La Poesia Ermetica



LORENZO BARBERIS.

Il nome di questo mio blog richiama, anche, la mia passione per la poesia ermetica.

L'Ermetismo, come corrente letteraria, nasce a Firenze verso gli anni '30, ma le sue radici sono molto più profonde.

La caratteristica centrale, come è noto, è la ricerca di una letteratura oscura, misteriosa, difficile da capire. Non tanto nel senso di parole difficili, ovviamente, quanto di metafore e simboli complessi celati sotto la poesia.

C'è l'idea della Natura, della Realtà come la custode di qualche mistero, che il Poeta è in grado di svelare tramite la sua produzione.

Associato alla poesia, in realtà l'Ermetismo ebbe un influsso anche sulla prosa; ma in effetti la lirica fu la sua forma espressiva prevalente.



Le radici dell'ermetismo vanno ricercate nel Simbolismo francese, che ha il suo modello in Charles Baudelaire (1821-1867), e nei "Fiori del male" (1857), dove similmente si propone una poesia oscura, criptica, che esplora tramite analogie inconsuete le corrispondenze segrete di una natura eletta a tempio misterico, specialmente tramite l'uso insisitito della sinestesia.

Nato nel 1821, rimasto orfano del padre a sei anni (1827), il matrimonio della madre con l'odiato patrigno militare lo spinse verso l'eccesso e la ribellione. Premiato al Liceo per la sua genialità nella composizione latina (1837), venne però espulso nel 1839 per la cattiva condotta, e inizia nel 1840 la sua vita bohemien nella Parigi dello Spleen. Nel 1841 parte - spinto dalla famiglia - per l'India, ma torna subito indietro. Incontra la Venere Nera Jeanne Duval (1842), e riprende il suo stile di vita dissoluto. Nel 1843 ha già consumato metà del patrimonio della famiglia, ed è parte del Club Des Hashashins, dandy fumatori d'oppio parigini che si ricollegano al mitico e mistico ordine del Veglio della Montagna. Delacroix, Nerval, Gautier e Dumas padre gli sono compagni.

Inizia a diffondere le sue poesie; tenta il suicidio nel 1845; ripresosi, difende la pittura romantica dell'amico Delacroix (1846) e partecipa romanticamente alle giornate della rivolta del 1848; in seguito, dopo la morte di Edgar Allan Poe (1849), ne traduce vari racconti e lo fa conoscere in Europa anche tramite un saggio elogiativo (1852).

Nel 1857 escono i suoi Fleurs du Mal, che sono subito ritirati dalla censura. La poetica simbolista di Baudelaire venne codificata nella celebre "Corrispondenze" e influenzò poco dopo la morte del poeta la nascita del Simbolismo francese.

*

La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l'uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un'unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d'un bambino 
vellutati come l'oboe e verdi come i prati,
altri d'una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine- così
l'ambra e il muschio, l'incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

*

La Natura è un Tempio, formato da Pilastri viventi che ci mormorano parole oscure, incerte: un rimando alla nascita del tempio greco su similitudine delle radure circondate da alberi ove si svolgevano gli antichi rituali. Infatti dopo vediamo che questi pilastri della natura formano una foresta, una foresta di simboli.

Il modo di cogliere il senso di tali simboli è la sinestesia e l'ossimoro, appunto: l'unità profonda tra tenebre e luce (l'Ossimoro), tra Alto e Basso, nel pensiero alchemico; e la fusione tra profumi e colori, tra colori e suoni.

Profumi freschi (tatto), come un oboe (suono), verdi (vista) che si propagano senza fine. I profumi della foresta magica che irradiano (vedi sopra) messaggi segreti ai nostri sensi, specialmente tramite il profumo, il "senso perduto", quello più trascurato nella percezione, quello più ricercato, un Incenso che ci "commenta le dolcezze estreme dello spirito".

*

Baudelaire allora traduce De Quincey e le sue Memorie d'Un Mangiatore d'Oppio, e compone anche il suo I Paradisi Artificiali (1860) dove descrive le sue esperienze con oppio, laudano ed hashish.

Nel 1861 ripubblica i Fiori del Male, con alcune nuove liriche inedite, nel 1862 però la morte della Duval e la vita di eccessi lo prostrano sempre più, e nel 1867 muore a Parigi, sepolto a Montparnasse nell'anonima tomba di famiglia, assieme all'odiato patrigno.

*


In una casa di Batignolles, presso un certo M. de Ricard si è abbattuta tutta la banda dell'arte, la coda di Baudelaire, gente turbata, intrisa di affettazione e d'oppio, quasi inquietante, d'aspetto smorto. (Fratelli De Goncourt)

« Je suis l'Empire à la fin de la décadence,
Qui regarde passer les grands Barbares blancs
En composant des acrostiches indolents
D'un style d'or où la langueur du soleil danse. »

Sono l'Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti

in uno stile d'oro dove danza il languore del sole.

Ma ormai le opere di Baudelaire hanno segnato una generazione di nuovi poeti, la scuola Simbolista che nasce sulle sue ceneri. Caposcuola è ritenuto il grande Paul Verlaine (1844-1896), che esordisce nel 1866 coi suoi Poemi Saturnini. Nello stesso anno nasce la rivista Parnasse che, ispirata all'ideale dell'Art Pour l'Art, diverrà il fulcro dei letterati simbolisti.

Marina

L'oceano sonoro
Palpita sotto l'occhio
Della luna in lutto
E palpita ancora,
Mentre un lampo
Vivido e sinistro
Fende il cielo di bistro
D'un lungo zigzag luminoso,
E che ogni onda
In salti convulsi
Lungo tutta la scogliera
Va, si ritira, brilla e risuona.
E nel firmamento,
Dove erra l'uragano,
Ruggisce il tuono
Formidabilmente.

(Paul Verlaine)

*


Je dis qu'il faut être voyant, se faire voyant. Le Poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens. 

Il poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in lui tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura dove egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovraumana, dove egli diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, - e il supremo Sapiente! - Poiché egli arriva all'ignoto! dopo che ha coltivato la sua anima, già ricca, più di chiunque altro! Arriva all'ignoto, e seppure, impazzito, finirà per perdere l'intelligenza delle sue visioni, egli le ha viste! Che crepi nel suo salto verso le cose inaudite e innumerabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti dove l'altro s'è accasciato! (Rimbaud, Lettera del Veggente, 1871)

Nel 1871 giunge a Parigi, su invito del corrispondente Verlaine ma anche per unirsi ai comunardi, l'inquieto diciassettenne Arthur Rimbaud (1854-1891), che avvia quindi una relazione con Verlaine. Con sé ha i fogli del suo capolavoro poetico, il Battello Ebbro.

Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti. 

Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese
Quándo coi miei bardotti finirono i clamori
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo. 

Nei furiosi sciabordii delle maree
l'altro inverno, più sordo d'un cervello di fanciullo,
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d'un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l'occhio insulso dei fari! 

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l'acqua verde penetrò il mio scafo d'abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone. 

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d'astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l'azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell'alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell'amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l'Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l'uomo crede di vedere! 

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori, illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane! 

Ho sognato la verde notte dalle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e blu dei fosfori cantori!

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d'acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d'argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi! [...] 

Quasi fossi un'isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d'uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire! 

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse
scagliato dall'uragano nell'etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l'ebbra carcassa d'acqua

libero, fumante, cinto di brume violette.
o che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del soie e i moccoli d'azzurro; 

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate'
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Maelstroms,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l'Europa dai balconi antichi! 

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli, 
milione d'uccelli d'oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l'acre amore m'ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio. 

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nella scia dei portatori di cotone,
né di fendere l'orgoglio di bandiere e fuochi,

e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

I due Maledetti insieme fuggono dalla Francia per l'Inghilterra finché, nel 1873, la loro relazione si interrompe bruscamente quando Verlaine spara a Rimbaud nel corso di un litigio a Bruxelles. Rimbaud pubblica l'unica sua opera, "Una stagione all'inferno" (1873), dedicata a questa esperienza, e al suo definitivo addio alla lirica.

Addio

L’autunno di già! ...ma perché rimpiangere un eterno sole, se siamo impegnati nella scoperta della chiarezza divina, - lontano da chi muore sulle stagioni.

L’autunno. La nostra barca alta nelle brume immobili volge verso il porto della miseria, la città enorme dal cielo chiazzato di fuoco e di fango. Ah! gli stracci putridi, il pane intriso di pioggia, l’ubriachezza, i mille amori che mi hanno crocifisso! Non la smetterà dunque mai questa lamia, regina di milioni di anime e di corpi morti che saranno giudicati! Mi rivedo con la pelle corrosa dal fango dalla peste, pieno di vermi i capelli e le ascelle e vermi ancor più grossi nel cuore, disteso tra sconosciuti senza età, senza sentimento... Avrei potuto morirci... Orrenda evocazione!

Esecro la miseria. E temo l’inverno perché è la stagione delle comodità! - Talvolta in cielo vedo plaghe sterminate coperte di bianche nazioni in gioia. Un grande vascello d’oro, sopra di me, sventola le sue bandiere variopinte alla brezza del mattino. Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato di inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue. Ho creduto di acquisire poteri sovrannaturali. Ebbene! devo seppellire la mia immaginazione e i miei ricordi! Bella gloria di artista e di narratore andata in malora!

Io! io che mi sono detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, eccomi qui, steso al suolo, con un dovere da cercare, e la rugosa realtà da stringere! Bifolco!

Sono stato ingannato? La carità sarebbe sorella della morte, per me?

Insomma, chiederò perdono per essermi nutrito di menzogna. E andiamo.



Rimbaud è considerato il massimo dei Simbolisti, anche per la sua felice intuizione del Poeta come un Veggente, un Profeta, che riesce a rendersi tale tramite il "deragliamento dei sensi", ovvero, ancora una volta, le percezioni alterate dalla sinestesia, spesso col favore degli oppiacei.

Tuttavia, dopo il 1873 egli abbandona la Poesia, l'Europa e si reca in Africa 1880), dove svolge tra gli altri il lavoro di mercante di schiavi.

Nel 1884, nell'ormai disinteresse di Rimbaud, Verlaine raccoglie le loro poesie e quelle dell'amico e corrispondente  Stephane Mallarmé (1842-1898) nella raccolta "I poeti maledetti" (1884), che contribuisce alla notorietà del movimento.

Avremmo dovuto dire Poeti Assoluti per restare nella calma, ma oltre al fatto che la calma poco si addice di questi tempi, il nostro titolo ha questo, che risponde in modo adeguato al nostro odio e, ne siamo sicuri, a quello dei sopravvissuti tra gli Onnipotenti in questione, per la volgarità dei lettori elitari - una rude falange che ben ce lo rende.
Assoluti per l'immaginazione, assoluti nell'espressione, assoluti come i Re Assoluti dei migliori secoli.
Ma maledetti!
Giudicate.

Nel 1886, sempre Verlaine pubblica le "Illuminations" di Rimbaud, di cui aveva ottenuto le bozze durante il loro ultimo incontro, e che favorirà la nascita del "mito di Rimbaud", in Apollinaire e nei Surrealisti in prima istanza, che dei Simbolisti si posero, in qualche modo, come eredi.

*

In Italia tali influenze erano filtrate in parte nel simbolismo di Giovanni Pascoli (1855 - 1912), che mette in pratica tale scelte nella sua raccolta "Myricae" (1891), spiegandole nel suo "Il fanciullino" (1897), derivato da un mito platonico.

È dentro noi un fanciullino, che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.

Il fanciullo interiore è quello che può cogliere i significati segreti della Natura, decifrare il labirinto di simboli.Il poeta simbolista «fanciullino» che è sempre pronto a stupire di tutto, a scoprire il grande nel piccolo e il piccolo nel grande e nelle cose le «somiglianze e relazioni più ingegnose», parlando al lettore-simbolista, all'Inner Child celato in ognuno di noi.

Nel caso della poesia pascoliana, ovviamente, simboli che rimandano sempre, a un primo livello, al dolore per la morte del padre fattore, ucciso da ignoti assassini la notte di San Lorenzo del X Agosto 1867. Ma, dietro a questo, vi è il senso di un dolore cosmico, di una sofferenza cosmica, che pervade l'intero "atomo opaco del Male", e che giustifica il senso di un messaggio poetico che travalica la vicenda personale pascoliana.

*

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

*

Il Lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì e si chiuse, nella notte nera.

*

Il tuono

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla.

*

Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
È l'estate, fredda, dei morti.

*

Il Santuario

Come un'arca d'aromi oltremarini,
il santuario, a mezzo la scogliera,
esala ancora l'inno e la preghiera
tra i lunghi intercolunnii dè pini;
e trema ancor dè palpiti divini
che l'hanno scosso nella dolce sera,
quando dalla grand'abside severa
uscìa l'incenso in fiocchi cilestrini.
S'incurva in una luminosa arcata
il ciel sovr'esso: alle colline estreme
il Carro è fermo e spia l'ombra che sale.
Sale con l'ombra il suon d'una cascata
che grave nel silenzio sacro geme
con un sospiro eternamente uguale.

(Quest'ultima lirica ha molti tratti in comune con Corrispondenze di Baudelaire, di cui sembra quasi riscrittura pascoliana).

*

Pascoli muore nel 1912, "poeta vate" suo malgrado di un'Italia che non ha certo un suo Rimbaud. Il ruolo ufficiale di vate della nuova Italia era spettato al suo (gran) maestro Carducci, e gli è stizzosamente conteso da D'Annunzio. Ma è il massone Pascoli, studioso del Dante iniziatico (e quindi simbolista) ad essere il trait d'union tra il Simbolismo francese e il grande Ermetismo italiano.

Il primo autore a divenire un riferimento per l'Ermetismo è non a caso Giovanni Ungaretti (1888-1970), cresciuto ad Alessandria d'Egitto (visitata da Rimbaud nel suo viaggio verso il cuore di tenebra africano), in scuole francesi, dove si era confrontato coi poeti simbolisti d'Oltralpe approfonditi poi nel lungo soggiorno parigino.

Con "Il porto sepolto" (1916), dedicato all'esperienza della Grande Guerra (ma non solo), il poeta introduce anche in Italia una poesia fortemente scarnificata, essenziale, spesso criptica nella sua brevità assoluta.

Il porto sepolto

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
di inesauribile segreto.

Allegria di naufragi
Versa il 14 febbraio 1917

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Mattina
Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

M'illumino
d'immenso.


Soldati
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.

"Cielo e mare", la sua poesia arcinota (e amata dagli allievi) per la grande brevità, con il suo testo di due soli gruppi di parole, "M'illumino / d'immenso" è in qualche modo il manifesto della brevitas dell'ermetismo italiano, che sintetizza ulteriormente le sintetiche Correspondances individuate da Baudelaire.

Ma ermetica sarà soprattutto la raccolta "Sentimento del tempo" (1933).

Sentimento del tempo
1931

E per la luce giusta,
Cadendo solo un'ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Ma ora l'ascolto,
T'affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.

Dove la luce
1930

Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d'ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov'è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d'oro.

L'ora costante, liberi d'età,
Nel suo perduto nimbo

Sarà nostro lenzuolo.

Fine di Crono
(1925)

L'ora impaurita
In grembo al firmamento
Erra strana.

Una fuligine
Lilla colora i monti,

Fu l'ultimo grido a smarrirsi.

Penelopi innumeri, astri

Vi riabbraccia il Signore!

(Ah, cecità!
Frana delle notti...)

E riporge l'Olimpo,

Fiore eterno di sonno.



Anche Eugenio Montale (1896-1981) divenne un modello con i suoi "Ossi di seppia" (1925), ispirati all'essenzialità assoluta, scarnificata, degli ossi di seppia che giungono sulle coste della sua amata Liguria.

Come in gran parte della tradizione poetica moderna, la visione del mondo è sostanzialmente negativa, cosa che solitamente suscita scarso apprezzamento da parte degli allievi (Leopardi in primis).

Bisognerebbe cogliere, ovviamente, come ciò si leghi a un sempre maggiore prevalere del Nichilismo in filosofia (anzi, Nietzche ricava tale idea da Leopardi, probabilmente...), ma naturalmente è impossibile da cogliere a livello di una seconda superiore, specie non liceale.

*

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto 
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

*

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

*

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

*

Ascoltami, i poeti laureati 
si muovono soltanto fra le piante 
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. 
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi 
fossi dove in pozzanghere 
mezzo seccate agguantanoi ragazzi 
qualche sparuta anguilla: 
le viuzze che seguono i ciglioni, 
discendono tra i ciuffi delle canne 
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. 

Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall'azzurro: 
più chiaro si ascolta il susurro 
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove, 
e i sensi di quest'odore 
che non sa staccarsi da terra 
e piove in petto una dolcezza inquieta. 
Qui delle divertite passioni 
per miracolo tace la guerra, 
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza 
ed è l'odore dei limoni. 

Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s'abbandonano e sembrano vicine 
a tradire il loro ultimo segreto, 
talora ci si aspetta 
di scoprire uno sbaglio di Natura, 
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, 
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta 
nel mezzo di una verità. 
Lo sguardo fruga d'intorno, 
la mente indaga accorda disunisce 
nel profumo che dilaga 
quando il giorno piú languisce. 
Sono i silenzi in cui si vede 
in ogni ombra umana che si allontana 
qualche disturbata Divinità. 

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo 
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra 
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. 
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta 
il tedio dell'inverno sulle case, 
la luce si fa avara - amara l'anima. 
Quando un giorno da un malchiuso portone 
tra gli alberi di una corte 
ci si mostrano i gialli dei limoni; 
e il gelo dei cuore si sfa, 
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni 
le trombe d'oro della solarità.

*

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

*

Nel 1933, "Il sentimento del tempo" di Ungaretti, slegato dal più contingente tema bellico, meno sintetico, più criptico verrà adottato come il modello dell'Ermetismo.

Il nome del moviment, che lo ufficializza, viene coniato dal critico Francesco Flora, nel 1936. Il riferimento è all'Ermetismo classico, la scuola filosofica ispirata a Hermes Trismegistus, Ermes il tre volte grande, l'esoterista egizio della corte di Ramesse II contemporaneo di Mosé, mitico autore dei Libri Ermetici che sintetizzavano tutta la sapienza esoterica dell'antichità.

Da notare che, come per molte avanguardie del '900 (impressionismo, cubismo, fauvismo etc.), il nome è critico, e indica una eccessiva enigmaticità del testo. Ma gli ermetici assumeranno questo nome come loro.

Nel 1938, Carlo Bo comporrà "Letteratura come vita", che gli Ermetici eleggeranno a manifesto. Nel saggio, la poesia è presentata come "un golfo d'attesa metafisica", ovvero un qualcosa in grado di aprire le porte a una sfera superiore.

Intanto, nel 1939 era iniziata la guerra mondiale, che nel 1940 avrebbe visto l'intervento dell'Italia. Gli Ermetici, per quanto apolitici nel loro movimento letterario, erano comunque antifascisti.

Nel dopoguerra, in questo modo, la poesia ermetica assumerà un valore simbolico di poesia "ufficiale", anche se la ricezione nel canone letterario sarà graduale.

Nel 1959 il Nobel a Salvatore Quasimodo, bissato nel 1975 dal Nobel a Montale (Ungaretti, anche per i suoi trascorsi fascisti, e la prefazione al suo libro di Mussolini, non l'ebbe mai), che nel suo discorso sul senso della poesia nell'età della terza rivoluzione industriale che iniziava in quegli anni nega che abbia ancora valore, e in questo modo, sostanzialmente, eterna sé stesso come ultimo dei poeti, e l'Ermetismo come ultimo dei movimenti.

*

Quasimodo

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

*

Rifugio d'uccelli notturni

In alto c'è un pino distorto;
sta intento ed ascolta l'abisso
col fusto piegato a balestra.

Rifugio d'uccelli notturni,
nell'ora più alta risuona
d'un battere d'ali veloce.

Ha pure un suo nido il mio cuore
Sospeso nel buio, una voce;

sta pure in ascolto, la notte.

*

Già la pioggia è con noi,
scuote l'aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido

levato a vincere d'improvviso un giorno.

*

S'ode ancora il mare

Già da più notti s'ode ancora il mare, 
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce. 
Eco d'una voce chiusa nella mente 
che risale dal tempo; ed anche questo 
lamento assiduo di gabbiani: forse 
d'uccelli delle torri, che l'aprile 
sospinge verso la pianura. Già 
m'eri vicina tu con quella voce; 
ed io vorrei che pure a te venisse, 
ora, di me un'eco di memoria, 

come quel buio murmure di mare.

*

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera

*

Oboe sommerso

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,


e i giorni una maceria.


(Gerbido = sterpaglia)

*

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d'alberi e d'abissi.

Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:

povera cosa caduta

che la terra raccoglie.

*

Ti trovo nei felici approdi,
della notte consorte,
ora dissepolta
quasi tepore d'una nuova gioia,
grazia amara del viver senza foce.

Vergini strade oscillano
fresche di fiumi in sonno:

E ancora sono il prodigo che ascolta
dal silenzio il suo nome
quando chiamano i morti.

Ed è morte

uno spazio nel cuore.

*

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