Giovanni Gagino a Mondovì



LORENZO BARBERIS.

(originariamente apparso su Margutte.com)

Dopo la bella MAA 2014, di cui abbiamo riferito (di buon profilo specialmente gli eventi musicali, con Levante e i Cyborgs), il salotto buono di Piazza ha visto la presenza di due mostre di buon livello: quella del torinese Daniele Fissore, ospitato presso la Sala Pugnani dell’Academia Montis Regalis, e quella del decano della pittura cuneese, il fossanese Giovanni Gagino, in occasione dei suoi novant’anni, presso l’Antico Palazzo di Città.
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Nato a Fossano nel 1924, Gagino si avvia all’arte giovanissimo, sul finire degli anni ’30, quando quindicenne inizia a copiare i soggetti sacri del ricco patrimonio ecclesiastico cuneese, madonne e crocifissi in particolar modo. Un elemento, questo della pittura sacra, che tornerà anche nella produzione successiva, contaminandosi ad esempio col tema della civiltà dell’acciaio e producendo esiti come il Cristo crocifisso alla fabbrica del 2003, riportato in copertina di post.
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Arruolato nella marina militare allo scoppio della guerra, viene internato dai tedeschi in un campo di concentramento in Turingia dopo l’armistizio italiano.
L’esperienza del lager ritorna in molte delle sue opere, lungo il corso di tutta la vita, che anticipa in qualche modo, ma con forza ancor più terribile, la fabbrica come Istituzione Totale di Foucault, falansterio oppressivo e totalizzante che rimanda quasi, in alcune figurazioni, alle Carceri d’Invenzione di Piranesi, ma a colori.
Nelle officine almeno c’è la vitalità terribile e vigorosa della fiamma, segno di una produttività comunque operosa; nelle immagini del lager nazista c’è solo il vuoto alienante e plumbeo.
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Dopo il secondo dopoguerra (1945) la pittura diviene una passione sistematica, alternata al lavoro in fonderia, presso le officine Bongiovanni di Fossano. Diventa allievo, tra gli altri, di Roberto Luciano e di Ego Bianchi, pioniere dell’astrazione nel cuneese, ma rielabora le lezioni dei maestri (antitetici, oltretutto, nelle scelte stilistiche) in modo autonomo.
E proprio quello della fonderia è il tema caratterizzante e originale della sua arte, che lo contraddistingue nel figurativo della Granda, in grandissima parte volto al paesaggismo più tradizionale, ancora ottocentesco, pre-industriale nei soggetti.
La sua opera suscita interesse ed attenzione, e nel 1954 inizia ad esporre, in Italia e all’estero, specialmente nella vicina Francia. Nel 1964 la prima personale presso la Galleria Ghigo di Racconigi; nel 1970 collabora alla fondazione del gruppo cuneese “Antischema”.
1970
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Nel 1973 aderisce invece al gruppo franco-italiano dei Frères d’Art, fondato dal suo maestro Roberto Luciano, ma la sua ricerca continua comunque soprattutto in forma autonoma, al di là dell’adesione ai vari gruppi espositivi, e centrale diviene, in questi anni ’70, il tema dell’acciaieria, esplorato anche in componimenti poetici e brevi brani letterari. Lo spazio dell’officina è spesso di tipo infernale, girone dantesco ma in fondo anche fucina di Vulcano, con richiami visivi che ricordano Kandinskij per le scelte cromatiche, Munch per l’inquietudine visiva.
Nel 1976 il poeta monregalese Remigio Bertolino recensirà le ormai celebri  ”officine” di Gagino parlando correttamente di “mondo meccanico-allucinante della fonderia”: il fulcro della produzione artistica di Gagino si va definendo.
Questo tema continuerà ad essere presente nella produzione degli anni ’80, cogliendo l’apprezzamento, tra gli altri, del poeta Mario Luzi.
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Ma l’autore non si adagia in questo comodo stilema, e per gli anni 1990 elabora una nuova ricerca, che Bertolino coglie, esattamente, come “postmoderna”: quella dei Muri, riprodotti nel loro stratificarsi di presenze segniche, in bilico tra figurazione e astratto.
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I “muri” anticipano una svolta ancora più decisa verso l’astratto che caratterizza gli anni2000, per paradosso meno “postmoderna” della ripresa del reticolo segnico dei muri cittadini, ma che dimostra comunque una notevole voglia di innovare perfino alla soglia ormai degli ottant’anni.
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Un’astrazione “classica”, che si estende anche alla scultura, avviata negli anni ’90 ma sviluppata in particolare negli anni 2000, dove sovente l’artista realizza delle strutture ad ascesa verticale, che quasi ricordano gli scheletri di metallo della fabbrica, presenti nelle opere di Gagino anche come ossuta reliquia del post-industriale.
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Sempre in questi ultimi anni, nella scultura spiccano le “Vele”, opera che quasi può richiamare, nel concetto, le “Navi” dei primi anni ’50 di Ego Bianchi, quasi gravide di un presagio di morte, come battelli per un ultimo viaggio sacrale sul modello dei funerali fara
onici o vichinghi.
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A
ltre volte, le strutture longilinee di queste torri d’acciaio sono usate per monumenti celebrativi civici, presenti anche a Mondovì, come il monumento a Salvo d’Acquisto o altre figure della resistenza, oppure a Nicola Calipari, caduto in circostanze davvero misteriose nell’atto della liberazione della giornalista Giulia Sgrena (2007). Si tratta del primo monumento dedicato a Calipari, dimostrando nell’autore la capacità di continuare il rinnovamento perpetuo della propria arte, anche legandosi agli sviluppi più recenti della realtà. Monumenti totalmente astratti, influenzati forse dall’autorevolezza del monumento alla resistenza di Cuneo di Umberto Mastroianni (ma di una simile, ferrea astrazione è anche quello di Mondovì, ad esempio).
Lo stesso anno 2007, infine, Gagino riceve un prestigioso riconoscimento ufficiale con la mostra organizzata dalla Regione Piemonte in Torino, a certificare il rilievo perlomeno regionale della sua produzione, in una regione dove, come il Piemonte, l’esperienza della Fabbrica, Fiat e non solo, è determinante nel secondo dopoguerra (e forse non così esplorato dall’arte regionale come si potrebbe pensare).
Sitografia utile

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