Daniele Fissore a Mondovì



LORENZO BARBERIS.

(Aggiornamento: Daniele Fissore è mancato il 9 marzo 2017.)

Dopo la bella MAA 2014, di cui abbiamo riferito (di buon profilo specialmente gli eventi musicali, con Levante e i Cyborgs), il salotto buono di Piazza ha visto la presenza di due mostre di buon livello:  quella del decano della pittura cuneese, il fossanese Giovanni Gagino, in occasione dei suoi novant’anni, presso l’Antico Palazzo di Città; quella del torinese Daniele Fissore, ospitato presso la Sala Pugnani dell’Academia Montis Regalis.

Daniele Fissore nasce a Savigliano nel 1947. La sua carriera artistica inizia negli anni1970: nel 1975 è alla Quadriennale di Roma, nel 1976 alla Biennale del Disegno a Milano. Le sue prime opere, le Cabine Telefoniche, le Opposizioni, si basano su toni di grigio. Nel 1980 è a Londra, dove ottiene la concessione di uno studio da parte del governo britannico. Qui sviluppa la serie dei Pic Nic, che esordisce nel 1981 alla House Gallery.Tornato in Italia, esplora nel 1985 il tema dei monumenti; dai Picnic sviluppa da questi la serie dei Green, basati sui campi da golf, che dominano la produzione degli anni 1990. In seguito, negli anni 2000, torna ai Grigi delle origini con i suoi video spenti. Dal 2006, in un processo di ritorno sui temi originari, riprende i monumenti per l’impegnativo lavoro per il centocinquantenario dell’Unità del 2011. Dal 2012 è tornato invece alla tematica storica del Pic Nic, attualizzandolo, e su questi temi opererà fino alla scomparsa nel 2017.

Il quadro-icona di Fissore, che campeggia anche sulla locandina dell’evento, è dunque quella dei suoi campi verdi, idilliaci pic nic o green da golf idealizzati in uno stile dal pop all’iperrealistico vagamente plastificato.


(Opera di Alex Katz)
I campi di Fissore, specie i Pic Nic ricordano per molti versi la ricerca di Alex Katz, che negli anni ’60 americani aveva realizzato opere che, come vediamo, presentano una notevole vicinanza stilistica. Ma Fissore ha comunque sviluppato tale elaborando nel tempo una serie di variazioni interessanti.
Importante ad esempio lo studio sulla figura, colta nella sua presenza/assenza: spesso di spalle nei PicNic, quasi invisibile nei i campi da golf che però non sono mai realmente deserti, ma punteggiati di minuscole figurine bianche, gentiluomini e caddies nelle loro peregrinazioni sul verdeggiante scenario da gioco dove l’immaginario hollywoodiano ci ha portato a pensare si stringano esclusivi affari tra illuminati businessmen. Un riferimento simile potrebbe essere Piero Guccione (1935), come suggeritomi dall'artista Giorgio Sommacal.



Al green del golf si affianca spesso il blue del mare, una produzione di poco successiva; anche qui, la presenza umana è punteggiata dalle minuscole barche a vela all’orizzonte, miniaturizzate Ikarus di altrettanti capitan D’Alema. Se prima verde e azzurro producevano un contrasto paesaggistico che rendeva il quadro, a una prima occhiata, più tradizionale, qui il monocromo azzurro che si viene a produrre è più astrattizzante, meno rassicurante per lo spettatore tradizionale.
Forse per influsso di queste marine nascono i monocromatici blu dedicati ad altri sport. Qui il monocromatismo (come prima il bicromatismo del golf) non è ottenuto tramite il soggetto da rappresentare, il “cielo e mare” di ungarettiana memoria, ma virando al blu una scena altrimenti policromatica. Così abbiamo ad esempio scene di golf, ma anche di polo o di altri sport elitari, raffinati.

La scelta del blu ammette poi l’eccezione di qualche dettaglio che è così sottolineato, come il cappottino rosso della bambina in Schindler List o le labbra rosse della Dame To Kill For di Frank Miller nel – precedente – Sin City. In Fissore però il dettaglio sottolineato non produce turbamento, è un particolare significativo ma non drammatico, non increspa l’imperturbabile signorilità dei valentuomini intenti ai loro sports.

Talvolta in questi blues (che però non sono melanconici, ma freddi e garbatamente ironici) ci si concede una raffinata ironia, come la pallina della tennista che diviene ambiguamente la Luna in questo blu verticale.



Questo gusto per il monocromatismo (mai davvero assoluto) deriva probabilmente dalle primigenie esperienze sul monocromatico per eccellenza, il bianco e nero delle sfumature di grigio, che nelle ricerche più recenti, qui presenti, si associa al monocromatismo dello schermo catodico.
Fissore riprende dunque, a questo punto, gli schermi bombati della TV a tubo catodico, oggi spariti nella tirannia dell’ultrapiatto, e rappresenta il riflesso che vi si specchia a monitor spento, nel biancoenero dello schermo vuoto.



Un singolo dipinto testimonia anche della ricerca dell’autore sul concetto di eroico, ricerca avviata come detto nel 1985, ma ripresa in concomitanza dei 150 anni dell’Unità, in un lungo lavoro che dal 2006 sfocia nel 2011. Anniversario non a caso evento eccezionalmente sentito a Torino e poco vissuto nel resto d’Italia (e da Torino proviene anche la maggioranza dei monumenti scelti).
Frammenti di monumenti, raffigurati con uno stile pittorico che, tramite la luce che staglia nitida la figura effigiata, conferisce un senso di grandiosità epica a monumenti che avrebbero tale intenzione ma che, nella quotidianità delle piazze italiche, hanno perso ormai il loro sostrato eroico, che Fissore riesce nuovamente a fissare.


Anita Garibaldi

Quest’ultimo e più grandioso progetto di Fissore è visitabile a Torino Parco Dora, nella location di una fabbrica ora abbandonata, la Teksid, dove la rievocazione degli eroi del Risorgimento si associa alla celebrazione, anche, dei nuovi eroi del lavoro della Repubblica fondata sul medesimo (e sulla Resistenza come “nuovo Risorgimento”), non senza, purtroppo, anche i loro eroi-martiri, le tremila morti bianche che ogni anno funestano il paese.

Uno stile pop-iperrealistico quello di Fissore, quindi, che diventa celebrazione e rivitalizzazione dei soggetti che rappresenta, al punto di essere certificato in questa sua funzione dal riconoscimento dell’autorità. Un’evoluzione, questa evidente nell’opera di Fissore, che è un po’ il percorso di tutto il Pop: nato per essere critica delle icone mediatiche e culturali della civiltà dei consumi, finisce di esserne la massima celebrazione.
Il ritratto di Marylin di Warhol si vorrebbe decostruzione della diva appena scomparsa, prodotto seriale come una lattina di Campbell Soup; ma finisce invece per essere la celebrazione della sua grandezza, ultima musa recepita nella storia dell’arte universalmente nota.
Così per i Garibaldi e i Cavour di Fissore, e prima di loro i loro discendenti, quell’annoiata borghesia torinese che ci pare di riconoscere nei dominatori dei suoi infiniti agoni golfistici. Solo che, forse, in Fissore appare minore la carica dissacrante, limitandosi a una riproposizione oggettiva, neutra, fredda e razionale, al limite vagamente ironica.
Un pop dunque inevitabilmente più moderno, e più consapevole dei limiti della propria operazione artistica. E, comunque, per Mondovì, una mostra di grande interesse, che avrebbe forse potuto essere ancor maggiormente valorizzata. Non mi resta, come al solito, rimandarvi quindi all’esposizione, aperta fino al 30 settembre.
locandina

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