Orfani. Season Two.


LORENZO BARBERIS.

(Spoiler Alert, as usual)

E così Orfani di Roberto Recchioni è giunto alla season two, proprio mentre entra nella phase two anche il suo restyling di Dylan Dog.

Mentre finora ho apprezzato il suo lavoro su Dylan, la prima serie di Orfani non mi ha esaltato particolarmente. Ritmi di lettura molto rapidi a fronte di una spesa più alta per il colore, pur usato a livelli eccelsi.

Probabilmente non ero anche nel pieno target dell'operazione, volta ad avvicinare un pubblico più giovane, operazione che sembra riuscita, data la fiducia data alla serie per una seconda, ma anche una terza serie. Del resto, nonostante il calo rispetto ai quasi sessantamila lettori iniziali - partenza alta per gli attuali standard Bonelli -  pare che Orfani sia il terzo bonelliano per volume d'affari (non di vendite), dopo gli ovvi Tex e Dylan (e, cosa da non trascurare, credo, è un marchio nuovo, non legato a precedenti accordi di sfruttamento commerciale: elemento che è un indubbio vantaggio, nell'attuale fase).

Un vantaggio delle miniserie usate come "stagioni" televisive è inoltre la possibilità delle correzioni di rotta, evidentemente, oltre alla possibilità di creare un rilancio e riprendere a bordo chi era magari sceso. Non a caso la nuova serie promette di essere seguibile perfettamente anche senza conoscere la serie precedente. Ho preso il numero uno - come non averlo, di una nuova SF in Bonelli? - e devo dire di aver decisamente apprezzato.



La miniserie è stata annunciata dal consueto hype, meno accentuato questa volta rispetto alla prima serie, che ovviamente era una novità più forte. La presentazione ci mette in evidenza i "nuovi Orfani", per così dire, i ragazzini della ribellione al regime che si era andato formando, vent'anni prima, in Orfani 1.


Abbiamo questa volta solo tre ragazzi, una coralità meno estesa, che promette di permettere un maggiore approfondimento. Le citazioni accostati ai ragazzi insistono sul concetto di Rivoluzione. Provocatoriamente Recchioni scomoda Che Guevara e Gramsci, scatenando polemiche online nel fumettomondo di destra.


Viene solitamente dimenticato, in queste polemiche online, Bulwer-Lytton, scelta probabilmente non casuale: è l'autore de "Gli ultimi giorni di Pompei", romanzo divenuto paradigmatico del concetto di decadenza. E un mondo decadente e senza speranza è quello di questo primo "Orfani 2", tratteggiato ancor più chiaramente che nel precedente, anche grazie agli importanti inserti testuali della manipolatrice Juric, "a la Watchmen".


A Ringo - l'unico superstite, cui va l'onore del titolo - spetta invece il manifesto col rovesciamento del motto della prima serie. Se gli Orfani facevano cadaveri, non arte (frase ad effetto, per lo stesso Recchioni non particolarmente pregna di significati), qui l'eroe dichiara di non fare cadaveri, ma la rivoluzione. Citazione più centrata, e dunque più provocatoria, che va a illustrare i diritti dei rivoluzionari contro un sistema corrotto. Come diceva anche San Tommaso d'Aquino, è lecito uccidere il tiranno.

Se però inizialmente poteva sembrare un semplice "Orfani 2", la nuova mini cambia drasticamente il concept centrale: non più al centro l'innovativa (in Bonelli) coralità dei personaggi, che pure rimane sullo sfondo, ma l'One Man Show di sempre.

Ringo sembra quasi nome da western, oltretutto, e molto classica è la cover (sia quella esterna, che vediamo sopra, che quella interna, che riprende l'immagine del manifesto).

L'idea originaria, stando a Fumettologica, era il contrasto assoluto, di uno sfondo uniforme, ma alla fine si è rinunciato a questa scelta "alla Rotckho" (dixit Mammuccari, il disegnatore responsabile dell'estetica della serie) in favore di una scelta più pop - e anche, volendo, più tamarra. Protagonista in posa archetipa, di spalle, con muro di fuoco stilizzato dal basso.

Una delle rare cover sotto l'egida di Recchioni che non mi convince molto, a dire il vero, un ritorno al passato fin troppo marcato per un estremo innovatore come lui (già molto meglio la cover del prossimo numero). Forse c'è una volontà di rassicurare: Orfani 1 puntava a raggiungere un nuovo pubblico, e pare averlo fatto; ora si cerca di far risalire a bordo lo "zoccolo duro bonelliano".

Potente, comunque, l'effetto di Shock di associare l'eroe, "il Pistolero", ad un nuovo arco elettromagnetico: altro elemento programmatico di cambiamento, che troveremo rinforzato all'interno della trama.

Entrati all'interno, però, la situazione migliora di molto. La scelta dell'ambientazione in Italia, già presentata prima, è un altro elemento che affascina, per la violazione del famigerato "A Lucca mai!".

Qui siamo a Napoli, in verità, città perfettamente credibile nel suo cyberpunk.

Inoltre, la scelta, anche qui tradizionale ma apprezzabile, di una storia classica invece dello spezzamento in due vicende brevi, passato e futuro, che con l'ulteriore accelerazione del ritmo in Orfani 1 lasciava una esperienza di lettura non molto soddisfacente (almeno per me).

Fin dall'attentato alla Juric appare una riflessione sul ruolo dei rivoluzionari (p.14) come prima si era riflettuto su quella del soldato; ultraviolenza a livelli impensabili in Bonelli, superando forse anche Orfani I, che già aveva superato i precedenti standard (già a p. 23 una scena piuttosto forte, rafforzata dal colore); e anche un maggior rilievo dato alla, diciamo, "effettistica speciale".

In "Orfani 1" Recchioni aveva dichiarato la sua relativa indifferenza alla SF, da usare solo come sfondo a una "tragedia shakespeariana": e infatti, tutto il mecha design era trattato con una ironia divertente, un po' sprezzante (le armi ricavate dai modelli delle Nerf, per dire).

Qui, invece, i "Corvi", pur non nuovi nell'idea in sé, rivelano una capacità di invenzione drammatica dell'elemento fantascientifico ad alti livelli, anche tramite l'uso eccelso del colore in modo funzionale ad evocare l'orrore di questi demoni tecnocratici.

Recchioni usa poi il dubbio sulla loro identità allo stesso modo con cui aveva giocato, nella prima serie, sull'identità dei vari Orfani. Di quattro che appaiono, capiamo bene l'identità di tre, le due fanciulle, Angelo e Mocciosa, e l'Eremita, reso evidente dal ruolo. Uno invece, ridotto a cane al guinzaglio di Mocciosa, è lasciato in dubbio. Il reietto Rey, o il leader Jonas, totalmente degradato?

Allo stesso modo, l'arco elettromagnetico fa un bell'effetto nel suo elegante e letale design hi-tech, e la scena in cui Ringo invecchiato rifiuta le sue due "TecnoNerf" è paradigmatica come quella in cui, in Pulp Fiction, il protagonista sceglie - per progressivi rifiuti - la Katana (a suo tempo iconica del primo grande eroe di Recchioni, John Doe).

Non mancano altri set up disseminati nella storia, che promettono un proficuo pay off.

L'espediente narrativo di fondo, coerentemente con l'ambientazione, è ripreso da Filomena Marturano, con relative complicazioni introdotte da Recchioni, che si dimostra un buon citazionista, in grado di usare spunti di partenza per rielaborarli in modo critico come - nei diversi stili, ovviamente - il maestro bonelliano Sclavi.

La suspense sul figlio di Ringo è acuita dalla morte della madre ribelle, che avrebbe dovuto svelare l'identità, mentre l'ipotizzata "ultima notte" dei ragazzi (p.54-55) crea i presupposti per interessanti sviluppi futuri.


Subito dopo, il Cristo Velato del Sanmartino fornisce lo spunto per una riflessione sul concetto di rivoluzionario, avvicinando addirittura il ruolo del rivoluzionario a Cristo, secondo una diffusa retorica che però, in Bonelli, è sicuramente coraggiosa.

La scena finale, con lo scontro tra Ringo e i Corvi, è azione a livelli magistrali, e di nuovo Recchioni chiude con una alta dose di violenza visuale (p.80), che è però mai eccessiva, ma calibrata alla perfezione nei punti drammatici giusti.

Insomma, credo proprio che, preso il numero uno per collezionismo (il n.1 di un Bonelli di fantascienza non si rifiuta mai...) credo che proseguirò questa serie. Sperando di vedere magari presto gli Orfani a Torino.

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