, ovviamente, San Mercurio di Cesarea, come giustificazione), ma se laicismo è, è di origine antica, perché un Mercurino suo antenato c’è già nel ’700. Omen Nomen, del resto: sicuramente Sappa fu un cultore delle arti sapienziali di Mercurio.
All’università torinese si era formato con l’italo-tedesco Arturo Graf, anch’egli poeta dalle “tenebrose visioni, dai titanici miti, dall’iperbolico simbolismo” (voce Treccani).
Se in corso, Sappa avrebbe dovuto laurearsi verso il 1877; oppure negli anni immediatamente seguenti. La prima poesia, l’Avo Troglodita, è del 1878,  il parlare degli uomini della preistoria, poco dopo le scoperte darwiniane, ha un provocatorio senso positivistico e anche scapigliato nella implicita polemica anticlericale.
Dell’opera ci resta solo l’apprezzamento del Graf nel suo articolo del 1904; il poeta decise poi di cancellare tali spunti giovanili, formalmente in quanto liriche amorose ingenue (e non più gradite, penso, post-matrimonio dalla famiglia di lei e dalla sposa), ma anche perché spesso non coerenti con il successivo idealismo profondamente venato di cristianesimo.
Da Graf 1904 sappiamo anche la sequela delle opere giovanili: nel 1879 appaiono gli Affetti Lirici, e la canzone “Contro il germanizzarsi degli italiani”; nel 1881 le Elegie. Nel1883 inizia a insegnare a Reggio Emilia. Nello stesso anno a Treviso si pubblica una sua “Una questione inutile : lettera aperta al collega Olivo Antonietti professor di filosofia”. Pare incredibile, ma dell’Antonietti, per il resto un carneade, il Liceo Torricelli conserva ancora una foto di classe del 1904/1905, disponibile online.
Sempre a Reggio, nel 1884, esce la prima raccolta delle Rime, poi riedite a Mondovì con alcune aggiunte.
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Ottiene poi trasferimenti a Cuneo e infine al Regio Liceo di Mondovì (1885 c.), dove resterà per l’intera sua carriera e dove pare, da voce popolare cittadina, fosse particolarmente temibile. L’immagine che di lui rimane, pienamente ottocentesca, con la grande barba bianca bipartita già allora vagamente passatista, è in tono con quest’impressione, come i sonetti satirici contro il degrado del Liceo.
All’attività di insegnamento e poetica affiancherà anche il lavoro critico, soprattutto su Dante (di cui propone la cronologia de L’Orologio Dantesco, e studia il concetto dell’Amore materno e figliale nella Commedia), Parini (uno studio sulla probabile origine dell’episodio della Vergine Cuccia) ma anche classici latini come lo studio su Ovidio umorista del 1889.
Il 1886  è l’anno del matrimonio con Maria Ingegnatti, figlia del prof. Ingegnatti, docente presso lo stesso Liceo, cui egli dedica la raccolta poetica delle “Rime” del 1890. A Mondovì compone il capitolo in terza rima “Le Colombe” (1887) e un saggio sui colombi (I colombi all’Esposizione Internazionale che ebbe luogo in Roma dal 16 al 30 aprile 1888), nello stesso anno stende “Fiordineve” (1888), quindi elabora gli studi su Ovidio e la poesia su Focione (1889); le “Rime” (1890), stampate a Mondovì l’anno seguente e probabile ampliamento di quelle del 1884, sono dedicate appunto alla Mamma, alla Madonna e alla fidanzata Maria, il giorno innanzi le nozze, si caratterizzano per una certa preponderanza di devozionalismo di maniera. L’opera si apre con una riscrittura in sonetto dell’Ave Maria e del Salve Regina, per continuare con un lungo Capitolo in terzine incatenate dantesche dedicato alle Colombe.
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La lunga e verbosa poesia ha lo scopo di  mettere in scena l’erudizione scientifica dell’autore circa le varie tipologie di colombe, precisate anche da una nota finale esplicativa. Tuttavia si coglie anche l’occasione per un pacifismo di maniera, che diverte in un autore che sarà poi fervente interventista, nazionalista, fascista.
Volendo, si percepisce un certo influsso di quel positivismo che, nel suo punto più alto, passa nella precisione della descrizione del dato naturale in Pascoli. Se però nel poeta romagnolo, contemporaneo, ma di altro livello, tale dato è preciso ma sempre amalgamato perfettamente nella texture poetica, in Mercurino Sappa diventa elencazione fine a se stessa.  Nel 1906, la Stampa lo conferma comunque come finissimo “colombofilo” in occasione della sua presenza in giuria a un concorso avicolo, quindi forse la passione è autentica e, certamente, paradossale in quello che allora ormai era un fervente nazionalista.
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Più interessante la triade di poesie che segue dedicata a Mondovì, alla Patria e al rapporto tra il Poeta e il Monte che domina il Mondovì, il “Monte di Vico”, e alla corona di montagne alpine che lo adorna. I sonetti alla Patria e al Mondovì sono sempre di maniera, ma comunque abbastanza asciutti, con una retorica meno leziosa e quindi più riusciti. Il parallelo tra il Monte e il Poeta, per l’uguale stagliarsi superomistico sul volgo, è ovviamente anch’esso in sé non nuovo, ma perlomeno abbastanza originale, e in linea con la futura enfasi bellicista.
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Parimenti aggressiva è la lirica alla Patria, che mostra già lo spirito nazionalista del poeta. Si sottolinea la corona delle Alpi quale fortezza naturale, dove a Mondovì il poeta è di scolta. Le arti sono le sue armi: le contrade trionfate, dall’”oceano infido” (già la perfida Albione e l’America si stagliano come nemiche…) levano il loro “pauroso grido”. L’arte non può essere, per Sappa, pacifico apprezzamento, ma prosecuzione della guerra con altri mezzi. Infranti gli antichi ceppi, oggi la patria deve guardarsi dalle serpi che si alleva in seno, i “malvagi cittadini”: solo eliminando questi potrà splendere a “nova luce”.
Seguono le lunghe Stanze per Fiordineve, immaginaria fanciulla montanara candida come la neve dei suoi monti, virginalmente morta in un dirupo “pria che l’erba inaridisse il verno”. In questa prima raccolta “professorale” Sappa sembra voler dare sotto il profilo tecnico un saggio pressoché scolastico della sua abilità di usare le varie tipologie versificatorie, mentre sotto quello contenutistico cerca presumibilmente di apparire ponderato e rassicurante.
Seguono quindi ponderati ed educativi sonetti sul Dolore, sul Conforto, sul Riposo, e un lungo Testamento di Focione (aggiunta recente, del 1889), ove il reggente di Atene allievo di Platone lascia ai figli un vasto testamento morale, ispirato agli ovvi valori di morigeratezza e distacco dalle cose vane del mondo del mainstream della filosofia greca.
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Un ultimo sussulto di scapigliatura e di positivismo simil-carducciano è il sonetto per “La Morte di Giordano Bruno”. Se nella prima strofa si condanna “l’ira pretesca” e si esalta il frate “ribelle”, nel secondo Bruno è paragonato a Cristo: anzi, tale paragone è addirittura messo in bocca a Cristo stesso, che osservandolo si domanda, sofferente, quante “ostie novelle” voglia il mondo (come si incarna nell’ostia, Cristo si incarna in Bruno). Le due terzine finali spiegano come lo spasimo di Bruno, “focoso” per il rogo come per l’ardore di conoscenza, prepara il “fato” di un mondo formato “d’ umano sangue e di pensier”, un “fior meraviglioso” che gli interpreti esoterici di Dante di quegli anni avrebbero certo letto come allusione simil-massonica alla Rosa+Croce.
Il Bruno di Sappa (in quegli anni, nel 1889, sorgeva il monumento di Ettore Ferrari in Campo dei Fiori) non è però l’eroe della scienza, dell’illuminismo dei massoni anticlericali, ma appunto alter Christus, e tale non perché porta una verità, in fondo, ma perché si ribella. Rebel without a cause, per citare James Dean: la stessa chiave in cui piacerà poi a Mussolini.
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Segue subito dopo il sonetto “Cristianesimo” che, se formalmente esalta i valori cristiani, si conclude con la condanna, molto dantesca, per la corruzione della Roma dei Papi, che ha adulterato nella lussuria, nell’avarizia e nell’impostura l’originaria povertà nata a Betlemme, sulla rude paglia. Sappa insomma non è ormai più razionalista nel suo anticlericalesimo, ma viscerale e alla ricerca di un eterno (e diverso per tutti, ovviamente) mitico “Cristianesimo delle origini”.
Questi radi slanci pungenti in un clima generalmente zuccheroso della raccolta (ma anche qui: è dimostrazione tecnica della capacità di scrivere invettiva in versi) viene subito stemperata da una conclusione con poesie alle stelle, al cielo (vagamente dantesche) e alla fine una canzone “Alla Vergine”, in una chiusa rassicurante e circolare.
Del resto un certo anticlericalesimo è quasi d’obbligo per un professore di Liceo con ambizioni di carriera nel regno degli scomunicati Savoia. E zelante è Sappa anche nel suo lavoro: nel 1892 Sappa pubblica uno scritto di argomento scolastico, “Una chiosa alla relazione del prof. Torraca sui licei e sui ginnasi nell’anno 1890-91″, in cui possiamo ipotizzare esprima opinioni catastrofiste sul declino del liceo, simili a quelle che appaiono nella sua poesia. Nel 1893 edita invece, su argomenti simili, “Qui si critica la relazione dei tre sopra la gara d’onore dell’anno scolastico 1891-1892″.
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Ma, ovviamente, non si trascura la poesia. Nel 1894 appare l’ode “Il vessillo”, che sembra continuare nel titolo gli entusiasmi patriottardi già visti nella lirica alla Patria; nel 1896 l’evoluzione religiosa è resa ancor più evidente da una nuova raccolta, le “Pie rime”, edite a Torino, in cui si vuole evidenziare lo scopo devozionale fin dal titolo. La recensione della Stampa (anonima) come vediamo non è così elogiatrice; evidenzia il devozionalismo un po’ ingenuo e almeno non clericale, come appare nella ripubblicata “Cristianesimo”, qui citata.
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Lo spirito nazionalistico si evidenzia in “Dopo Adua” (1896), epigrammatica sentenza che mostra il declino del sogno del Risorgimento dazegliano (“Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”): i nonni furono meglio dei padri (che, penso, ci misero così tanto a conquistare Roma, e non presero le terre irredente), i figli, così disastrosi da farsi vincere anche dai “selvaggi”. La sintesi esprime qui lo sconforto assoluto.
“Le monregalesi” del 1899 omaggiano nel titolo Mondovì, anche se poi le liriche non sono dedicate tutte alla città, che è però luogo di composizione. Le liriche sembrano più libere, meno legate a temi devozionali o eruditi, e più vicine alla descrizione di un dato naturale riletto in senso simbolico, se vogliamo “pascoliano” (ma in Sappa la metafora è sempre trasparente e morale, mai criptica e obliqua come riesce nel miglior Pascoli).
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Anche qui, la poesia più interessante è “Le conquiste della scienza”, positivisticamente dedicata, almeno nella prima parte, alle evoluzioni tecnologiche che avvolgono il mondo in una rete di fili, che conducono energia e comunicazioni. Non a caso, si sottolinea la composizione a Torino, quasi che l’agreste Mondovì non potesse ispirare il trionfo della tecnica, a differenza della Torino ormai città dell’Automobile italiana.
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Non c’è solo il gusto per la tecnica, ma anche un certo spirito superomista tipico del positivismo. I “prodigi dell’uom” sono “alteri segni di trionfal possanza”, “l’umana stanza”, “penetrando ogni arcano”, “stringe i freni de gli elementi in mano”.
Il trionfo dell’Umanità è meritorio, e di fatto la divinizza (senza che questo sia da Sappa condannato come empio). Empie sono le masse degli inferiori, ingiustamente beneficiate: prima i Duci Possenti (gli scienziati?), poi gli Eletti Campioni (i tecnici?) hanno spianato le strade alle “turbe incoscienti”. Il male della scienza non è, convenzionalmente, l’hybris: all’opposto, quello è il bene, e il male è proprio il beneficio portato agli immeritevoli inetti. Come si dice sotto, “naviga ignaro sciame, che ‘l secol porta, come l’onda strame”. Strame, cioè la lettiera del bestiame. Dire più chiaramente che per lui il popolo è merda, Sappa non può, nella poesia classicista.
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Dimostrazione del declino è il fatto che ormai pochi sanno elevarsi al cielo tramite l’arte. In questo modo, Sappa pone la sua superiorità di poeta anche sugli uomini di scienza, comunque per lui superiori al volgo (al di là della sua passione naturalistica per i colombi, il figlio sarà ingegnere, da lui cantato come superuomo tecnico: quindi non era anche nella vita ostile alla tecnoscienza).
Non manca il già detto elogio della Rondine Bianca, imbalsamata dal suocero Ingegnatti per l’aula di scienze del Liceo “Beccaria”, dove probabilmente ancor oggi si trova nell’inquietante consesso di volatili morti che la caratterizza. Se vogliamo qui Sappa fornisce involontario materiale a bizzeffe per Freud, elogiando il padre della sua sposa per il suo avere ucciso e imbalsamato una candida rondine verginale. Forse un’eco della rondine di “X Agosto”, che in Pascoli diventava simbolo cristologico della morte del padre.
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La prima raccolta del Novecento, le Ballatette (1904), è considerata unanimemente, la sua più riuscita, anche per aver meritato, su La Stampa, una recensione del Graf. L’antico maestro, in un articolo intitolato “Un poeta troppo modesto” (titolo già non così encomiastico), rievocava gli esordi giovani di Sappa, troppo severamente rifiutati da questi, in cui Graf vede invece freschezza poetica.
Nelle recenti Ballatette riscontrava nell’allievo la capacità di riprendere una forma poetica amorosa tradizionale ed evolverla in innovativa chiave satirica; dove sotto la forma della ballata agreste si parla di “Deputati, Mafia, Camorra” o anche dell’art nouveau in stile floreale e della “poesia che non si capisce” (e i Futuristi, per ambo i campi, sono ancora da venire).
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Un buon esempio è “Modernitosa”, in cui viene schernita l’età moderna. La Natura, si dice ironicamente, è meno perfetta della Modernità, cui si è votato il tempo moderno. “I tagliaborse posson’ora comparir gente per bene” e le poesie insipide, con quel sale che ella consente, possono venire gustose. Una satira quindi contro la facilità di costumi e del gusto artistico portato dall’età della plebe.
I commentatori successivi si adagiano tendenzialmente su tale originario riconoscimento. Verso la fine però, a leggere l’articolo originario, riportato in parte qui sopra, si nota come l’apparente elogio si tramuti poi in una sottile stroncatura, dissimulata con quella raffinata perfidia che è la cosa più bella delle dispute accademiche. Certo, si ripete più volte che “Sappa sa la lingua italiana”, rispetto alle torme di analfabeti che oggidì scrivono; ma “la sa troppo”, e cioè si lega ad una eccessiva erudizione, come sottolinea la chiusa che rivela come il ministero stesso “se lo sia scordato” nel suo Liceo. Allusione maliziosa alle probabili aspirazioni di carriera di Sappa, andate deluse nonostante le origini di vero Barone gli facevano sperare, probabilmente, un destino da Barone anche accademico.
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La Stampa del 21 febbraio 1907 parla per una volta di Sappa non in qualità di poeta. Apprendiamo infatti di uno scherzo particolarmente crudele nei suoi confronti, con un telegramma da Torino che annuncia in modo vago (ma ancora più perfido) un motivo urgente di raggiungere il figlio studente di ingegneria, fortunatamente in realtà senza alcun problema. Un tiro che fa pensare a una vendetta di qualche studente (magari ormai universitario) e che confermerebbe in tal caso la fama di docente terribile del Sappa.
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Nel 1908 esce “Il Manipolo”, pugnace pattuglia di versi battaglieri. La copertina, per una volta, è illustrata, rispetto alle sobrie cover delle precedenti raccolte. Notiamo la finezza: le varie vignette sono scandite da alcuni bastoni su cui si attorcigliano due serpenti. Un caduceo, dunque, come quello di Hermes, cioè Mercurio. Mercurio Sappa.
Nell’introduzione il poeta immagina i versi stessi uscire battaglieri dal cassetto ed affrontarlo per costringerlo a dare loro poetica vita. Egli alla fine cede e, seppure non tutti, manda in avanscoperta un manipolo. Il titolo, più originale, più aggressivo, più satirico, mostra già la maggiore vitalità di quest’opera, specie nelle due nuove sezione Jaculi, cioè “dardi”, intrisi di una natura satirica (e nuova dimostrazione, dopo le Ballatette, di un’età più candida quando il poeta, perfino se odiato professore di Liceo, poteva versificare e titolare senza preoccuparsi di eventuali deformazioni ironiche del volgo studentesco, che a sua volta preferiva appunto gli scherzi telegrafici).
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Uno dei dardi storicamente più interessanti è quello con cui polemizza coi restauri della Città Ammodernata, in cui condanna (come spiega anche in nota) gli Orologi posti sulla Torre dei Bressani e l’imbiancamento del chiostro del Liceo. L’eliminazione degli stemmi nobiliari nel luogo sacro del Liceo (“dove Minerva ha tributi”) lo fa infuriare, anche perché ovviamente le plebee mani del secol vile non hanno imbiancato a caso le vestigia della nobiltà a loro odiose. La torre del Belvedere vide l’apposizione dei padelloni dell’orologio nel 1850; i “restauri moderni” potrebbero essere più o meno degli stessi anni. La cosa vergognosa, ancor più della calce (in teoria rimuovibile) è che proprio in quegli anni venivano infissi sopra busti marmorei dei monregalesi illustri o presunti tali, cancellandone ogni traccia in modo definitivo. Sappa, pur esponente di spicco della cultura e del liceo, più che Jaculi non seppe fare.
“Gloria a voi, genti nefarie” dice Sappa, intendendo la sua sarcastica maledizione. Sarà contento di sapere che la Torre del Belvedere, con quell’orologio che sembra un occhio di Sauron, è in effetti divenuta, proprio grazie a quell’aggiunta, il simbolo cittadino di Mondovì.
Altri Jaculi se la prendono con i “Buffoni” di nero vestiti (non sono quelli che pensiamo noi, sono i gagà della dolce vita d’allora, con tanto di cravatta bianca) e con Roma ridotta a Taide, la prostituta con unghie merdose di cui parla Dante nella Commedia.
Un altro invita i bambini a far anche loro uno “Scioperino”, irridendo i moti socialisti; il programma di riforma della scuola sfratterà Dante per lasciar posto all’Aretino e Casanova (si consoli, Sappa: nei miei libri c’era, ma me li son letti da solo).
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Il più radicale attacco alla crisi dell’educazione è quello sulla Riforma del Liceo, nel 1905. Come ogni riforma, essa non può che produrre apocalissi nella scuola, e così è. I pulcini liceali, pur rachitici nell’ingegno, sono (o appaiono…) i meno peggio rispetto agli altri, evidentemente subnormali. Ecco allora che Donna Prudenza, il ministero (l’attributo è ovviamente ironico, il ministro è l’opposto di una saggia massaia, è un idiota erudito), prende le forbici ed evira gli studi liceali, nella speranza di trasformare il vizzo galletto in un grasso cappone. Così facendo, però, gli toglie, con “quel che vita dà, la vita”. Lo uccide, dunque. E a differenza della maggior parte dei colleghi reazionari, il povero Sappa non può nemmeno sfracellarci ciò che dà la vita con il culto della Riforma Gentile, che era ancora quasi vent’anni al di là da venire.
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Molti Jaculi del manipolo sono anche sulla Modernità come Tecnoscienza, ma qui i prodigi della tecnica appaiono solo in chiave negativa: si cita il telegramma che annuncia la morte del figlio, e un’automobile che ha arrotato una povera bambina. La condanna però, come al solito, non appare tanto verso la tecnologia, ma verso il volgo ignorante che non può saperla usare (e non hai visto Facebook, Sappa).
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Prova ne è il fatto che l’Aereo è invece descritto come macchina affascinante, in quanto ancora aristocratica e nobiliare. Siamo ancora nella fase degli eroici pionieri delle Conquiste della Scienza, che col loro sacrificio rendono possibile la conquista dei cieli. La macchina, come il treno carducciano dell’Inno a Satana e di strazianti addii in stazione, è un Mostro, ma un Mostro affascinante, che promette di dare all’uomo le ali degli uccelli tanto cari al poeta, le ali degli angeli. Ali diaboliche, in verità, che esigono un cospicuo tributo di sangue (e crani spezzati, Sappa non lesina in immagini). Ma questo poco importa.
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Nel 1911 il fervore nazionalista di Sappa riemerge nella Canzone dedicata all’Ara della Patria, nel cinquantennale dell’unificazione.
Torna l’immagine dell’Arte che serve la grandezza della Patria, con citazioni anche colte e non banali. Mettere le Madonne di Sanzio al servizio del regno accentua la predilezione divina; la Notte di Michelangelo è finita, la Patria splende. I ceppi infranti sono la migliore Ara per il sacro rito, grondante del sangue dei martiri, di cui la patria si nutre come una rinata dea pagana Cibele.
Sono gli anni dell’interventismo libico, cui aderisce nel 1912 anche il Pascoli con il suo entusiasmo per la Grande Proletaria che si è mossa. Lo stesso anno, stessi temi di Sappa nell’elegia “Partenza di un richiamato per Tripoli”, e “Stornelli e Falchetti. Un’ora grigia per la patria”, pubblicato per la tipografia vescovile.
Similmente, scrive l’orazione e il testo per una “Lapide inaugurata il dì 20 di maggio 1914nel portico del R. Liceo in memoria dei prodi, già alunni delle scuole medie monregalesi caduti in Libia per la Patria”.
Nel 1915 Sappa si distingue per l’irruenza interventistica con versi riportati da Billò nella sua storia di Mondovì. In poeta organizza anche una mostra artistica di livello regionale nei padiglioni del Trianon (recuperati a Mondovì dall’esposizione universale di Torino del 1911), con lo scopo di “donare oro alla patria” in occasione dell’intervento bellico. “Il nostro dovere” è il significativo titolo del discorso tenuto dal poeta in apertura, in cui i neutralisti sono “traditori” che, come il loro leader, il monregalese Giolitti, vogliono “un infame tranello” (la politica del Parecchio giolittiana, con cui si sarebbe ottenuto, giocando la neutralità sul Risiko europeo, più di quanto garantì il pesantissimo intervento nel conflitto). Neutralisti, spiega il Billò, si intrufolano tra i dimostranti e volano gagliardi pugni; più avanti sono i veterani che con una bella sassaiola spiegano la loro opinione al corteo interventista circa l’eterna politica dell’Armiamoci e Partite italiana (il sessantaduenne Sappa sarebbe stato un’interventista più convincente a vent’anni).
“L’Ora” è la lirica che Sappa scrive per incitare l’Italia ad entrare nello scontro.
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Il poeta si rammarica per il mancato intervento dell’Italia nel duello atroce delle Patrie, iniziato già l’anno scorso. L’Italia è legata mani e piedi dai suoi stessi figli, i neutralisti traditori: torna l’immagine della Patria in ceppi, questa volta per mano filiale. Ma gli interventisti scuotono le catene, mentre – questo è un tocco di classe – da terra sorgono i morti di Custoza, dal mare i morti di Lissa, ancora stillanti acqua e sangue. “O madre, madre, è l’ora!”.
Pur da convinto pacifista, devo confessare che comunque prediligo questo Mercurio sanguinario regista di film di zombies al lezioso poeta religioso e perfino all’esangue arcade monregalese.
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Quando finalmente il conflitto comincia, la gioia è tale da togliere al bellicoso Mercurio ogni ritegno: una condizione ideale per ogni poeta di guerra. Sappa va oltre l’armiamoci e partite: ne “I primi feriti” coglie l’evento per una poesia in cui ricorda alle vittime il grande onore, il grande piacere che li ha riguardati. Il poeta è fin un po’ invidioso della fortunata carne da cannone: “Pe’ fior de la mitraglia, quanta segreta gelosia m’invade!” (qui si che il progresso tecnologico è meritorio). E voi, Madri, “benedite il dolor, che v’attanaglia!”. “Torna giustizia, e il secol si rinnova”: la Grande Guerra è la palingenesi non solo di una nuova Italia, ma di un Nuovo Eone, come quello predetto da Virgilio con l’avvento di Augusto (e, involontariamente, del Cristianesimo).
In effetti, col XX secolo il mondo ermetico attendeva ormai l’avvento di una Nuova Era. Il presidente americano Wilson, rompendo la dottrina isolazionista di Monroe, parlò per primo, traducendo la quarta ecloga, di “New World Order” portato dall’avvento della potenza USA, Nuova Roma (citazione ripresa nel Novo Ordo Saeclorum del dollaro americano di Roosevelt, nel 1933). E Jung vide invece in Hitler il facitore di questo ritorno all’età dell’oro. Per Sappa, invece, non c’è bisogno di una Nuova Roma: è l’Italia stessa che rinasce all’antica gloria.
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“Natale 1915″ è ancor più spregiudicato, a partire dal fatto di prendere il Natale come spunto per l’esaltazione di guerra. Ovviamente, si teme il fatto che, viceversa, i pacifisti lo usino come spunto di pace, ma i toni sono di nuovo fantastici. La pace, bianca colomba? E’ solo una “perduta femmina” da prendere a calci in quel posto (i termini alati rendono decisamente comico il turpiloquio elevato). Un rapace grassone invita alla pace per godersi così la refurtiva, “un vecchio manigoldo che cento Italie al Vandalo darebbe per un soldo”. Non c’è dubbio, è il caro monregalese Giolitti nella visione dei suoi nemici.
Si esalta l’odio che sferra i popoli l’un contro l’altro, e rende la terra un carnaio, ma ancor più si sottolinea (sarà un programmatico tema dei fascisti) “O vati e buona gente! Colpa è pugnar co’ barbari / cavallerescamente”. Si tratta di una risposta all’obiezione “di onore” che dichiarar guerra agli Imperi Centrali è un atto di tradimento. Ma la percezione della propria superiorità è fondamento per sentirsi legittimati a ogni nefandezza, per l’inferiorità manifesta del rivale.
Nel 1917 è la volta di Sulle sponde dell’Ermena : elegia in memoria de’ prodi già alunni delle scuole monregalesi caduti nella Guerra Santa, dove la Grande Guerra, che il papa aveva bollato come Inutile Strage, diventa guerra sacra, forse per il ruolo anticomunista subentrato, o semplicemente ai fini della grandezza della Patria.
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Alla fine la Vittoria arriva. Una quartina, sintetica come quella della tristezza per Adua. La nuova Italia ha la sua vittoria.
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La produzione nazionalistica però non si arresta, e nel 1918 l’autore pubblica Il Lamento della Dalmazia, anch’essa vista come terra irredenta e italianissima, da riconquistare in virtù dell’antica appartenenza alla serenissima repubblica Veneziana.Edito dalla società Trento e Trieste, Sezione di Mondovì. Il piagnucolio interventista insomma riprende subito, con i suoi toni passivo-aggressivi (il vero bastardo sei tu che non la invadi): la Patria-Cibele ha ancora fame insaziabile di sangue e di terre.
Nel 1919 è l’ora di un componimento d’occasione, Ricordi sardo-piemontesi: nelle nozze dell’ingegnere Giuseppe Sappa colla signorina Anna Sanna (che ha l’indubbio merito, aggiungerei, di avere un nome palindromo). Nel componimento, credo si commemori la figura del padre di Mercurino, Giuseppe Sappa, di cui si parla nel ricordo . Del resto, come in ogni famiglia nobiliare, i nomi sono ricorrenti, e troviamo attestato nel 1749-50 un Mercurinus Sappa che viene laureato in Torino come dottore in legge, e tra i contemporanei un Mercurino Sappa docente di ingegneria presso la Sapienza di Roma.
Del 1920 è il Discorso pronunziato il 21 giugno 1920, inaugurandosi nel porticato del R. Liceo una lapide in memoria degli studenti delle scuole medie monregalesi caduti per la patria.
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Ma, soprattutto, il 1920 vede il Trattato di Rapallo, con cui nasce il mito della Vittoria Mutilata. Va bene la colpa della Francia e della Perfida Albione, ma resta da capire chi è il Sofo (filosofo) uxorio (ovvero effemminato).
Il trattato lo firma il monregalese Giolitti, ed è lui l’eterno bersaglio degli Interventisti (nelle foto della firma ha un’aria quasi da “ve l’avevo detto”) ma non si presta all’immagine del criptogay nemmeno al peggiore degli interventisti.
Ci aiuta per fortuna il Sappa col Il riferimento del “seme spurio de la lue straniera” (figlio della malattia sessuale dello straniero), traditore della Patria perché non vero italiano. Ecco che si chiarisce come un gentile riferimento al barone Sidney Sonnino, di origine inglese, religione anglicana e soprattutto ascendenza ebraica. Ministro degli esteri nel 1919 alla Pace di Parigi, Sonnino si batté in realtà per ottenere all’Italia quanto previsto (di sicuro più di Orlando, il premier, che non era in grado di parlare le lingue straniere).
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Coerente con il percorso interventista è quindi l’appoggio al fascismo che giunge puntuale nel 1921, quando Sappa è l’oratore dei Nazionalisti per il voto che spiana la strada all’avvento del regime. La poesia “I segni” freme per l’attesa del grande Evento che porterà il fascismo al potere, erede di Garibaldi (il Leone di Caprera), a Santena è sepolto il Cavour, che guarda “con rossor” dalla sua tomba di Santena. Spero che Sappa qui abbia voluto criticare Cavour, e il rossore sia nella fantasia del poeta vergogna, invidia, astio o che altro, perché fare di Cavour un nazionalista pre-fascista è così grossa che mi cadrebbe come insegnante di ginnasio in fondo non indecoroso come preparazione. Il Milite Ignoto freme sotto il Gran Re, a dire che (com’è vero), il sovrano non attende che di poter favorire la dittatura.
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Ecco finalmente la lirica “L’Evento” (1922) per l’evento sperato, la Marcia su Roma, che finalmente porta al Re l’Italia di Vittorio Veneto. Il sole squarcia le nubi e splende, mentre l’Aquila dell’impero appare armata del fascio littorio. Il nazionalismo si tramuta pienamente in Imperialismo sotto la promessa fascista.
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Nel 1925, nel contesto delle spallate del fascio monregalese contro la giunta democratica Pagliano, una delle ultime a reggere gli assalti montanti delle onde nere, Sappa chiede la tessera del Fascio per attestare la sua “fede vivissima nel Duce”. Il poeta si proclamava Nazionalista di sentimenti, e ora che il Nazionalismo si fondeva nel fascismo, richiedeva al segretario Manassero la tessera “de jure” che gli spettava. Un salto sul carro del vincitore più legittimo di altri, che diverrà di fatto il suo testamento spirituale.
Nell’ultima lirica “In exitu Israel de Aegyptu” il poeta, novello Israele, attende ormai a breve di uscire dall’Egitto delle tribolazioni terrene, e tra le sofferenze cita l’amor di patria. Avrebbe offerto la vita per la patria, lui, ma purtroppo l’offerta fu reietta, essendo la vita troppo logora. Avrebbe certo preferito morire che guardare di lontano la guerra, impaziente di parteciparvi; e poi, la pace seguita fu uno “strazio indegno” tale da passare “ogni segno”.
Ma nella terza strofa sopra riportata arriva il Duce, novello Ercole che si oppone, come nel quadro del Pollaiolo, all’Idra dalle mille teste, figura del consesso delle nazioni straniere, tutte barbare e ostili (immagine che tornerà nella Società delle Nazioni che sanziona il Fascismo per i suoi orrori di guerra coloniale).
Sappa è buon profeta: muore infatti a Mondovì il 7 gennaio 1926.
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Nel 1926, con “Poesie”, si ripubblicano le sue opere, una selezione dalle raccolte più significative, testamento poetico e spirituale che resterà sostanzialmente inascoltato. L’anno precedente erano usciti gli “Ossi di seppia” (1925) di Montale, che consolidano definitivamente il nuovo paradigma dell’Ermetismo avviato, all’indomani della grande guerra, dal Porto Sepolto ungarettiano.
Hermes vincerà col tempo Mercurio, che cade gradualmente nel dimenticatoio non solo nazionale, ma perfino cittadino.
Sul piano nazionale l’abbandono si lega probabilmente anche alla svolta verso gli ermetici, ascritti oltretutto di fatto a una congerie “antifascista” (confermata in Quasimodo e Montale dal Nobel, da cui venne infatti escluso il filofascista Ungaretti).
Sul piano locale, all’opposto, è la svolta vernacolare verso la poesia in lingua piemontese a far perdere d’importanza al modello di Sappa. Inizialmente, il revival è anche reazione alla crisi della lingua regionale di fronte alla massificazione all’italiano resasi necessaria con la tarda seconda rivoluzione industriale del boom economico. Poi, in seguito, la scelta si farà ricca di un senso più profondo, legata anche al recupero di una lingua autentica quale l’italiano del boom non è più, su posizioni (più nobili) di Pasolini e Zanzotto.
Un allievo di Sappa, tra l’altro, sarà invece tra i modelli di questo rinascimento monregalese della lingua del Piemonte: Carlo Baretti (1888-1949), figlio di Eraldo (l’autore della commedia “I fastidi d’un grand om”), autore della raccolta “Salutme ‘l Moro” che diverrà il nome della competizione poetica del piemontese di Mondovì (ai due autori congiunti, invece, sarà intitolato il Teatro monregalese, con implicito omaggio più al padre commediografo, però).
Mercurino Sappa
Certo, a Sappa si dedica presto un gran faccione di bronzo presso il chiostro del regio Liceo (col nome scritto al modo littorio, MERCVRINO), senza più coprire gli affreschi secenteschi rovinati a fine ’800, quasi un corrusco baphomet di pietra che fissa come un gargoyle gli impudenti visitatori. Essendo stato proprio lui a stigmatizzare tutto questo (assieme ai padelloni del Belvedere) in uno dei suoi Jaculi satirici, sarebbe stato un bel paradosso (anche le numerose lapidi belligeranti che fa erigere si pongono tutte sotto la fascia di sicurezza degli affreschi. Fascista, ma rispettoso della storia dell’arte).
La città gli dedica anche una via relativamente marginale nel nuovo quartiere nascente dell’Altipiano, che non contribuisce al permanere della sua memoria nell’immaginario collettivo monregalese. Probabilmente la strada è di dedicazione già prebellica, ma anche nel secondo dopoguerra non gli viene de-titolata, pur essendo la giunta democristiana di sinistra sensibile al tema resistenziale. Probabilmente gli si riconoscono meriti culturali sufficienti a non rimuoverlo, antesignani di quelli che Veltroni tributerà al pur colto squadrista Bottai.
Nel 1927 C. Calcaterra opera una prima analisi poetica del Sappa in “Convivium”, intitolata “Il poeta delle Ballatette”, la sua opera più nota; la Treccani riporta del poeta nella sua stesura del 1938, dove sottolinea soprattutto l’ardore patriottico e militaresco, che non dovette spiacere al fascismo.
E probabilmente, come detto, anche l’entusiastica adesione di Sappa al  fascismo (culmine coerente con cui si conclude il suo percorso poetico e di vita) portò alla “damnatio memoriae” che lo riguarda nel dopoguerra, cittadino e non. La Stampa lo menziona ancora nel 1950 come allievo di Graf, a fianco di quel Felice Momigliano che, invece, del fascismo fu vittima.
Il blog citato in apertura cita anche queste presenze poetiche in antologia: “Poeti minori del secondo Ottocento italiano”, a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 374-381); ”I poeti minori dell’Ottocento”, a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958(volume quarto, pp. 188-193); ”Poeti minori dell’Ottocento italiano”, a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 621-627). A livello locale,  nel 1966 della morte si ha una flebile ripresa sulla Gazzetta di Mondovì con contributi di G.Zanotti, che esamina anche (1968) la poesia della figlia, Gilda Sappa. Vittoria Marcarino ne elabora un ricordo prima in appunti sulla Gazzetta (1969), poi nel breve saggio “Mercurino Sappa nel pensiero e nell’arte”, uscito nel 1972. Ernesto Billò, nei suoi numerosi saggi di storia locale (da cui qui si è partiti, come al solito) ne cita spesso la figura e qualche verso, ma non vi sono altri interventi sistematici fino a questo.
Il saggio della Marcarino (doppio cambio vocalico su Mercurino, curioso) elabora un ricordo frammentario e asistematico, un collage di versi da cui emerge poco dell’autore. La parte più interessante è il ricordo personale del Maestro, suo docente di Liceo, di “illuminata severità”. Di lui si rammentano i saggi su Dante, Orlando Furioso, Parini (con una nuova ipotesi per l’episodio della Vergine Cuccia), Foscolo, e i temi astrusi, costituiti da una terzina di Dante da trarre quale spunto di elucubrazioni moraleggianti (ne ricorda anche la puntuale “correzione in classe” del tema davanti all’allievo, che il professore rivendicava venire dopo “tre correzioni a casa”. Come no, collega, bello insegnare al classico). L’autrice ne dice un gran bene, ovviamente, e su una cosa posso concordare: l’opera di Sappa forma, in filigrana, un “canzoniere di guerra” “unico forse nel suo genere in Italia”. Unico, perlomeno, nel tessere in un filo unico, in un’esile trama il militarismo italico dal 1861 al 1922, mostrando il patriottismo che si evolve in nazionalismo, in imperialismo, e infine in fascismo.
Online poche sono però le tracce, ed è forse paradossale che tocchi a un foglio certo non reazionario come il nostro rispolverare questa figura della piccola patria monregalese.

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