Un Poeta Quasi A Modo



LORENZO BARBERIS.

Tra gli ermetici, Quasimodo viene al terzo posto nel nostro canone letterario, dopo l'ex-aequo tra Montale e Ungaretti, di cui è difficile stabilire una vittoria (forse Ungaretti, che con "M'illumino d'immenso" è ancor più l'archetipo della poesia breve).

Nato nel 1901, morto nel 1968, due date simbolo del Novecento, è poeta novecentesco anche nel suo essere, nell'essenza. anti-letterato, geometra (1919) con studi in ingegneria incompiuti. Un po' come Montale geometra, e a differenza di Ungaretti, l'unico vero letterato in senso classico tra le Tre Corone dell'ermetismo.

Solitamente un ruolo meno citato di quello di Montale o di un Gadda, ingegnere, probabilmente a causa della (relativa) minor fama del nostro.

Sposatosi nel 1926, è invitato a Firenze dal cognato Elio Vittorini nel 1929, collabora qui a "Solaria" a partire da tre poesie del 1930 in cui affina lo stile ermetico. Arriva quindi relativamente tardi all'ermetismo, rispetto ai due modelli Ungaretti - il primo, con il Porto Sepolto composto nella grande guerra, e Montale e i suoi Ossi del 1925. Il poeta patisce i paragoni con Montale e Ungaretti, tutto vuole meno che passare per "montaliano" o "ungarettiano".

Però ha subito successo, e alcuni poeti iniziano a imitarne lo stile, con omaggio che egli, da poco ermetico, gradisce fino a un certo punto, specie quando si inizia a parlare di Quasimodismo, avvicinandolo pericolosamente, con eccessivo entusiasmo, al Petrarchismo e cose così (1931).

Nel 1932 arriva comunque la raccolta ermetica (quella famosa, la seconda, dopo una prima Acque e Terre ancora tradizionale): "Oboe sommerso" con le poesie dal 1930 al 1932.

Ungaretti subito dannunzia il povero Quasimodo per plagio, in quanto la raccolta, fin dal titolo, sarebbe il suo Porto Sepolto blandamente rivisitato.

Il Porto Sepolto

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
di inesauribile segreto.

L'Oboe Sommerso

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,

e i giorni una maceria.

Quasimodo respinge le accuse e giudica povera cosa, "figura secondaria del campo della poesia", irridendone il "m'illumino d'immenso" con sarcasmo, ripromettendosi di dare una "lezione seria" alle sue "quattr'ossa" (citando da un'altra alta lirica ungarettiana).

In verità, in modo postmoderno, credo che Quasimodo fonda il Porto Sepolto (la poesia come l'interiorità del poeta, il Porto Sepolto d'Alessandria dov'egli, magico palombaro, recupera le energie potenti dell'inconscio) con l'Oboe inquietante della più celebre sinestesia della storia poetica, quella delle Corrispondenze di Baudelaire, lirica-manifesto del simbolismo.

Profumi freschi come la pelle d'un bambino 
vellutati come l'oboe e verdi come i prati,

Qui il profumo si fa tatto, suono e colore (ci manca solo più il gusto), evocando l'Oboe vellutato nel suono; nel corpo della poesia, del resto, le mani del poeta, che suonano l'oboe misterioso della vox poetica, sono erbose, e tutto il poeta è "gerbido", ovvero colmo d'erba, con termine raro, come i verdi prati vellutati di Baudelaire che richiamano la pelle di un bambino (il fanciullino pascoliano?).

Ungaretti probabilmente si era aggrappato a quelle "foglie perenni non mie" che risuonano nell'oboe quasimodiano; ma appunto, più ancora che sue, sono quelle di Baudelaire. Difficile il copyright in poesia.

Montale ovviamente non perde l'occasione per intervenire a sua volta, godendo dei due litiganti come vuole il proverbio: "ho sentito che la Iena Egizia minaccia di morte i suoi imitatori". L'ermetica aura di "poeta magico", unito all'origine egizia, dona a Ungaretti aura di iettatore, mentre Quasimodo a sua volta è però ridotto a imitatore, secondo l'accusa.

E' bello ed educativo vedere i tre grandi sgomitare senza esclusione di colpi, per evitare di farsi sopravanzare dagli altri due e, se possibile, di primeggiare. Il conflitto produrrà un equilibrio, grazie al quale non abbiamo un Quasimodismo, un Montalismo, un Ungarettismo, ma un Ermetismo, che li riunifica e supera.






Intanto Quasimodo, dal 1934 a Milano, vi incontra la danzatrice e poetessa Maria Cumani, il vero amore della sua vita (oggi ella ha un suo blog dedicato, qui).

Lascia il lavoro nel genio civile nel 1938, per dedicarsi alla pura carriera letteraria, Nel 1939 traduce i lirici greci, forte del suo background della Magna Grecia; nel 1941 il conservatorio Verdi lo accoglie come insegnante di letteratura italiana, incarico che manterrà fino alla morte nel '68.

Ne 1942 la raccolta "Ed è subito sera", la poesia che diverrà più famosa, la via quasimodiana all'illuminazione d'immenso.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di Sole:
ed è subito sera.

Al cielo e mare del titolo ungarettiano si sostituisce il cuore della terra, l'illuminazione è sostituita da una trafittura del sole che, però, anticipa la venuta della sera, la fine dell'attimo ideale.

L'ultimo verso - e il titolo - sarà amato dai giornalisti, in quanto diviene una formula retorica ideale per i "campionati di titolismo" del giornalismo libero del secondo dopoguerra (cit. Guareschi). "Ed è subito crisi", "Ed è subito gol", "Ed è subito trendy" "Ed è subito fashion" e via di declinazioni il più possibile ossimoriche. Quasimodo si rivolterebbe nella tomba, direbbe un blog di poesia seriosa: io credo che in realtà l'omaggio, tenendo in vita una delle sue liriche, gli farebbe in fondo piacere.



L'iscrizione al PCI nel 1945 e la scrittura di poesia impegnata è la via giusta per il successo. "Alle fronde dei salici" avvia quella propaganda dell'ermetismo-PCI detestato da Guareschi e dai destri, snobbato dal signorile e indifferente Montale, impossibile al fascista Ungaretti, ma in grado di aprire varie porte.

ALLE FRONDE DEI SALICI.

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

La poesia è di raffinata abilità. Se Ungaretti si faceva prefare il suo ermetismo da Mussolini, e il canto della grande guerra come orrore è di fatto rabberciamento postumo, se Montale intendeva il suo ermetismo come un infastidito "Non chiederci la parola", nel senso che al poeta non spetta certo l'impegno politico (e le sue liriche antihitleriane sono troppo criptiche, in fondo), Quasimodo ci dice che il silenzio del chiudersi nell'Hermesys è legato all'indicibilità del dolore. "Il piede straniero sopra il cuore" gronda una retorica ancora ottocentesca, riscattata dalle pennellate di modernità verista dei morti nelle piazze, alla sinestesia dell'Urlo Nero che dà forza a questa Madre-Madonna che va incontro al Figlio-Crocifisso, chiudendo il crescendo con il Palo del Telegrafo, simbolo della modernità dell'orrore bellico.

Viene in mente la crocifissione di Guttuso del 1943, parimenti venata d'impegno civile comunista sul modello archetipo, in pittura, della Guernica picassiana.

La terzina conclusiva esplica il titolo, con un ritorno nel classico efficace dopo il salto al moderno, le cetre appese alle fronde dei salici per protesta contro l'orrore nazista. Abbastanza ermetico da esser metafora moderna, abbastanza leggibile da antologia scolastica, a fronte del Montale più criptico coi suoi sciacalli al guinzaglio. E' il Secondo Quasimodo, quello comunista, quello spiegato alle masse, in una scelta che premia.

Il Nobel arriva nel 1959: la notizia lo coglie il 22 ottobre, "il primo giorno di lezioni" (ah, bei tempi!) cui però egli non manca, con signorile indifferenza, come se il premio fosse un atto dovuto cui lui, superiore, non presta particolare cura (Sartre, quanto avresti da imparare da quest'uomo!).

Il discorso del Nobel è sapiente costruzione, di nuovo, volta a magnificare la grandezza del Poeta sopra ogni altra forma d'espressione letteraria, e sé stesso come punto di partenza dell'Ermetismo.

Lo scrittore di racconti, di romanzi, si ferma sugli uomini, li imita; consuma personaggi; il poeta, nella sua oscura sfera, con infiniti oggetti, è solo, e non sase sia indifferenza, la sua, o speranza.

...


la mia ricerca poetica si svolge in periodo di dittatura e segna le origini del movimento culturale dell'ermetismo.

Poi si palesa la volontà politica di parlare a un pubblico più ampio:

I miei lettori erano ancora letterati; ma ci doveva essere altra gente che aspettava di leggere mie poesie. Studenti, impiegati, operai? 

Non manca, in conclusione, una critica della cultura di massa, il Giallo in massimo grado:

La degradazione del concetto di cultura operata sulle masse, che credono cosi di affacciarsi ai paradisi del sapere, non è un fattore politico moderno, ma nuova e più rapida è la tecnica usata per la dispersione multipla degli interessi meditativi dell'uomo. L'ottimismo è divenuto tangibile, non è che un gioco della memoria, i miti e le favole (l'ansia degli eventi soprannaturali, diremo) scendono nel "giallo", assumono metamorfosi visive nel cinema o nel racconto epico dei pionieri o del delitto. L'alternativa fra il poeta e il politico è esclusa. L'ironia "dei circoli mondani", che talvolta è una faccia dell'indifferenza costruita, riduce la cultura nell'angolo cupo della sua storia, affermando che il quadro del dissidio è drammatizzato, che l'uomo e il suo dolore sono stati e saranno nel loro recinto consueto, cosi negli evi come oggi e domani. Certamente. Ma il poeta sa che c'è un dramma, esasperazione del dramma, sa che gli adulatori della cultura sono i suoi fanatici incendiari: il collage degli scriventi composto su qualsiasi regime corrompe alla periferia e al centro i gruppi letterari, che stimolano l'eternità con smilze calligrafie dell'anima, con vernici della loro impossibile vita della mente. In particolari momenti della storia, la cultura si unisce segretamente contro il politico: è un'unità temporanea e serve da ariete per abbattere le porte della dittatura. Sotto ogni dittatura si stabilisce questa forza, quando essa coincide con la ricerca delle libertà elementari dell'uomo. Questa unità scompare allorché, sconfitto il dittatore, risorge la catena delle fazioni.

E si conclude con la figura eroica del poeta:

Il poeta è solo: il muro di odio si alza intorno a lui con le pietre lanciate dalle compagnie di ventura letterarie. Da questo muro il poeta considera il mondo, e senza andare per le piazze come gli aedi o nel mondo "mondano" come i letterati, proprio da quella torre d'avorio, cosi cara ai seviziatori dell'anima romantica, arriva in mezzo al popolo, non solo nei desideri del suo sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici.

Segue la fama definitiva, la laurea Honoris Causa prima a Messina, quasi doverosa, nel 1960; poi ad Oxford, prestigiosissima, nel 1967, ad appena un anno dalla morte. Ungaretti si rode nell'ombra, anche se poi nelle scelte del canone avrà la sua rivincita.

Laureato con Nobel, Quasimodo declina in seguito nelle scelte del canone per le stesse ragioni che l'avevano condotto in auge: l'aderenza al PCI, la troppo evidente matrice politica, nonché il puro fatto materiale della precoce scomparsa: Ungaretti e soprattutto Montale, che gli sopravvivono (quest'ultimo, vincendo anche lui il Nobel), riescono quasi nell'intento di eclissarlo.

Ma personalmente, pur preferendo Montale, ho ritenuto e ritengo giusto continuare a celebrare anche Quasimodo, e il suono struggente del suo oboe poetico.


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