Dylan Dog 339 - Anarchia nel Regno Unito



LORENZO BARBERIS.

Spoiler alert, as usual.
(Una prima versione dell'articolo è uscita anche per "Chinauti", il sito di fumetti del Cuneese).

Con questo numero di dicembre, il 339, si chiude il 2014 di Dylan Dog, anno che ha visto l'avvio del tanto atteso "nuovo corso" del personaggio. In un certo senso, se "Spazio Profondo" era un albo di stacco, e il 338 chiudeva il (lunghissimo) arco narrativo precedente con l'addio all'ispettore Bloch, questo è il primo vero albo del "rinascimento dylaniato".

Partiamo da una curiosità: nelle anteprime, l'albo era definito "Anarchia in Inghilterra", mentre il vero titolo in edicola è stato "Anarchia nel Regno Unito". Citazione più corretta di "Anarchy in the UK" dei Sex Pistols, il singolo che il 26 novembre 1976 (la corrispondenza è quindi perfetta...) dà l'avvio al punk.



I Sex Pistols vengono citati anche dalla bella copertina, che è pressoché identica alla cover del loro album. Inoltre la trama dell'opera, come palesato anche da Recchioni nella sua introduzione alla storia, è ispirata a un classico come "Assault on Precint 13" di Carpenter, sempre del 1976 e parimenti influenzato dal predominante spirito punk del periodo, letto però sotto la prospettiva tendenzialmente opposta, quella dei tutori dell'ordine assediati (letteralmente) dalla nuova generazione nichilista.

I disegni sono affidati a una delle colonne portanti della serie, quel Casertano che illustrò il numero 10, "Attraverso lo specchio", la storia che nel primo anno di vita segnò l'avvio del successo del personaggio (e, ovviamente, innumerevoli storie successive). Un Casertano fedele al suo "nuovo tratto", evolutosi nel corso degli anni, e ormai lontano da quello delle origini, ma sempre artisticamente interessante.

Per la sceneggiatura, invece, l'esordio in Dylan Dog di Simeoni, già autore di pregevoli romanzi grafici di taglio orroroso per la Bonelli: "Gli occhi e il buio" e "Stria", più altri due sulla collana "Le Storie": "Amore nero" e "Oxyd Age". Simeoni conferma qui la sua scrittura elegante e colta, ricca dei riferimenti a un complesso contesto storico cui ci aveva abituati ne "Gli occhi e il buio", una cornice mai invadente che aggiunge spessore all'inquietudine e alla narrazione. Non manca una adesione puntuale al citazionismo dylaniato, che viene utilizzato per intessere l'opera di riferimenti che l'arricchiscono, non fini a sé stessi, ma azzeccati ed in grado di creare uno spessore che permette di offrire più possibili letture (e riletture).


Citazionismo fin dall'inizio: Dylan è a letto con la bella di turno, con una vignetta che richiama il Ratto di Proserpina del Bernini (p.5). Un modo, come al solito, per ribadire Dylan quale "Fumetto d'orrore, fumetto d'autore" celebrando al contempo il ritorno al nudo artistico, precedentemente più censurato.

L'arrivo dell'ispettore Tyron Carpenter (che si ricollega anche a District 13...) e della sua assistente Rania Rakim (nome allitterante, potrebbe avere una testata in Bonelli) è l'occasione, a p. 7, per una riscrittura del Terzo Stato, il dipinto di Pellizza da Volpedo che, fino al nuovo corso, era citato nell'antiporta dell'albo, col "terzo stato dei mostri" guidato da Dylan Dog.

Le forze dell'ordine entrano e perquiscono casa Dog, offrendo spazio a citazioni interne alla serie, sottili messaggi al lettore attento e di lungo corso (p.9), con la custodia del clarinetto che è in realtà una bomba (dal numero uno, quasi a rimarcare il restart operato).

Carpenter sequestra il distintivo di Dylan e lo arresta per essersi spacciato come falso poliziotto in innumerevoli casi. Finisce così un classico del noir citato da Dylan, e inizia invece il police procedural. Carpenter ironicamente chiede a Dylan se deve leggergli il "Miranda Warning", l'avvertimento della polizia americana, per concludere che non serve, ad un ex poliziotto. Ovviamente, il Miranda là dove è legge, in USA, viene letto a tutti, mentre in Inghilterra non è in vigore.

L'ironia è rivolta al lettore: d'accordo, Dylan non ha più il distintivo, ma "non aspettatevi che adesso vi leggeremo ogni volta il Miranda Warning", ovvero non diventa un police procedural alla Michael Connelly. Tra l'altro Miranda, lo stupratore beneficiario della sentenza nel 1966, divenne una celebrità negli ambienti criminali fino alla sua morte in una rissa... nel 1976.

Aggiornata anche la tariffa a 100 sterline l'ora (p. 12).

A p. 13 finalmente il titolo, con una splash page che per una volta fa un campo lungo su Craven Road (altra novità). Il locale De Gustibus Restaurant che appare accanto alla casa di Dylan appare di nuovo ironico verso l'ambivalenza di elogi e critiche che ha accolto il Nuovo Corso. Il De Gustibus apparirà di nuovo nell'ultima vignetta, nella "nuova" Craven Road, a ribadire il monito al lettore troppo sicuro della sua opinione: "de gustibus non disputandum est".

Vediamo anche l'insegna "Cheer's Win(ery)", che non ha particolari significati, credo (a meno di leggerla come Cheers Winner, "salutate il vincitore", riferito a Carpenter momentaneamente trionfante, ma pare eccessivo perfino a me).

Chi parla tra la folla critica Dylan Dog: torna il tema del Ciarlatano.

A p. 14, la scena delle proteste mostra con evidenza come in Inghilterra i poliziotti (MP, Military Police?) hanno un identificativo sul casco (con silente polemica con l'assenza di identificazione nelle forze dell'ordine italiane?).

Circondato da manifestanti, Carpenter si rinchiude a Scotland Yard, dove è stato imprigionato il capo dei rivoltosi (New Slaves Riot, la Rivolta dei Nuovi Schiavi, che invocano "Stop Workers Death"). A questo punto la citazione del Distretto 13 diviene evidente, e la storia procede su binari abbastanza prefissati, che non tolgono l'interesse nel vedere la reinterpretazione e i primi accenni di caratterizzazione a tutto tondo di Rania e di Carpenter.

"Nessuno è innocente fino in fondo", dichiara Rania a p. 18, a lasciare intendere qualche possibile segreto; vediamo che, benché Carpenter sia un "duro" (i dialoghi li ricopia da Challagan, ironizza Dylan), tutti e due si oppongono entrambi alle violenze sui detenuti, e Carpenter stronca nei bobbies inglesi le battute razziali (cosa del resto a suo modo ovvia, essendo anche lui parte di una minoranza etnica). Al tempo stesso, diversamente da un certo tipo di "sclavismo" degenerato nel tempo ("il vero mostro è l'impiegato scortese alle poste, etc."...) nemmeno Miller, l'agente razzista, è codificato come un mostro né punito con la morte "per cause sovrannaturali" come sarebbe avvenuto in un albo "sclaviano".

A p. 22 inizia l'intervento del sovrannaturale, colta da Dylan. Carpenter che cita Kabul (p.38) fa capire di avere a sua volta un passato nascosto, da ex militare probabilmente. La TV che annuncia l'apocalisse incombente mi ricorda "Gli Uccisori", mentre il sociologo Peter Woodward (il nome cita un attore inglese in serie di fantascienza), che alla TV legittima la rivolta e poi scappa dall'Inghilterra, è una figura - anche nell'aspetto... - vagamente inquietante. I lavoratori veri osservano gli scontri perplessi, come dietro da un acquario, nel loro pub "The Worker Corner", una delle sequenze più belle, a metà storia (p.49).

Invece, nell'evolversi della situazione "alla distretto 13" Dylan si schiera in modo netto con la polizia, come notato anche da "Malloy", a p.46; il suo intervento, nel segno del nuovo corso, lo vede consultare internet da un palmare, per l'orrore dei lettori tradizionalisti. Grazie a questo, Dylan capisce che la canzone della rivolta è la chiave dell'enigma, e scopre chi sta dietro ai rivoltosi.

Però perché, se Keed era morto ucciso dai padroni delle concerie Harper inc., la vendetta si concentra sulla polizia, come rivela la sequenza della madre coi bambini? Forse è un modo per alludere ad un bersaglio sbagliato nelle proteste di piazza, che finiscono per scontrarsi con la polizia (dei lavoratori, come ricorda Dylan a Miller) e non con il vero potere che li opprime, più impalpabile

Bella immagine il cartello di New Scotland Yard (simbolo grafico ricorrente in Dylan delle visite a Bloch) distrutto a p.61. La sequenza finale, con un Dylan incredibilmente d'azione (lui stesso ci ironizza su, paragonandosi a Bruce Willis) è particolarmente efficace.

A p.80 tuttavia la pistola avuta da Carpenter si tramuta per un attimo nella Bodeo. Un apparente blooper che però Simeoni ha rivendicato come ironia metaletteraria, gioco citazionistico nascosto. In effetti tutta la storia della pistola d'ordinanza insiste sul gioco della modernizzazione, con Dylan che la dimentica nella fabbrica e quindi evita di compiere la dissacrazione finale (Dylan che fa fuoco sui mostri con un'arma qualunque, l'errore che scandalizzava nel pessimo film americano...) o rivelare il blooper nascosto.

Conclusa la vicenda Rania si mostra abbastanza refrattaria al fascino di Dylan, e l'ultima tavola, con Bloch che mostra il cartello pubblicitario della Harper ancora attiva e in prosperità è un bel finale amaro, che mostra come i "veri mostri" siano ancora potenti e in attività. In realtà, non sono nemmeno stati attaccati (come avveniva invece in altre storie "sociali" di Dylan). Anche quel "Your second leather" della pubblicità ha un possibile rimando alla maschera di pelle di Keed e dei rivoltosi (anche se credo che in inglese il gioco di parole su "pelle" non funzioni, dovrebbe essere leather e skin, due termini diversi).




Interessante il ritorno a un grande classico dei primi Dylan, che ne confermava la grandezza "cinematografica" delle storie: la suggestione insistita di una colonna sonora. Qui i brani sono addirittura due: fin dal titolo, Anarchy in the UK, e la colonna sonora di Assault on Precint 13 (che venne anche ripresa come soundtrack di Xenon 2, grande videogame dei Bitmap Brothers).

Se preferite, intervallate anche con "London's burning" (1976), citazione dei Clash che rimanda, del resto, all'archetipo dell'incendio di Londra del 1666, parte indissolubile del mito esoterico di Londra e di Dylan Dog (che, non a caso, è nato appunto nel 1666).




Quindi decisamente avvincente l'inizio del nuovo corso, con una storia attuale e una buona presentazione dei due nuovi comprimari (a me non spiacerebbe nemmeno qualche apparizione del "cattivo poliziotto" Miller, nel segno della rinata continuity).

Non solo, come già ci si attendeva, Dylan non ha più la collaborazione della polizia. Ma si segna anche, più tra le righe e meno sbandierato, un elemento piuttosto innovativo rispetto a un certo "manierismo alla Sclavi": la storia sull'anarchia in Inghilterra vede di fatto i mostri identificati con i manifestanti.

Certo, Dylan chiarisce e difende le ragioni dei lavoratori, in più e più punti. E la colpa dietro alla nascita del mostro sta comunque in una (impunita) multinazionale cattiva.

La polizia è qui tendenzialmente vista come un ente positivo (mentre, in Sclavi, Bloch era l'eccezione), non a caso attaccata ingiustamente anche dal fenomeno paranormale. E ciò nonostante, appunto, che si giunga a una fase di maggior contrasto con l'eroe. Al limite, i malvagi saranno i vertici, di cui esempio è il Sovraintentente già (ri)visto in azione l'albo scorso, non l'onesto agente di pattuglia.

"Dylan è comunque un poliziotto", hanno sempre contestato ambiti fumettistici di sinistra radicale, infastiditi del vasto successo del personaggio "a sinistra" (per quanto queste categorie possano valere).

Ambienti fumettistici politicizzati a destra, invece, paventavano un Dylan che, con quest'albo, assumeva le ragioni dell'Anarchia, in un accentuarsi dello "sclavismo". La nuova gestione sembra andare invece in direzione opposta a quella temuta (anche strumentalmente). Dylan è, più che altro, un Private Eye: può contrastare con la polizia ufficiale, e ora in modo molto più radicale quando non c'è la mediazione di Bloch, ma come eroe di - lontana - chandleriana memoria resta dalla parte della legge.

Può capire le ragioni della protesta, ma non appoggiarla se essa giunge alla violenza. Anche il "terzo stato" identificato coi poliziotti (che vengono ad arrestare Dylan) ha il senso di una identificazione positiva (quasi pasoliniana?) delle forze dell'ordine come il polo positivo della storia. Salvo alcuni violenti, infatti, ne escono piuttosto bene (molto meglio che in classici della testata come il numero 120, "Finché morte non vi separi" di Sclavi, ad esempio). Carpenter è certo troppo granitico e sembra che Challagan gli scriva le battute, ma è anch'egli dalla parte dei buoni (come si vede dal suo reagire contro il poliziotto razzista).

Per certi versi, il tutto ricorda molto il rapporto tra Batman e la polizia di Gotham dopo il pensionamento di Gordon, nel Cavaliere Oscuro di Frank Miller: nonostante i duri scontri, Wayne continua a rispettare, a suo modo, il commissario donna che lo contrasta perché onestamente contraria ai vigilantes.

O, almeno, questo è quello che traspare a una prima lettura di un albo sicuramente importante e paradigmatico. Nella speranza di rivedere presto Simeoni da queste parti, vedremo il futuro quali nuovi orrori ci porterà.

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