I Pronipotini di Propp



LORENZO BARBERIS

Per me, l'apprezzamento estetico è costitutivamente oggettivista perché non può rinunciare al proprio corollario di oggettivazione senza pregiudicare se stesso come apprezzamento: se giudico bello un oggetto, non posso nello stesso tempo (con lo stesso atto) ammettere la proposizione soggettivista, e tipicamente riduttrice, che mi dice "Tu lo giudichi bello, ma significa solo che ti piace". Non si può al contempo amare un oggetto e non pensare che questo oggetto sia oggettivamente amabile: l'amore consiste in questa credenza oggettivista (Gerard Genette).

Ricomincia l'anno scolastico. Per la prima volta, dopo una lunga e frammentata carriera, sono di nuovo nello stesso istituto come docente di lettere (difficile dire quanto durerà, in quest'era di tagli).

Comunque si riprende l'insegnamento, e come al solito mi troverò a rispiegare le celebri Sequenze Narrative, che hanno ormai trionfato stabilmente nella scuola come base dell'insegnamento letterario.

Non so quanto questo avvenga con consapevolezza critica nel corpus docenti (e perfino negli autori dei libri di testo): giustamente ai ragazzi non si dà il quadro teorico, che a quell'età non sono ancora in grado di apprendere.

Credo che le sequenze abbiano vinto anche per il fatto che sono perfette come propedeutiche al riassunto. Ma in verità la storia che vi sta dietro è molto più complessa, naturalmente; e, tra l'altro, si celebra proprio in questo 2014 il centenario della Narratologia dominante nella scuola superiore -  almeno italiana.


Tutto iniziò infatti nel fatidico 1914, quando all'interno dei Formalisti Russi dell'Università di San Pietroburgo si iniziò una riflessione letteraria destinata ad avere enormi conseguenze. Siamo alle soglie della guerra mondiale che cambierà per sempre il volto della storia, specie in Russia, introducendo tre anni dopo la grande rivoluzione.

Tra questi studiosi, spicca la figura di Vladimir Propp (1895-1970), che studia qui dal 1913 al 1918, divenendo poi docente di letteratura tedesca e russa. I Formalisti si propongono come scopo uno studio razionale della letteratura, e per fare ciò abbandonano il romanticismo contenutistico dell'idealismo e si concentrano sulle strutture formali.

Propp parte da quelle più semplici, le fiabe del folklore russo, che negli anni 1920 raccoglie, seziona, analizza, fino a scomporle nei ricorrenti elementi essenziali. Viste da oggi sono considerazioni fin ovvie, fin banali, ma probabilmente è perché noi siamo pronipotini di Propp.

Nel 1928, in piena età staliniana, in una Pietroburgo ormai Leningrado, Propp pubblica la sua "Morfologia della fiaba", in cui propone la sintesi dei suoi studi.




Alcuni Personaggi fissi (in primis, Protagonista ed Antagonista, con tutta una coorte di Aiutanti, e la Principessa, usualmente, come Premio) si muovono nella storia secondo schemi precisi, le Funzioni di Propp, conducendo in modo piuttosto guidato da A a B, dal porsi della vicenda al suo scioglimento.

Emerge così la centralità del sistema dei personaggi e delle loro relazioni all'interno della visione narratologica; tuttavia, Propp introduce anche l'antinomia tra Fabula e Intreccio: la prima è la storia narrata in modo lineare e cronologico, il secondo invece è una diversa disposizione ordita da un autore. Appare quindi anche l'elemento della gestione del tempo nel racconto, che diverrà poi questione centrale negli studi successivi, con l'avvio della "moda narratologica" negli anni '70.

Le opposizioni idealistiche non si fanno mancare, e avanzano mille eccezioni particolaristiche su come l'analisi di Propp perda sfumature e dettagli.

Ma a Propp guardano anche tutti gli studiosi che fondano la visione moderna, strutturalista o semiotica. Claude Levi Strauss ne coglie soprattutto la necessità di una Struttura, che applica allo studio del folklore; Roland Barthes invece ne coglie la presenza di Segni, che vanno a fondare il primo fulcro di un discorso semiotico (e in seguito, grazie ad Umberto Ecosemiologico, come diremo).

Il lituano Julian Greimas, noto soprattutto per il suo quadrato semiotico, estenderà ulteriormente tale concetto: secondo Greimas la narratività deve essere ritenuta il modello generale di organizzazione di ogni testo (semiotica generativa), estendendo ulteriormente il valore degli studi proppiani.

Propp intanto aveva ottenuto nel 1932 la sospirata cattedra universitaria grazie ai suoi proficui studi, perfettamente consoni al razionalismo meccanicistico della Russia staliniana. Nel 1938 passa a studi di tipo linguistico, abbandonando il filone di studi che ha contribuito a fondare. Proseguirà nel nuovo filone fino alla morte nel 1970.

In sostanza già nel formalismo russo di Propp vi sono dunque le basi essenziali della narratologia. Col dopoguerra, anche in Occidente l'idealismo viene gradualmente abbandonato in favore di un maggiore razionalismo negli studi letterari. Propp è tradotto nel 1958 in francese, solo nel 1966 in italiano dove la "dittatura contenutistica" è di più lunga durata.



Nel 1969, un anno prima della morte del gran maestro, il bulgaro Tzvetlan Todorov (Sofia, 1939) introduce la Narratologia, dando finalmente statuto di scienza umana agli studi del maestro.

L'evoluzione principale, oltre all'ampliamento del raggio dalla fiaba al racconto e di qui anche alla narrazione lunga del romanzo, è il passaggio dalle funzioni alle sequenze. Se le prime sono più rigide e più definite, la sequenza ha un più ampio spettro d'azione, pur consentendo di distinguere se statica o dinamica, e all'interno di tale divisione se riflessiva o descrittiva (per la stasi) o se di azione o di dialogo (per la dinamica).

"Figures" (1972) di Gerard Genette introduce lo studio sul funzionamento del tempo nel racconto, studiato parimenti in chiave narratologico-razionale, introducendo varie gradazioni nel procedere della storia.

Michail Bachtin, in "Estetica e romanzo" (1975), prende in prestito da Einstein il concetto di Cronotopo (ovvero continuum spazio-temporale) e allarga il discorso di Genette includendo anche lo spazio nell'analisi cronologica genettiana. Resta comunque la centralità del tempo: "il principio guida del cronotopo letterario è il tempo", a cui si subordina la presentazione spaziale, che può avvenire in fondo solo come descrizione e quindi non in modo istantaneo come un dipinto, ma tramite una narrazione che si dipana nel tempo stesso.

Un limite della narratologia, più forse nella ricezione che negli intenti, è forse quello di aver creato la percezione di una esattezza scientifica nell'analisi del testo, che invece è chiaramente impossibile per i meccanismi della ricezione. Il diffondersi di tale consapevolezza postmoderna porterà a uno spostamento della narratologia verso il tema del rapporto tra autore, testo e lettore.



Umberto Eco, con "Lector in fabula" (1979), introduce tale elemento le considerazioni già fatte sull'arte visiva in "Opera Aperta" (1962), suo fondamento del postmoderno, e trasposte ora all'ambito letterario.  Il romanzo è una "macchina per produrre interpretazioni", dunque opera aperta per definizione, e le "strategie testuali" che mette in atto non sono necessariamente tutte volte a una meccanica chiarezza, come poteva lasciare intendere il vecchio razionalismo narratologico.

Con Eco entriamo così nel postmoderno letterario anche per quanto concerne la critica (quello della produzione artistica era iniziato verso il 1965, con i Beatles la Pop Art e con L'incanto del lotto 49 di Pynchon). Nel 1980 Eco lo mette in pratica col suo "Nome della Rosa", e completa questo discorso col suo "Pendolo di Foucault" (1988), che riscrive l'Incanto di Pynchon inserendovi un sottotesto sul rapporto ambiguo tra interpretazione e sovra-interpretazione.

Intanto però con gli anni '80 la narratologia esauriva la sua spinta propulsiva in ambito universitario, perlomeno italiano, perlomeno a Lettere. Col "ritorno all'ordine" degli anni '90, in ambito accademico si tornava alla classica preminenza degli studi classici di storia letteraria, con il ritorno del con-testo attorno al testo. Il problema echiano dei Lettori Ideali, ovvero del lettore implicito nel testo, riportava del resto già in sé all'esigenza di contestualizzazione.

La sua sconfitta nella società colta in generale è legata anche alla liberazione portata, simbolicamente, da "Come un romanzo" (1992) dello scrittore francese Pennac, che rivendica al lettore il "plasir du texte" di barthesiana memoria, favorendo un ritorno a una fruizione orgogliosamente bovaristica della letteratura.

La narratologia sopravvive invece nella ridotta della scuola superiore, certo semplificata e spezzettata, e ancor più legata all'ingenuo razionalismo delle origini, nella sua pretesa di discorso di scienza umana, senza tener conto del discorso dell'interpretazione se non in modo generico, come ulteriore tassonomia di autore-narratori da sovrapporre a quelle di personaggi, sequenze, cronotopi.

La sfida è quella di saperla mediare a un pubblico spesso profondamente (ma non totalmente) disinteressato alla materia, che in effetti, più che di storia letteraria in sé, avrebbe bisogno degli strumenti per decodificare la narratività diffusa anche nei nuovi media - cinema, fumetto, ormai soprattutto videogame e web culture - a partire da quella tradizionale. E così eccoci di nuovo ad istruire gli ignari Pronipotini di Propp.

I Proppnipoti.


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